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Quando non sai dove andare
giovedì, 15 maggio 2008

Jung Charlotte: la prima canna

L’anno in cui ci trasferimmo a Savigliano fu lo stesso in cui venni cacciata dal mio primo liceo con gran spargimento di lacrime da parte della Madre Santa che passò mesi a chiedersi dove, come e quando avesse sbagliato.

Fui cacciata perché ritenuta una rompicoglioni sovversiva da tutto il pacchetto docente tranne che dall’insegnante di lettere e storia, checca orgogliosa e compagno ai limiti del trotskismo, che in me vedeva probabilmente un baluardo di speranza proletaria in mezzo a un ammasso di futuri dirigenti d’azienda, avvocati e commercialisti.

Dopo la cacciata la Madre Santa, per punizione, prese accordi per iscrivermi all’unico liceo di Savigliano, conosciuto da tutti gli studenti del nord-ovest piemontese come “Lager”.

Nonostante la proverbiale risolutezza della Madre Santa riuscii a scampare alla tragedia adducendo, con funambolica destrezza, motivazioni di continuità curricolare e mi iscrissi al  più cazzaro dei licei piemontesi: il Liceo Scientifico “G.G.” sezione sperimentale lingue e culture straniere.

 

Il liceo, tutt’ora esistente, si trovava a Bra: ridente cittadina del cuneese conosciuta per essere la patria dello Slow Food e dei più grandi tossici del Piemonte. Tossici modaioli per lo più: eroinomani nell’80, cannaioli un po’ sempre, psicotossici nel ’90, cocainomani sul limine del secolo.

 

Mi presentai nella nuova scuola e nella nuova classe con la mia maschera peggiore: quella dell’intellettuale snob che non vede l’ora di sentire una cagata per poter correggere l’interlocutore con la solita pacata aria di chi, in fondo, ti perdona per la tua immensa ignoranza. Ero tutta nozionismo e afflato rivoluzionario patetico. Ma mi sentivo una gran fica. Non tanto fuori, fuori mi sono sempre vista un discreto cesso, ma dentro…cazzo dentro ero una miss: il mio cervello era da fascia, il mio genio da coroncina e la mia creatività da scettro.

In un primo momento la cosa funzionò: alla fine le novità funzionano sempre, anche se merdose. Sul lungo periodo, invece, la mia non propriamente definibile simpatia mi costò un meritatissimo isolamento.

La terza superiore si rivelò un duro anno.

Arrivavo da un liceo in cui ero il leader maximo (nonostante l’ambientino filoberlusconiano) e mi ritrovavo in una condizione di trasparenza o semi trasparenza: la cosa mi irritava, di molto.

Egocentrica come pochi avevo bisogno di attenzioni continue: d’altra parte essere un leader senza popolo adorante non aveva molto senso.

In quarta mi ripresi.

Mi candidai infatti alle elezioni studentesche e  feci uno dei più bei discorsi mai uditi in campagna elettorale, non solo in ambiente liceale, di fronte a una platea di studenti ammutoliti e riverenti e a professori muniti di crocifisso intenti a crociarsi.

Ovviamente fui eletta. Ovviamente ruppi i ciglioni a più non posso. Ovviamente mi ripresi ciò che ritenevo mi spettasse di diritto: il podio.

Mi levai la maschera della stronzetta snob e indossai quella della “compagna che chi si estrae dalla lotta…” . Piacqui. Senza se e senza ma.  E fui a capo di un universo che più di un angolo di socialismo pareva la corte del Re Sole. Ma io ero femmina, e la cosa mi inorgogliva e non poco.

Per essere davvero il massimo però mi mancava una cosa: ero l’unica, nell’amalgama studentesca, a non aver mai fumato una canna.

 

La prima canna di solito ce la si fa in compagnia: la cricca si riunisce febbricitante e famelica e il torcione - spesso fornito dal prototipo “maschio, più grande, di riconosciuta influenza” - passa di mano in mano, di bocca in bocca, in un’atmosfera che ha un che di orgiastico.

Per me non fu così poiché, oltre a essere una femmina piuttosto maschio - e per questo già decisamente atipica nell’ambiente - ero anche una personcina dagli strani usi e costumi.

 

Passai mesi a leggere libri sull’argomento. Tutta alta letteratura dai titoli assolutamente scientifici del tipo: “Campa cavallo che l’erba cresce” – prezioso vademecum sulla coltivazione della Cannabis (Indica, Sativa nonché ibridi) – “L’erba del vicino non è più verde, è solo più buona”, “Tutto Marijuana” ; iniziai anche a cercare articoli che diligentemente ritagliavo e incollavo su di un quaderno che divenne il registro delle mie tossiche ricerche.

Pienamente soddisfatta dalle risposte che avevo ottenuto dai miei ostinati studi in materia di sostanze psicotrope passai all’azione.

Incominciai quindi ad aggirarmi guardinga per i corridoi della scuola alla ricerca di un pusher adatto. Non volevo sputtanarmi chiedendo ai veterani della canna, rivelando così la mia totale inesperienza, dunque mi serviva un particolare tipo di spacciatore: qualcuno di non troppo credibile se avesse deciso di rendere pubblica la mia “negligenza”, facile da avvicinare e magari colto da adolescenziale carico di ormoni misto innamoramento per la sottoscritta.

Fu facile. Gualtiero aveva un paio d’anni meno di me. Un ragazzetto solare, intelligente e decisamente sveglio. La sua sonora cotta per me era di dominio pubblico.

Lui disse:

-         Domani.

E il giorno dopo si affacciò orgogliosamente alla porta dei bagni, che come in ogni rispettabile liceo anche da noi erano una sala fumatori abusiva.

Avevo l’erba. C’era soltanto un piccolo insignificante problema: non sapevo ancora rollare.

Gualtiero risultò provvidenziale nonché drammaticamente servile:

- Ci penso io!

E all’uscita della scuola mi rincorse per infilarmi in tasca un pacchetto di sigarette contenente  quattro Bob (così si chiamavano ai miei tempi le canne di Maria gonfie e tronfie).

 

La prima canna della mia vita sono state quattro.

Poiché, dopo aver risucchiato il primo Bob, non avvertii nessun particolare effetto, pensai bene di proseguire con il secondo. Nulla. Pareva di aver fumato la camomilla Bonomelli della mia nonna. Diffidente e maligna fui colta da atroce dubbio: stai a vedere che il moccioso pur di fare bella figura…domani lo meno!

Intanto le ultime due canne mi facevano l’occhietto da sulla scrivania.

In fondo - mi dissi - se è camomilla che male potrà mai farmi?

E giù via la terza e a seguire la quarta.

Alla quarta qualche effettuccio iniziai a percepirlo: mascella paralizzata in un sorriso beota,

occhi infuocati che non si poteva tenerli aperti, strana euforia diffusa che mi fece ridere per quaranta minuti del peto del gatto (noto petomane), impossibilità di alzarmi dalla sedia se non a mezzo gru o sistema di leve ben congeniato.

Ricordo lo sguardo di mia nonna, venuta per la bella stagione a stare da noi, che dopo avermi parlato per mezz’ora senza ricevere, non dico risposte ma quanto meno segni di vita, se ne andò sconsolata dicendo:

- Tutta colpa di sua madre (sua figlia per altro).

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domenica, 11 maggio 2008

Non è l'amore che va via


Una notte che passa così.
Ma è solo una notte.
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venerdì, 09 maggio 2008

Gileppos meet people: Beauty & the Beast

Io, contro il comitato marxista-leninista non ho nulla, né antidoti, né inibitori. Nulla.
In fondo li trovo caratteristici, un po' come Gianduja e Colombina.
Alle quattordici e trenta suona il campanello. L'ora perfetta per i rappresentanti di dio e per quelli della Folletto. Apro. Il ragazzetto che mi trovo di fronte, forse ventidue-ventitre anni, indossa un paio di jeans stone bleached, una camicia a righe sottili grigiazzurrine - diligentemente infilata nella cintola - portata con le maniche arrotolate di poco sotto il gomito, sul naso ha appoggiati un paio di occhiali con montatura di metallo (giurerei titanio, ma giurare porta male) e dal taschino della camicia ammicca un pacchetto di Marlboro Light. Rasato, ben pettinato e dinoccolato il giusto per l'età, mi saluta con un bel sorriso lucidato di fresco:
- Compagna, posso chiederti un contributo per il nostro giornale? (n.d.r. Lotta Comunista: poco più di un feuilleton per dimensioni e contenuti).
- Puoi - dico, e il giovane modello nuova rivoluzione allarga la coda e mostra il piumaggio variopinto.
Io appoggiata alla porta. Lui di fronte. Mi guarda. Lo guardo. Silenzio. Poi:
- Compagna ce lo daresti un contributo per il nostro giornale?
- No. - Sorrido mostrando, a mia volta, l'accurata detartrasi non più vecchia di due settimane.
Il giovane modello nuova rivoluzione si affloscia come un soufflé preparato male:
- Ma compagna, solo un euro!
- No, e non è una questione di prezzo.
- Ma sei una compagna no?
- Non so, definisci compagna!
Mi scruta, credo mi creda una superba imbecille, ma non demorde:
- No, intendo: non sei per Berlusconi.
- No.
- Dunque sei dei nostri?
Pausa. La pasta rosa dei dentisti fa miracoli: sono tutta splendori e luccichii:
- Intendi chiedermi se sono di sinistra?
Pausa. Gli occhietti marroni da dietro le lenti sbattono un poco.
- Si... - dice, ma non sembra troppo convinto e cambia discorso - ...sai noi facciamo anche dei corsi, ti interesserebbe il prossimo: Cosa penserebbe Marx di Berlusconi?
- Tanto quanto potrebbe interessarmi cosa pensa mia nonna, morta, di una nuova pasta biadesiva per dentiere.
- Ma sei contro Berlusconi, e sei di sinistra!
Poverino, non se ne capacita. Ha di fronte una ragazzetta (per dimensioni e non per età, purtroppo) che calza tasconi di cotonaccio sbiaditi da carpentiere e una canotta da manovale, praticamente una visione proletaria (C'è del mistico in via Tunisi) e non riesce a comunicare con lei.
Eppure sembra simpatica, sorride, è gentile, non lo caccia come di solito viene cacciato.
Sempre io e lui. Domande continue a cui seguono no continui. Pare un rosario.
Dopo poco si sente il rumore di una porta che viene aperta. Passi pesanti si dirigono verso di noi. La porta alla quale sono comodamente appoggiata si spalanca all'improvviso:
- Insomma ti ha detto di no: NO! (sottinteso: sottospecie di Bimby umano macina-frulla- impasta-cuoci gonadi). E' 'Leppo. the Beast, il più temuto dai lavoratori porta-a-porta.
Il giovane modello nuova rivoluzione (che a vedersi parrebbe più un cabinotto ciellino) indietreggia un poco spaventato:
- Ma lei ha detto che è comunista?
'Leppo scalpita, mi lancia un'occhiata che vuole dire: maperchècazzodaisemprecordattutti. Poi si gira verso di lui:
- Ah, dunque ci senti! E capisci!
Io guardo la scena: meglio dei duelli della Domenica In.
Il ragazzetto non risponde, e a me non mi si fila neanche più, ormai ha occhi solo per lui:
- Compagno, tu mi daresti un piccolo contributo per il nostro giornale?



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venerdì, 02 maggio 2008

Storia di piedi e caffé in una splendida giornata di sole

Se la giornata è bella, il sole è alto e caldo e i colombi tubano e scagazzano qua e là sul ciotolato nuovo di pacca che è costato ai cittadini mesi di multaggio feroce, viene voglia di fare una passeggiata. Magari con l'amica del cuore che il giorno prima, al telefono, parlava con voce di caverna senza dire nulla che avesse un senso. Lei è andata ad abitare in centro, in un bel alloggio con i soffitti bassi che le piacciono tanto perché così l'appartamento si scalda subito: che lo sai, patisce il freddo.
Da casa sua a Piazza Vittorio sono poche centinaia di metri, ma se si passa da via Roma, marmoreo e scintillante souvenir del Ventennio, si parla anche di un paio di chilometri di sgambettio. Fattibili, anche con le zeppe in sughero che sembri subito un'altra: più magra, più sottile, più carina. Certo non più carina di lei che anche con le scarpe da ginnastica argentate fa sempre la sua figura.
Camminare e blaterare di quel tutto che non ha davvero spessore ma che ogni tanto ci sta: i negozi preferiti, un ristorante appena scovato in Via Bologna che fa degli arancini che sono una favola ed è anche vicino alla gelateria delle granite siciliane, quelle buone davvero con la panna e se vuoi la brioche. Blaterare e camminare e stupirsi di non essersi ancora presi una storta che passare dagli stivali ai sandali zeppati è sempre un po' un'impresa. Fermarsi improvvisamente di fronte a una chiesa dov'è radunata una certa folla. E' un matrimonio. Lo sposo c'è, è al centro della scena, vestito di nero con un fiore turchino all'occhiello, ma la sposa? Lei vuole vederla e si intrufola tra gli invitati conciati a festa. Lei con la sua camicetta bianca, il maglioncino rosso, i jeans e le scarpe argentate tra tailleurs di Armani e borse di Cavalli. Non resta che aspettarla.
- Credo si sia sposato da solo... - dice tornando, un po' delusa, un po' divertita - ...be', andiamo a prendere un caffé.
Lei il caffé non l'ha mai preso. Non le piaceva neanche fino a qualche tempo fa:
- Non capisco, adesso mi piace proprio: pensa che a volte mi fermo anche al bar - si illumina - sai cosa ho scoperto? Che le persone vanno al bar per prendere il caffé!
Non si può non guardarla con una tenerezza mista a un senso di preoccupazione:
- Be' si, direi che i bar servono esattamente a questo.
- No, non hai capito: vanno proprio per quello e poi escono.
- Eh già!
-  Voglio dire, non è che lo fanno per stare in compagnia o che...
Decisamente una scoperta. Di fronte a tale rivelazione non resta che proseguire la passeggiata in silenzio.
- Guarda, c'è un posto là! - il suo indice punta verso un infinito invisibile per chi soffre di una miopia decisamente penalizzante. Aumenta il passo e la camminata sui trampoli supera anche il test di velocità: stabile, equilibrata, priva di slogature. Ottima resa.
Ma il posto, al sole con vista piazza, se lo accaparrano prima di noi due signore platinate ancora gonfie di fonatura prefestiva.
- Che sfiga! - dice lei.
Rapida panoramica ai dehors presenti sulla piazza e di altri posti non c'è traccia. Lei, comoda nelle sneakers argentate e non ancora caffeinomane abbastanza da andare in crisi di astinenza è pronta a ritornare indietro. Solo lei però, perché i piedi nei sandali trappola si inchiodano al suolo e scalpitano come zampe di toro pronto alla carica. Gli occhi iniettati di sangue si muovono rapidi e scorrono attenti e guardinghi il circostante. Tavolo, lui e lei. Piccipiccimuccimucci con una consumazione consumata e ormai in procinto di essicazione sul fondo del bicchiere. I piedi lentamente si scollano dal terreno. Un passo, poi un altro e poi un altro ancora fino ad arrivare ai panettoni di cemento che sconsigliano l'attraversamento automobilistico. Lei saltella dietro nelle sue scarpe-salotto.
Due bei panettoni grigi faccia a faccia con il tavolino della coppietta che sembra siano stati messi lì apposta. Non resta che sedercisi sopra e puntare gli amorini. Un'opera seria di sfiancamento. Non è politicamente corretto ma è perfetto e funzionale, tanto che i due si schiodano nell'arco di qualche minuto.
Sono le sette di sera, il sole ancora cuoce e i piedi stanno benissimo, ora anche meglio.
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sabato, 26 aprile 2008

Non sono più

Non sono più fatta per certe cose: la piazza, la gente che applaude a interventi di retorica pura, le canzoni (che amo) cui vengono cambiate le parole per l'occasione, gli urlatori, gli incazzati per forza e quelli per inerzia, le bottiglie di moretti da 66 abbandonate sul pavé, raffiche di vaffanculo sudati, due piazze a meno di duecento metri una dall'altra che si fanno concorrenza (resistenza alla resistenza).
Non mi emoziona sentire il racconto della dea Maat, la dea egizia della verità e della giustizia, che pesa la leggerezza del cuore degli uomini mettendolo su una bilancia a due piatti (da un lato il cuore, dall'altro la piuma che la dea porta tra i capelli), perché il concetto del cuore leggero è così intriso di religiosità (che è mito) da essere davvero troppo, troppo lontano dalla carne e dal sangue di cui sono fatta.
Con tutto il rispetto per la sofferenza causata dalla perdita non riesco a non sorridere a un intervento come quello di Maria Fida Moro che mette in scena il personale e il dolore come nel peggiore dei reality show. E mentre lei strumentalizza un morto, il suo stesso padre, io mi domando quando, quando arriverà Paola Perego sul palco?
Non posso fare a meno di pensare alle parole del personaggio di un film, Smamma, il regista che si finge morto per avere la possibilità di vincere il David di Michelangelo ne  "Il regista di matrimoni" (Bellocchio - 2006):
- La vita è dei morti.
E io aggiungo: evidentemente così ci piace.
Sotto la bandiera della memoria garrisce una pericolosa nostalgia che, come dice Piero Boni, non è da partigiani. La lotta per la libertà, che ha le sue radici anche nella resistenza al nazi-fascismo, deve essere capace di raccogliere le istanze del presente. Non significa dimenticare ma, molto più semplicemente, camminare con la faccia rivolta in avanti e non sempre alle spalle.
Mi libero, ancora una volta, dal mantello delle parole utilizzate come costume di scena: il V-day di Grillo non è un attacco terroristico, quanto una spettacolare riunione di piazza; i giornalisti che non sanno fare il loro lavoro non è dittatura, semmai attaccamento a portafogli e poltrone; i concerti nelle piazze non sono commemorazioni, direi piuttosto intrattenimento.
Lottare per la democrazia e per la libertà significa innanzi tutto restituire alla lotta il suo significato originale di sfida contro sé stessi e contro i propri limiti.
Prima di addormentarsi varrebbe forse la pena ripetersi una frase di Piero Boni (ancora lui, si), come un mantra:
- Sei in condizione di assicurarti un buon avvenire, se ti impegni!
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domenica, 20 aprile 2008

che forse dovrei ricominciare con i cannabinoidi

L'arte è presuntuosa e nobile.
Quando l'arte parla della vita reale lo fa con un distacco arrogante che la pone immediatamente al di sopra della vita stessa. (Al di sopra del giudizio anche, benché esista una critica disposta a rendersi ridicola con le sue blaterazioni sull'estetica e la forma.)
L'arte riproduce dunque non tanto la vita ma il disprezzo per la vita così come essa è, spoglia. Per questo la carica di simboli, per glorificarla alla magnificenza di una religione che sola gode di un qualche principio di veridicità.
All'arte si finisce col credere quindi come si crede in un dio, buono o cattivo non ha davvero importanza.
L'importanza è riconoscerlo. Rispettarlo. Adorarlo. Invocarlo o temerlo a seconda dei casi.
Fare della propria vita un'opera d'arte significherebbe quindi non tanto viverla con quella particolare affettazione propria, ad esempio, al Dandy, ma con quel sovraccarico di simboli e segni di cui l'arte si appropria e si nutre.
In questo senso la vita di tutti è un'opera d'arte. Una messinscena, o una fiction, per utilizzare una terminologia più contemporanea. Così la vita si trasforma in rappresentazione della vita.
E in questa vita che rappresenta sé stessa non basta la mimesi, la ripetizione di un cliché, serve la riviviscenza, l'identificazione con quello che si vuole rappresentare.
Per rappresentare la malattia si diventa la malattia stessa. Per rappresentare l'amore si diventa l'amore stesso. Und so weiter.
In questo teatro-mondo non c'è tempo e non c'è spazio per le emozioni minime. Qualsiasi cosa esiste là dove esiste la sua esasperazione, ovvero il suo contrario perché ogni cosa ha un senso se e solo se viene messa in rapporto al suo non senso. Non potremmo (o dovremmo?) più usare parole come umiltà la quale, riprodotta e non più sottomessa alle sue origini (che viene dal basso, dalla terra), ma elevata dalla spinta artistica che la richiama, che la invoca, non rappresenta più sé stessa ma altro, di più. E di più non è umile.
Bisognerebbe forse inventare parole nuove in grado di ridare un senso alle cose, ma credo si finirebbe per rifare lo stesso percorso anche con quelle: perché dentro la vita reale ci si annoia, dentro a un libro ci si emoziona.
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giovedì, 17 aprile 2008

vox populi, vox dei

C'è sempre una buona ragione per essere atei.

Proposta di visione-ascolto:

http://it.youtube.com/watch?v=emoFu3iejiQ
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sabato, 05 aprile 2008

Monologo accidentale

A guardare il mondo dall'alto sembra sempre tutto così piccolo e innocuo.
Stavo bene lassù. C'erano le foglie degli alberi più alti che bastava allungare una mano e ti accarezzavano. E le nuvole che sembrava di potercisi arrotolare dentro, come quei piumoni gonfi che vendono nei negozi costosi. Il mio l'ho preso con il materasso della Superelax. Il piumone, dico. Una bella signorina con la sottoveste chiara se lo appoggiava al viso e ci si strusciava un po'. Lo faceva ogni sera, dopo il telegiornale, prima del film delle nove che però non sono mai riuscito a vedere fino alla fine perché mi addormentavo. Ma quando mi chiedevano: hai visto quel film che parla di un tale che incontra una tale e poi...? Io dicevo si e raccontavo i primi venti minuti. E bastava quello perché mi guardassero come uno di loro. Avevo anche io un materasso losangato, un piumone che non era soffice come le nuvole - a dire il vero pungeva anche un po' - ma aveva un bel colore di terra e degli strani disegni geometrici che non ho mai capito bene, e potevo raccontare venti minuti di ogni film e programma televisivo. Che poi non ho mai avuto tutto questo tempo per chiacchierare. Due parole al mattino, quando si prendeva il caffé al bar prima di entrare in cantiere. Due all'ora di pranzo. Due nel tragitto verso casa con quei pochi che prendevano il tram con me. Il resto era lavoro.
E' che a me è sempre piaciuto lavorare.
Facevo il muratore, come mio padre prima di me e mio nonno prima di lui. Sempre per la stessa impresa edile: Marchiorri per il mattone, dal 1886. A Natale il Cavalier Marchiorri, il padre non il figlio, mi spediva un gran cesto pieno di cose d'alta cucina che io non sapevo neanche come approntare. Sono sempre stato di gusti semplici a tavola. Mi piacevano soprattutto le uova con cipolla e pomodoro. E il vino.
Come? Che vino mi chiede? Quello rosso. Me lo portavo anche al cantiere, per il pranzo e se avanzava lo prendevo con me, su sull'impalcatura, e ogni tanto mi fermavo, posavo la cazzuola, mi sedevo sulle assi, tiravo fuori dalla sacca il cartone e bevevo. Vicino alle foglie. Avvolto dalle nuvole. A un passo dal sole che anche se non c'era bel tempo da lì lo si vedeva comunque.
E da lassù le persone per la strada sembravano tante formiche. Come quelle che incontravo da piccolo, andando per boschi. Affondavo per sbaglio il piede in una di quelle montagnole di erba secca e  subito, a centinaia, le minuscole creaturine uscivano correndo di qua e di là. Come impazzite. Senza una meta. Spaventate. Allora cercavo di rimettere insieme la montagnola - chissà, forse avevo già in me una certa predisposizione per fare e disfare abitazioni - così che, quando si fossero calmate, avrebbero potuto tornare a casa e finalmente riposare. Finalmente rilassarsi. Ma quelle non tornavano mai. Dopo pochi giorni, poco distante dal vecchio rifugio, ne appariva uno nuovo. Quelle formiche: un vero talento per l'edilizia! E poi devono avere un gran bel carattere per vivere così, tante, tutte insieme.
Come dice? Ah, no. Io ho sempre abitato solo. Certo, non da bambino. Ma dopo la morte del babbo.
No, non mi sono mai sposato.
Sono stato innamorato però. Una volta.
Lei era bellissima,, assomigliava a quell'attrice...come si chiama? Non ricordo, non ho mai avuto buona memoria. Era la sorella minore del mio collega Pasquale, gli portava sempre il pranzo. E ogni tanto portava anche una torta, per tutti. Mi è sempre piaciuta la torta di mele, ma non gliel'ho mai detto. Così lei portava più spesso la crostata, che invece piaceva tanto a Giovanni. E Giovanni ogni volta le faceva un sacco di complimenti e ne prendeva anche due fette. Infatti poi si sono sposati. Mi hanno invitato al matrimonio, anche. Una bella festa. C'era tanto vino e, naturalmente una gran varietà di crostate. Ma la torta di mele, quella non c'era.
Comunque non mi sono mai sentito solo. Avevo gli amici del bar, con cui mi trovavo il sabato per giocare a scopa. E c'era Vincenzo.  Anche lui non si è mai sposato.
Con Vincenzo non avevamo molte cose in comune. Lui era operaio metalmeccanico. Tutto infervorato di politica. Sempre arrabbiato con qualcuno. Soprattutto con i padroni. Quando gli dicevo che il Cavalier Merchiorri era un uomo onesto e gentile lui alzava gli occhi al cielo, mi rispondeva che non capivo niente, che il padrone non è per natura onesto. E così si arrabbiava anche con me e spariva. Per un po' di giorni non si faceva vedere e poi tornava.
Ma cosa posso dire? E' che lassù non esistevano padroni o sottomessi ma soltanto io, i miei strumenti del mestiere, il cartone del vino, gli alberi, il sole e le nuvole.
E quando stavo lassù stavo bene.
Lavoravo, mi fermavo per bere un po' di vino,  accarezzavo le foglie e guardavo il mondo di sotto che mi ricordava tanto i formicai dei miei boschi.
 Mattone dopo mattone costruico e aggiustavo case perché le persone potessero finalmente fermarsi, rilassarsi.
Una sera il Cavalier Merchiorre, il figlio non il padre, mi ha fermato:
- Matteo - mi ha detto - il suo lavoro ci è stato prezioso, ma adesso è tempo che si goda un po' di pace, che si riposi finalmente. Io avrei voluto dirgli che non ero così stanco, che è vero che mi addormentavo davanti alla tivvù senza mai vedere il finale di un film - ma lui come poteva saperlo? - ma solo perché forse mi annoiava. Però non ho detto niente.
Così, dopo un paio di mesi, mi sono ritrovato senza un'impalcatura sulla quale salire. Senza strumenti del mestiere. Senza foglie degli alberi più alti da accarezzare.  E le nuvole, viste da basso, non assomigliavano affatto ai piumoni che si vendono nei negozi costosi, quanto più al piumino della Superelax. Non troppo soffici. E qua giù non stavo così bene. Le persone non assomigliavano più alle formichine dei miei boschi, ma a tante cavallette giganti. Come in quel film, com'era già il titolo?
Non ero contento. Vincenzo invece si, lo era. Diceva:
- Lo vedi? Ti sfruttano, ti spremono come un'arancia e quando ti hanno bevuto fino all'ultima goccia di sangue: tanti saluti. Addio. Muori.
Ma io alla morte non ci avevo mai pensato davvero. Neanche quando sono salito sul tetto.
Pensavo piuttosto che in tanti anni, pur avendo avuto le nuvole così vicine, non avevo mai provato a toccarle. Ma quando ci ho provato la nuvola si è spostata e io ho perso l'equilibrio.
Ma lei, Pietro, l'ha mai toccata una nuvola?


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lunedì, 31 marzo 2008

quarantacinque

Piange. Ha dei bellissimi occhi scuri. In una mano il cellulare da cui pende un cosino a metà tra un topo rosa e un maiale grigio. Al cosino di tanto in tanto si illumina la coda, ma da qui, non so, potrebbe anche essere il buco del sedere. Nell'altra mano un fazzolettino di carta ridotto ormai a una schifezzuola impregnata di lacrime e muco. Piange.
Ma non è colpa di quei pantaloni in stretch così stretch che le lacrime avrebbero un senso. No. Dai suoi bellissimi occhi scuri scendono, insieme al mascara, piccoli pezzi di cuore liquefatto.
- Non ha senso Caty, cioè non ha proprio senso!
- Lo so Addy, lo so. E' uno stronzo, lascialo perdere!
L'amica ha l'aria di chi se ne intende. Porge un fazzoletto pulito e la mano rimane sospesa. Di tanto in tanto l'abbraccia, ma lei, Addy, si ribella nevrotica.
- Cioè spiegami, spiegami come ha potuto, dopo quarantacinque giorni, cazzo. QUARANTACINQUE! Ripete un po' più forte di modo che la vecchietta aggrovigliata nelle sue stesse ossa, seduta due poltroncine di plastica più in là, possa sentire bene e segnarsi il numero su un pezzo del biglietto dell'autobus. Lo giocherà domattina, che niente succede per caso.
Ma che ne sanno Addy e Caty del caso. Loro se ne stanno sul bus e cercano una risposta. Una sola: come ha potuto, lo stronzo, dopo quarantacinque giorni?
Tra un singhiozzo e l'altro; uno svolazzare di cazzi e madonne che insieme non hanno molto senso; una mano sospesa che aspetta che qualcuno la liberi dal fazzoletto disegnato con tanti cuoricini, una discreta presa per il naso un po' in tutti i sensi; e un cosino con le morroidi che si tiene appeso a un telefonino; Addy sparge dolore in forma liquida.
Addy non capisce e se non capisce non può darsi pace. E Caty non può spiegarle nulla di più di quello che già sa. Certo ci prova. Si prodiga. Ma Addy la guarda, con quegli occhi annegati, e pensa che Caty potrebbe impegnarsi anche meno, perché non è che la faccia sentire meglio il fatto che lo stronzo sia ricoperto di insulti, sempre più grossi, sempre meno ripetibili.
Quello che la farebbe stare bene sarebbe un bel quarantasei, e poi un centoquarantasei, e poi un mille quarantasei e...eh be', ai sogni non c'è limite.
- Io lo amo, non ho mai amato nessuno come amo lui.
- Lo so Addy, lo so.
- Cioè, se penso a San Valentino...guarda mi vien da piangere.
Ma dai, e chi l'avrebbe mai detto?
Fa tenerezza Addy vestita da minifiga mentre fa discorsi da minidonna.
Sarebbe bello poterle dire che passerà e che mai più verserà su un fazzoletto con i cuoricini tutta quella disperazione. Il che è un po' vero e un po' no. Lo stronzo dei quarantacinque lascerà il posto a quello dei quarantasei che a sua volta lascerà spazio a stronzi multipli ed esponenziali, e così fino all'ultimo, che probabilmente sarà stronzo pure lui ma tu, Addy, che sarai diventata nel frattempo? No, non la triste principessa tradita e abbandonata che ti senti ora. Di questo stanne certa. Vedo una certa stoffa in te che attraverso la frangetta già guardi il biondino che ha appena obliterato.
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categoria: racconti, ethos


giovedì, 27 marzo 2008

con la luna storta

Una massa di capelli, neri, folti e ispidi, giace sparpagliata sul cuscino. Gli occhi gonfi e cerchiati fissano un punto della stanza, come in attesa. Le guance arrossate stridono con lo scuro olivastro della pelle. Una pelle robusta. Una pelle del sud che nasce bruciata prima ancora che il sole le si appoggi sopra. Maria ha l’aria sbattuta ma nel suo sguardo manca il lampo di emozione che ci si aspetta di trovare in una giovane puerpera. Che giovane lo è ma in fondo quello non è il suo primo parto e non ci si può emozionare due volte per la stessa cosa.

- E’ una bella bambina! – le ha detto l’ostetrica tirando fuori un mucchietto aggrovigliato di carne e ossa, mentre lei, Maria, era ancora intontita dai farmaci, che questa volta il dolore non l’avrebbe sopportato. Poi, tagliato il cordone ombelicale, l’ha messa a testa i giù, come fosse una gallina alla quale stanno per tirare il collo, le ha dato qualche colpetto sulla schiena e la piccola cosa si è messa a strillare. Subito un nugolo di infermiere estatiche ha avvolto la creatura in panni morbidi e si sono precipitate in un’altra stanza.
- Ha già scelto un nome? – chiede la più giovane prima di chiudersi alle spalle la porta.
- Camilla – pronuncia basso Maria.
- Che bel nome!

Maria e Camilla. Insieme in una camera d’ospedale senza colore e un odore di disinfettante che rende l’aria irrespirabile. Si guardano e non si vedono. Hanno gli stessi occhi velati, ognuna per ragioni diverse.
- Dovresti avvicinarla un pochino, così non può vederti! – dice la nonna Jole.
- Mamma, ma può sentire? – chiede il piccolo Ismaele.
- Certo che ti sente – risponde Jole – diglielo, dille che le vuoi bene e che sei tanto felice che sia arrivata, dai!
Ismaele guarda l’animaletto che giace come dimenticato tra le braccia della mamma. Lo guarda attento:
- E’ davvero….storta.
Ridono tutti. Anche Maria che solo dieci minuti prima aveva detto la stessa cosa rivolgendosi all’ostetrica:
- E’ davvero storta questa bambina.
- E’ lo sforzo del parto – aveva risposto con un sorriso la dottoressa – si raddrizzerà, non si preoccupi.
Invece Maria è preoccupata.

- Guarda nonno, è la numero tre.
- Sei sicuro?
- Certo che sono sicuro – risponde offeso Ismaele.
- E’ un po’ storta…
- Mamma dice che è per il parto, i bambini quando nascono sono tutti un po’ storti. Dice che anche io ero un po’ storto. Però adesso sono dritto. E anche lei sarà dritta quando sarà più grande, l’ha detto la dottoressa.
Lorenzo appoggia una mano sulla testa di Ismaele, gli scompiglia i capelli.
- Speriamo Ismaele, speriamo…

- Non si attacca al seno.
- Si attaccherà.
- Si, ma la dottoressa dice che è strano.
- Forse ha solo bisogno di tempo.
- E nel mentre? Dovrà pure mangiare! – Maria si guarda il seno, più grande di due taglie. Lo comprime un poco per trovare sollievo – Guarda, sembra che debbano esplodere.
- Quando ho avuto te non trovavo neanche un reggipetto tanto mi erano cresciute.
Jole sistema l’ennesimo mazzo di fiori in una bottiglia d’acqua minerale:
- Domani ti porto dei vasi.
- Lascia stare mamma, tanto fra un paio di giorni esco.
- E allora, dobbiamo lasciarli morire ‘sti poveri fiori? Hanno bisogno di spazio per stare bene.
- Anche io, mamma.
- Tu di spazio te ne sei preso anche troppo, bambina!
- Sono troppo stanca per discutere con te...Dov’è papà?
- Ha portato Ismaele a mangiare qualcosa. Quel povero ragazzino stava morendo di fame.
- L’ha vista la bambina?
- Certo che l’ha vista.
- Che ha detto?
- Che è una bellissima bambina!

Maria è scura. I capelli come strisce di liquirizia. La pelle di morena. Gli occhi d’alabastro. Le labbra carnose e di un vermiglio prepotente. Camilla è chiara. I capelli come fili di paglia scordati sul campo dopo l’imballatura. La pelle di luna. Gli occhi come grandi foglie di quercia. Le labbra sottili, appena rosate.
Maria e Camilla si guardano ma non si vedono, gli occhi di entrambe restano velati e ognuna di loro ha la sua ragione.
Maria si scopre un seno. Avvicina la piccola al capezzolo.
- Provi a stingere un pochino la mammella di modo che esca qualche goccia e le bagni le labbra.
- Guardi che non sono una vacca da latte!
L’infermiera la guarda con disapprovazione, spazientita controlla l’ora sul suo orologio da polso:
- Se non riusciamo a farla mangiare anche oggi probabilmente inizieremo a darle il latte in polvere.
- Non capisco che cosa stiate aspettando, mi sembra evidente che non ne voglia sapere del mio.
- Signora, i neonati percepiscono le nostre emozioni, se lei fosse un poco più paziente forse…
- Ma non dica fesserie, i neonati non percepiscono altro che i loro bisogni: hanno fame, mangiano; hanno sonno, dormono. Non è il primo figlio. Evidentemente non ha fame. E se ha fame e non mangia è perché è storta.

- L’hai vista com’è delicata? E quella pelle che pare un velo di organza. E quegli occhioni grandi e verdi. E’ tutta sua padre… – sospira Jole.
- Auguriamoci che non lo sia proprio “tutta”! – ribatte Lorenzo.
- Per…gnam…ch…gnam…no…gnam…n…..
- Ismaele finisci di masticare prima di parlare! Non davanti al bambino, Lorenzo.
- Certo, non adesso, non davanti al bambino, non davanti a Maria!!!!! Insomma, io non posso parlare mai! – Lorenzo si alza da tavola con un gesto nervoso che fa traballare la brocca del vino – Non posso dire che ho fatto una figlia storta che ha lasciato il marito con cui aveva un bel bambino per andare con quello. Con quello che, più storto di lei, la mette incinta e poi che fa? Sparisce! Ecco che fa. E quella creatura…quella creatura non poteva che nascere così: S T O R T A!

Nello spogliatoio l’infermiera Luigia si toglie il grembiule bianco. Lo piega con cura e lo ripone nell’armadietto:
- La numero tre non vuole saperne di prendere la tetta – dice entrando Fernanda.
Luigia si infila un palteau di panno color ruggine e si volta verso la finestra:
- Guarda Fernanda, guarda che strana è la luna: sembra storta.

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