L’anno in cui ci trasferimmo a Savigliano fu lo stesso in cui venni cacciata dal mio primo liceo con gran spargimento di lacrime da parte della Madre Santa che passò mesi a chiedersi dove, come e quando avesse sbagliato.
Fui cacciata perché ritenuta una rompicoglioni sovversiva da tutto il pacchetto docente tranne che dall’insegnante di lettere e storia, checca orgogliosa e compagno ai limiti del trotskismo, che in me vedeva probabilmente un baluardo di speranza proletaria in mezzo a un ammasso di futuri dirigenti d’azienda, avvocati e commercialisti.
Dopo la cacciata
Nonostante la proverbiale risolutezza della Madre Santa riuscii a scampare alla tragedia adducendo, con funambolica destrezza, motivazioni di continuità curricolare e mi iscrissi al più cazzaro dei licei piemontesi: il Liceo Scientifico “G.G.” sezione sperimentale lingue e culture straniere.
Il liceo, tutt’ora esistente, si trovava a Bra: ridente cittadina del cuneese conosciuta per essere la patria dello Slow Food e dei più grandi tossici del Piemonte. Tossici modaioli per lo più: eroinomani nell’80, cannaioli un po’ sempre, psicotossici nel ’90, cocainomani sul limine del secolo.
Mi presentai nella nuova scuola e nella nuova classe con la mia maschera peggiore: quella dell’intellettuale snob che non vede l’ora di sentire una cagata per poter correggere l’interlocutore con la solita pacata aria di chi, in fondo, ti perdona per la tua immensa ignoranza. Ero tutta nozionismo e afflato rivoluzionario patetico. Ma mi sentivo una gran fica. Non tanto fuori, fuori mi sono sempre vista un discreto cesso, ma dentro…cazzo dentro ero una miss: il mio cervello era da fascia, il mio genio da coroncina e la mia creatività da scettro.
In un primo momento la cosa funzionò: alla fine le novità funzionano sempre, anche se merdose. Sul lungo periodo, invece, la mia non propriamente definibile simpatia mi costò un meritatissimo isolamento.
La terza superiore si rivelò un duro anno.
Arrivavo da un liceo in cui ero il leader maximo (nonostante l’ambientino filoberlusconiano) e mi ritrovavo in una condizione di trasparenza o semi trasparenza: la cosa mi irritava, di molto.
Egocentrica come pochi avevo bisogno di attenzioni continue: d’altra parte essere un leader senza popolo adorante non aveva molto senso.
In quarta mi ripresi.
Mi candidai infatti alle elezioni studentesche e feci uno dei più bei discorsi mai uditi in campagna elettorale, non solo in ambiente liceale, di fronte a una platea di studenti ammutoliti e riverenti e a professori muniti di crocifisso intenti a crociarsi.
Ovviamente fui eletta. Ovviamente ruppi i ciglioni a più non posso. Ovviamente mi ripresi ciò che ritenevo mi spettasse di diritto: il podio.
Mi levai la maschera della stronzetta snob e indossai quella della “compagna che chi si estrae dalla lotta…” . Piacqui. Senza se e senza ma. E fui a capo di un universo che più di un angolo di socialismo pareva la corte del Re Sole. Ma io ero femmina, e la cosa mi inorgogliva e non poco.
Per essere davvero il massimo però mi mancava una cosa: ero l’unica, nell’amalgama studentesca, a non aver mai fumato una canna.
La prima canna di solito ce la si fa in compagnia: la cricca si riunisce febbricitante e famelica e il torcione - spesso fornito dal prototipo “maschio, più grande, di riconosciuta influenza” - passa di mano in mano, di bocca in bocca, in un’atmosfera che ha un che di orgiastico.
Per me non fu così poiché, oltre a essere una femmina piuttosto maschio - e per questo già decisamente atipica nell’ambiente - ero anche una personcina dagli strani usi e costumi.
Passai mesi a leggere libri sull’argomento. Tutta alta letteratura dai titoli assolutamente scientifici del tipo: “Campa cavallo che l’erba cresce” – prezioso vademecum sulla coltivazione della Cannabis (Indica, Sativa nonché ibridi) – “L’erba del vicino non è più verde, è solo più buona”, “Tutto Marijuana” ; iniziai anche a cercare articoli che diligentemente ritagliavo e incollavo su di un quaderno che divenne il registro delle mie tossiche ricerche.
Pienamente soddisfatta dalle risposte che avevo ottenuto dai miei ostinati studi in materia di sostanze psicotrope passai all’azione.
Incominciai quindi ad aggirarmi guardinga per i corridoi della scuola alla ricerca di un pusher adatto. Non volevo sputtanarmi chiedendo ai veterani della canna, rivelando così la mia totale inesperienza, dunque mi serviva un particolare tipo di spacciatore: qualcuno di non troppo credibile se avesse deciso di rendere pubblica la mia “negligenza”, facile da avvicinare e magari colto da adolescenziale carico di ormoni misto innamoramento per la sottoscritta.
Fu facile. Gualtiero aveva un paio d’anni meno di me. Un ragazzetto solare, intelligente e decisamente sveglio. La sua sonora cotta per me era di dominio pubblico.
Lui disse:
- Domani.
E il giorno dopo si affacciò orgogliosamente alla porta dei bagni, che come in ogni rispettabile liceo anche da noi erano una sala fumatori abusiva.
Avevo l’erba. C’era soltanto un piccolo insignificante problema: non sapevo ancora rollare.
Gualtiero risultò provvidenziale nonché drammaticamente servile:
- Ci penso io!
E all’uscita della scuola mi rincorse per infilarmi in tasca un pacchetto di sigarette contenente quattro Bob (così si chiamavano ai miei tempi le canne di Maria gonfie e tronfie).
La prima canna della mia vita sono state quattro.
Poiché, dopo aver risucchiato il primo Bob, non avvertii nessun particolare effetto, pensai bene di proseguire con il secondo. Nulla. Pareva di aver fumato la camomilla Bonomelli della mia nonna. Diffidente e maligna fui colta da atroce dubbio: stai a vedere che il moccioso pur di fare bella figura…domani lo meno!
Intanto le ultime due canne mi facevano l’occhietto da sulla scrivania.
In fondo - mi dissi - se è camomilla che male potrà mai farmi?
E giù via la terza e a seguire la quarta.
Alla quarta qualche effettuccio iniziai a percepirlo: mascella paralizzata in un sorriso beota,
occhi infuocati che non si poteva tenerli aperti, strana euforia diffusa che mi fece ridere per quaranta minuti del peto del gatto (noto petomane), impossibilità di alzarmi dalla sedia se non a mezzo gru o sistema di leve ben congeniato.
Ricordo lo sguardo di mia nonna, venuta per la bella stagione a stare da noi, che dopo avermi parlato per mezz’ora senza ricevere, non dico risposte ma quanto meno segni di vita, se ne andò sconsolata dicendo:
- Tutta colpa di sua madre (sua figlia per altro).
Una massa di capelli, neri, folti e ispidi, giace sparpagliata sul cuscino. Gli occhi gonfi e cerchiati fissano un punto della stanza, come in attesa. Le guance arrossate stridono con lo scuro olivastro della pelle. Una pelle robusta. Una pelle del sud che nasce bruciata prima ancora che il sole le si appoggi sopra. Maria ha l’aria sbattuta ma nel suo sguardo manca il lampo di emozione che ci si aspetta di trovare in una giovane puerpera. Che giovane lo è ma in fondo quello non è il suo primo parto e non ci si può emozionare due volte per la stessa cosa.
- E’ una bella bambina! – le ha detto l’ostetrica tirando fuori un mucchietto aggrovigliato di carne e ossa, mentre lei, Maria, era ancora intontita dai farmaci, che questa volta il dolore non l’avrebbe sopportato. Poi, tagliato il cordone ombelicale, l’ha messa a testa i giù, come fosse una gallina alla quale stanno per tirare il collo, le ha dato qualche colpetto sulla schiena e la piccola cosa si è messa a strillare. Subito un nugolo di infermiere estatiche ha avvolto la creatura in panni morbidi e si sono precipitate in un’altra stanza.
- Ha già scelto un nome? – chiede la più giovane prima di chiudersi alle spalle la porta.
- Camilla – pronuncia basso Maria.
- Che bel nome!
Maria e Camilla. Insieme in una camera d’ospedale senza colore e un odore di disinfettante che rende l’aria irrespirabile. Si guardano e non si vedono. Hanno gli stessi occhi velati, ognuna per ragioni diverse.
- Dovresti avvicinarla un pochino, così non può vederti! – dice la nonna Jole.
- Mamma, ma può sentire? – chiede il piccolo Ismaele.
- Certo che ti sente – risponde Jole – diglielo, dille che le vuoi bene e che sei tanto felice che sia arrivata, dai!
Ismaele guarda l’animaletto che giace come dimenticato tra le braccia della mamma. Lo guarda attento:
- E’ davvero….storta.
Ridono tutti. Anche Maria che solo dieci minuti prima aveva detto la stessa cosa rivolgendosi all’ostetrica:
- E’ davvero storta questa bambina.
- E’ lo sforzo del parto – aveva risposto con un sorriso la dottoressa – si raddrizzerà, non si preoccupi.
Invece Maria è preoccupata.
- Guarda nonno, è la numero tre.
- Sei sicuro?
- Certo che sono sicuro – risponde offeso Ismaele.
- E’ un po’ storta…
- Mamma dice che è per il parto, i bambini quando nascono sono tutti un po’ storti. Dice che anche io ero un po’ storto. Però adesso sono dritto. E anche lei sarà dritta quando sarà più grande, l’ha detto la dottoressa.
Lorenzo appoggia una mano sulla testa di Ismaele, gli scompiglia i capelli.
- Speriamo Ismaele, speriamo…
- Non si attacca al seno.
- Si attaccherà.
- Si, ma la dottoressa dice che è strano.
- Forse ha solo bisogno di tempo.
- E nel mentre? Dovrà pure mangiare! – Maria si guarda il seno, più grande di due taglie. Lo comprime un poco per trovare sollievo – Guarda, sembra che debbano esplodere.
- Quando ho avuto te non trovavo neanche un reggipetto tanto mi erano cresciute.
Jole sistema l’ennesimo mazzo di fiori in una bottiglia d’acqua minerale:
- Domani ti porto dei vasi.
- Lascia stare mamma, tanto fra un paio di giorni esco.
- E allora, dobbiamo lasciarli morire ‘sti poveri fiori? Hanno bisogno di spazio per stare bene.
- Anche io, mamma.
- Tu di spazio te ne sei preso anche troppo, bambina!
- Sono troppo stanca per discutere con te...Dov’è papà?
- Ha portato Ismaele a mangiare qualcosa. Quel povero ragazzino stava morendo di fame.
- L’ha vista la bambina?
- Certo che l’ha vista.
- Che ha detto?
- Che è una bellissima bambina!
Maria è scura. I capelli come strisce di liquirizia. La pelle di morena. Gli occhi d’alabastro. Le labbra carnose e di un vermiglio prepotente. Camilla è chiara. I capelli come fili di paglia scordati sul campo dopo l’imballatura. La pelle di luna. Gli occhi come grandi foglie di quercia. Le labbra sottili, appena rosate.
Maria e Camilla si guardano ma non si vedono, gli occhi di entrambe restano velati e ognuna di loro ha la sua ragione.
Maria si scopre un seno. Avvicina la piccola al capezzolo.
- Provi a stingere un pochino la mammella di modo che esca qualche goccia e le bagni le labbra.
- Guardi che non sono una vacca da latte!
L’infermiera la guarda con disapprovazione, spazientita controlla l’ora sul suo orologio da polso:
- Se non riusciamo a farla mangiare anche oggi probabilmente inizieremo a darle il latte in polvere.
- Non capisco che cosa stiate aspettando, mi sembra evidente che non ne voglia sapere del mio.
- Signora, i neonati percepiscono le nostre emozioni, se lei fosse un poco più paziente forse…
- Ma non dica fesserie, i neonati non percepiscono altro che i loro bisogni: hanno fame, mangiano; hanno sonno, dormono. Non è il primo figlio. Evidentemente non ha fame. E se ha fame e non mangia è perché è storta.
- Auguriamoci che non lo sia proprio “tutta”! – ribatte Lorenzo.
- Per…gnam…ch…gnam…no…gnam…n…..
- Ismaele finisci di masticare prima di parlare! Non davanti al bambino, Lorenzo.
- Certo, non adesso, non davanti al bambino, non davanti a Maria!!!!! Insomma, io non posso parlare mai! – Lorenzo si alza da tavola con un gesto nervoso che fa traballare la brocca del vino – Non posso dire che ho fatto una figlia storta che ha lasciato il marito con cui aveva un bel bambino per andare con quello. Con quello che, più storto di lei, la mette incinta e poi che fa? Sparisce! Ecco che fa. E quella creatura…quella creatura non poteva che nascere così: S T O R T A!
Nello spogliatoio l’infermiera Luigia si toglie il grembiule bianco. Lo piega con cura e lo ripone nell’armadietto:
- La numero tre non vuole saperne di prendere la tetta – dice entrando Fernanda.
Luigia si infila un palteau di panno color ruggine e si volta verso la finestra:
- Guarda Fernanda, guarda che strana è la luna: sembra storta.