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Junko aveva occhi grandi e guardava il mondo dalla finestra della sua piccola casa in mezzo al bosco.
Lo guardava di là perché Junko non usciva mai. E non usciva mai perché aveva paura degli animali del bosco. E aveva paura degli animali del bosco perché, le aveva detto la mamma: non ci si può mai fidare di quelli là fuori. Così Junko guardava il mondo dalla finestra della sua piccola casa. Guardava gli uccelli fare il nido. Gli scoiattoli sgranocchiare le ghiande. Le lepri correre di qua e di là: sempre di fretta, sempre agitate. E guardava anche Bastian, un grande orso bruno che, di tanto in tanto, s'aggirava nei dintorni in cerca di un po' di miele per dolcificare il caffè. Sì, perché Bastian adorava il caffè, soprattutto la mattina, quando, prima dei suoi quattordici caffè di rito, era impossibile anche solo parlargli insieme. Non che fosse un orso particolarmente loquace. Anzi, era piuttosto solitario e silenzioso: qualche grugnito ogni tanto, giusto per mantenere un certo contegno orsesco, ma niente più. Oltre a essere un orso particolarmente solitario e silenzioso, Bastian era anche un orso gentile. Per esempio: a differenza di tutti gli altri orsi, Bastian il miele non lo rubava. Lo chiedeva gentilmente alle sue amiche api che, proprio per la sua gentilezza, gliene elargivano in quantità generose. Un bel da dire alle operose bestiole che era troppo, che gliene bastava un cucchiano! Le piccolette s'offendevano, lo prendevano come uno sgarbo. E certi sgarbi, alle brigate giallo nere, era meglio non farli. Ma questo non dice ancora molto di Bastian. Per aiutarvi a capire potrei anche citare un'altra bizzarro costume di quest'orso tutto speciale. La faccenda dei salmoni. Mentre al ristorante degli orsi tutti ordinavano salmone con contorno di patate, Bastian chiedeva soltanto il contorno. Non che i salmoni non gli piacessero. Gli piacevano eccome. Solo si dispiaceva a mangiarli. Aveva, in passato, conosciuto una bellissima famiglia di salmoni che lo aveva accolto come un figlio. Da allora, se proprio gli veniva voglia di salmone, si accertava di mangiarne uno cattivo. Uno di quelli che, anche se spariva, nessuno avrebbe rimpianto. Ogni tanto l'orso chef cercava di convincerlo che la partita di salmoni che gli era stata consegnata apparteneva a un clan di salmoni delinquenti e brutali... ma dei commercianti, si sa, bisogna sempre diffidare! Meglio la pesca privata. E cosa c'entra Junko con Bastian? Un attimo! Siate pazienti e lo scoprirete. Un giorno Junko stava con il nasino alla finestra e vide Bastian che aspettava paziente sotto un alveare con una tazza tra le zampe. Lo aveva già visto molte altre volte, ma, quel giorno, Bastian si voltò verso di lei e la guardò per un lungo istante. Tutto subito Junko ebbe paura e si nascose dietro la tenda. Bastian ci rimase un po' male, ma, d'altra parte, non è nuovo per un orso che gli umani abbiano paura di lui: con tutte quelle favole stupide che si raccontano sugli orsi cattivi! E sì che ne esistono, ma, pensava Bastian, anche tra gli umani ce ne sono di buoni e di cattivi. E' una questione di carattere, mica di specie! Bastian continuò a guardare verso la casina e a puntare la finestra da dove, piano piano, rispuntò prima un nasino e poi due grandi occhioni spaventati. Bastian allora fece un sorriso, ma quando gli orsi sorridono grugniscono un poco, così Junko, sempre più impaurita, scomparve definitivamente dietro le tende. La sera, mentre la mamma la stava mettendo a dormire, Junko azzardò una domanda: mamma, - disse - anche degli orsi non ci si può fidare? La mamma rispose risoluta: soprattutto degli orsi, piccola mia. Mai dare confidenza a un orso, mai! Junko pensò che se la mamma era così sicura, allora doveva avere ragione. Però non riusciva a togliersi dalla testa Bastian. Sì, era grosso e spaventevole. Sì, le aveva grugnito contro. Eppure, per un attimo, le era sembrato che le avesse sorriso. La mattina seguente Junko si alzò di buon ora. La mamma le mise di fronte un latte caldo e due fette di pane spalmate di miele. Junko adorava il miele! Addentando la prima fetta di pane e miele, la piccina pensò a Bastian: anche a lui piace il miele! Avevano una cosa in comune... Potevano anche diventare amici. Ma come si fa a diventare amici di un orso? Pensò Junko mentre stava per addentare la seconda fetta di pane e miele... Alt! Ecco come! Attenta a non farsi vedere dalla mamma, Junko nascose la fetta di pane e miele nella tasca del suo vestitino, poi, di soppiatto, accertandosi di avere strada libera e di non correre troppi rischi, sgattaiolò rapida fuori casa, si diresse verso l'albero accanto al quale aveva visto Bastian il giorno prima, e lì lasciò la fetta di pane e miele. Poi, con il cuore in gola, corse a rotta di collo verso casa e una volta rientrata chiuse la porta alle sue spalle e si appostò davanti alla sua finestra in attesa che qualcosa accadesse. E accadde. Accadde proprio quello che Junko desiderava, ovvero che Bastian, facendo la solita tappa all'alveare, trovasse la fetta di pane e miele che lei gli aveva lasciato. Tutto subito Bastian non la vide perché aveva gli occhi ancora serrati dal sonno: era solo al tredicesimo caffè, bisogna capirlo! Ma quando ebbe ingurgitato la quattordicesima e decisiva dose di caffeina, la vista gli si aprì di colpo e PAF! La fetta di pane e miele gli si materializzo magicamente di fronte. La prese tra le zampe, la annusò un pochino, che l'attenzione non è mai troppa, la voltò e la rivoltò. Infine, in un boccone, la pappò soddisfatto leccandosi tutti i peli intorno al muso. Junko, felice, lo guardava da lontano e diceva, a bassa voce perché nessuno la sentisse: evviva, gli è piaciuta! Bastian, dopo aver ripassato per bene ogni pelo con la lingua, alzò finalmente lo sguardo verso la casina e vide Junko sorridergli dalla finestra. E capì. Perché gli orsi sono sì un poco tonti, ma non del tutto... Bastian voleva ringraziarla ma si ricordò che sorriderle, la mattina precedente, non aveva sortito l'effetto desiderato, dunque alzò la zampa e fece un gesto che aveva visto fare un sacco di volte agli umani: doveva essere "ciao". Junko ricambiò il gesto e restò alla finestra a guardare Bastian che confabulava con le api. Dopo poche parole, le apine, in men che non si dica, sollevarono in gruppo l'alveare e, avvicinandosi alla tazza di Bastian, lasciarono cadere una cascata di miele dorato. Quando la tazza fu piena fino all'orlo, Bastian la sollevò verso Junko e poi la ripose là dove la bimba gli aveva messo il pane e, salutandola con il solito gesto della zampa, sparì nel bosco lasciando lì la tazza con il miele. Da quel giorno i due iniziarono a scambiarsi il pane e il miele. Sempre allo stesso modo. Sempre da lontano. Un piccolo rituale quotidiano che sia l'orso che la bambina aspettavano trepidanti. Poco alla volta incominciarono a sentirsi lui meno solo, lei meno spaventata dal mondo fuori. Nessuno dei due, però, osava avvicinarsi all'altro. Ci sono regole da rispettare! Pensava l'orso. Non si possono varcare certe soglie: la piccina è carina, ma è sempre un'umana. La piccina, da parte sua, avrebbe voluto avvicinare l'orso, ma siccome aveva paura, e siccome Bastian era un orso e la mamma le aveva detto che sono proprio gli orsi quelli da tenere più lontani, continuava a guardarlo da lontano, a sgattaiolare fuori per portargli il pane, ad aspettare il miele e a fargli ciao con la manina da dietro i vetri. Finché un giorno... In una calda giornata di fine autunno Bastian stava andando al suo appuntamento a distanza con Junko quando, proprio mentre stava per arrivare all'albero, vide la mamma di Junko salire in macchina e allontanarsi da casa. Non gli sembrò di aver visto anche la bambina, ma questi cuccioli d'umano sono così minuscoli che a volte non ci si accorge di loro... Mesto mesto, convinto che quel giorno non ci sarebbe stato il pane di Junko ad aspettarlo, pensò di tornarsene alla sua grotta. Qualcosa però lo trattenne. Dalla porticina della casina vide infatti uscire Junko con due fette di pane belle grosse tra le mani. La vide correre verso l'albero. Che faccio? Pensò. Esco allo scoperto? Rimango qui nascosto? E se esco e lei si spaventa? E se esco e lei scappa e non torna più? Chi può dire cosa succede nella mente di un orso? E perché Bastian, invece di rimanersene nascosto nel bosco, decise di uscire allo scoperto? Fece quel che sentì di dover fare. L'istinto, forse. Fatto sta che quando Junko era a un passo dal loro albero, Bastian saltò fuori e le si mise dinnanzi. Quando Junko alzò gli occhi e lo vide non si mise a urlare. Non si spaventò. Non scappò via. Gli si lanciò al collo, invece. Lo abbracciò forte. Tanto che, per un attimo, Bastian rimase attonito. Ma solo un attimo, perché dopo poco anche lui aprì le sue zampone e se la strinse addosso. Rimasero insieme tutta la mattina, poi, giunto il tempo di lasciarsi, Bastian le disse che per un po' non sarebbe tornato... Per il letargo, non per altro. Avrebbe voluto non essere un orso e non dover andare in letargo... Purtroppo però... Ma, le disse, tornerò da te. Aspettami. Junko lo vide sparire nella boscaglia e rimase lì per un po', sola, a respirare l'aria che anche lui respirava. Improvvisamente si accorse di essere fuori, nel mondo, e che non aveva più paura. C'era Bastian là fuori. E poi? Che è successo? Bastian è tornato da Junko? Ora è inverno. Abbiate pazienza. Bisogna saper aspettare. scritto da: charlotte01 alle ore 02:25 | link | commenti (13) categorie:
Dove sto andando?
Cammino senza accorgermi dei passi, del cemento sotto i piedi. Cammino in mezzo alla gente. E' sempre troppa la gente intorno. Dove vanno tutti? A qualsiasi ora del giorno e della notte, essi vanno. Suona come una condanna: essi vanno. Si muovono in file disordinate. Pesanti, le spalle ricurve di chi trasporta troppe altre vite oltre la propria. Oppure gagliardi, la faccia della sfida che poi basta guardarli un attimo negli occhi per scoprire che, come me, hanno paura. Dove sto andando? Avevo dei sogni, un tempo. Erano dei bei sogni a colori, accompagnati da una deliziosa colonna sonora. E la colonna sonora fa sempre così tanto in un film. Erano dei bei sogni. Di quelli che quando ti svegli bruscamente e s'interrompono ti lasciano insoddisfatto. Peccato che sia finito così! E cerchi disperatamente di riaddormentarti: dunque, dov'ero rimasta? Ma anche se ritrovi il punto giusto sulla timeline, il frame esatto, succede, chissà perché, che quello che vedi non è più lo stesso sogno. Come se qualcuno ti avesse giocato un pessimo scherzo e avesse velocemente montato un altro epilogo. Lo sai che non sarebbe finito così, prima. Ma ti sei svegliato e questa è la punizione. Avevo dei bei sogni, ma poi mi sono svegliata. Ho provato a riprenderli là dove li avevo persi, ma non erano più i miei sogni. Allora, visto che sono sveglia, cammino. Dove stai andando? Te lo chiedono sempre, come se davvero importasse loro qualcosa. E se rispondi che stai solo camminando, ti osservano con quello sguardo un po' obliquo di chi non concorda. Non capisce, ma comunque non concorda. Allora provi a giustificarti: no è che prima stavo sognando, poi mi sono svegliata e ho provato a... E loro sempre lì, davanti a te ma altrove. Ti guardano, ma non ti vedono. Ti sentono, ma non ti ascoltano. E tu parli, ma non sai quello che dici. Stai guardando la faccia di quella signora seduta al dehor del bar e pensi che non ti basterebbe un anno per contare le sue rughe. Però la trovi bella. E provi a immaginarla da giovane, magari mentre camminava e intorno aveva troppa gente e in mente un sogno bruscamente interrotto. Nemmeno lei è riuscita a riprenderlo. Ma ha camminato. Ha incontrato gente che le ha domandato: dove stai andando? E lei ha provato a spiegare che non andava da nessuna parte. Camminava. Camminava soltanto. scritto da: charlotte01 alle ore 01:19 | link | commenti (5) categorie: racconti, frammenti, stranigiorni
Nel bel mezzo della gara. Il numero 67543 gareggia con un SUV nero, aggressivo, mostruoso. Un 4x4 che mangia la coda agli avversari. Li sovrasta. Li schiaccia con le sue potenti ed enormi ruote motrici. Li scaraventa oltre la pista.
Il numero 34912 ha una sportiva rosso fiammante. Il rombo del motore echeggia tutt'intorno. La sua vettura è potente, veloce, dinamica. Sfreccia alzando un'ondata di vento micidiale che manda ruote all'aria i concorrenti cui passa di fianco. - Una vera battaglia! Dice il cronista dalla sua postazione privilegiata. - Mai visto niente di simile... Commenta il collega alla sua destra. - Difficile un pronostico. Conclude quello alla sua sinistra. Intanto la corsa prosegue. I corridori danno il meglio di sé. Alcune vetture sbandano finendo fuori strada. Tamponamenti. Incidenti. Molti feriti. Qualche morto. - Alla fine ne rimarrà uno solo, come sempre. Chiosa il cronista di centro. Il numero 797212, sulla sua Giulietta bianca superpotenziata, non molla il tiro. Prosegue concentrato. Risoluto. - Ha sangue freddo, il ragazzo. Sottolinea il giornalista di destra. - Sa il fatto suo. Aggiunge quello a sinistra. - Si vede che s'è preparato seriamente. Esaurisce il centrale. Manca un niente all'ultima curva. Sono rimasti in tre. Il 67543 con il SUV; il 34912 sulla sportiva e, poco più indietro, il 797212 a bordo dell'Alfa Giulia. I primi due corridori non si danno tregua. Il SUV cerca di mettere sotto la sportiva, che con una ripresa incredibile riesce a scamparla. La tattica di entrambi fa perdere loro terreno: la Giulietta li ha raggiunti. Ultima curva, i tre danno il meglio di sé. Eccoli arrivare tutti insieme, in derapata, al traguardo. - Sbalorditivo, amici spettatori. Mai successa una cosa del genere prima. Urla il cronista centrale. - Non resta che attendere il verdetto del giudice di gara. Dalla torretta del giudice, per il momento, nessun segno. L'automobilista del SUV suona prepotentemente il clacson che riproduce una melodia altisonante. Dalla torretta, tutto tace. Quello della sportiva preme orgoglioso l'acceleratore: tutti i 740 cavalli stipati nel motore nitriscono all'unisono. Ancora nulla. Il concorrente della Giulietta scende tranquillo dall'auto. Si dirige verso il portabagagli. Ne estrae un violino e inizia a suonare una musica dolce. Intanto, non molto lontano da lì, due innamorati se ne stanno abbracciati sotto le lenzuola. Lui accarezza la pancia di lei. Lei gioca con una ciocca dei suoi capelli. - Secondo me sarà forte e saprà farsi rispettare. Dice lui. - E se fosse agile e impetuoso? Risponde lei. I due tacciono per un istante. Ognuno perso nei suoi pensieri. - Vorrei che fosse deciso, ostinato e semplice, come te. Se ne esce improvvisamente la ragazza. - Vorrei che avesse la tua sensibilità e la tua dolcezza. Ribatte il ragazzo. Sulle piste il numero 797212 suona il finale del pezzo. D'un tratto cala il silenzio. Dalla torretta del giudice, sotto gli occhi increduli dei cronisti e dei due automobilisti, un varco si apre. Il numero 797212 ripone con gentilezza il violino nella sua custodia. Apre il portabagagli. Vi adagia il violino ben protetto nella sua custodia. Sale sulla Giulia. Mette in moto e si dirige verso il varco. Senza fretta. Nella camera da letto, i due innamorati giacciono l'uno accanto all'altra, come assopiti. Lei apre gli occhi. Accarezza la guancia di lui. Lui la guarda. - Sicuramente sarà un bambino felice. scritto da: charlotte01 alle ore 17:24 | link | commenti (2) categorie: racconti
La bionda lo punta.
Non si capisce bene con che parte del corpo lo faccia, ma quel che è certo è che lo punta. Lui resiste per almeno tre minuti: li ha contati, ne è sicuro. Poi s'avvicina. L'aria distrutta dell'uomo ferito. Lei lo accudisce. Sapienti mani da pubblicità per preservativi. Sono tocchi leggeri che recitano innocenza e candore perduti almeno dieci anni prima. Lui si lascia fare. Povero cane in cerca di un nuovo padrone per cui scondinzolare e pisciarsi tra le zampe! Lei gli liscia il pelo. Sono morbide le dita di fresco dipinte. Bianca la pelle depilata delle sue gambe appena scoperte. Invisibili le rughe coperte da un manto di cipria. Centocinquanta euro la settimana per sembrare un po' meno consumata dal deserto che ha attraversato. Pensa a come svegliarsi prima, la mattina, perché lui la ritrovi esattaemente com'è ora. Ci vuole tempo per recuperare il tempo. Lui dice: mi hanno abbandonato. Lei dice: io, non lo farei mai. Cammina, la bionda, su scarpe di serpente. Sventola la gonna vaporosa perché non le fasci il culo. Sventola il biscotto che ha tra le gambe. Il cane la segue: sono libero, non ho nemmeno il guinzagllio. La bionda ancheggia: sono libera, non ho nemmeno bisogno dell'amore. scritto da: charlotte01 alle ore 19:41 | link | commenti (1) categorie: racconti, frammenti, stranigiorni, ethos
Una messa in fila di perline di plastica.
Questo sono le tue parole. Tolto il tono, l'ornato del tuo discorso finto, rimane la pochezza. Ascoltarti è come ascoltare il deserto. Un cumulo di emozioni di altri, acquistate per qualche euro su una bancarella la seconda domenica del mese. scritto da: charlotte01 alle ore 19:02 | link | commenti (2) categorie: frammenti
C: No, ho detto che non ci vado, e non ci vado!
C1: Mmmm, non è bene, non è bene! C: Ma perchè dovrei andarci scusa? C1: Be', hai dei doveri, non puoi fare finta di nulla. C: E chi lo dice? C1: IO. C: Tu, tu... ma cosa ne sai tu? Sempre pronta a giudicare, condannare. Certo, sei davvero invadente! C1: Invadente? Ma dico, scherzi? E' il mio compito. Sono una seria io! C: Seria... diciamo pure che sei un dito dove non fa piacere, almeno non sempre... C1: Ma brava, oltre che menefreghista, mi diventi anche volgare adesso! Se ti sentisse la tua coscienza! C: Oh questa? Ma se stiamo parlando?! C1: Sì, vebbe', è un modo di dire... C: Capisco... C1: Non sperare di cambiare discorso, signorina! Torniamo a bomba... C: Ma torniamo dove ti pare! La mia decisione l'ho presa, non puoi farci nulla, rassegnati. C1: Sì, così mi diventi un'anarchica come quei tuoi amici... C: Ma quali amici? Di che stai parlando? C1: Lo so io di cosa parlo! C: Ah be', se lo sai tu, allora... C1: E su dai, ripensaci! Non senti che l'istinto ti chiama? Camilla... Camilla... C: No, fidati, l'istinto tace. Piuttosto tu... C1: Certo, è sempre colpa mia! Quando non sai a cosa aggrapparti finisce sempre così. E' sempre colpa di qualcun'altro. C: Ma hai bevuto? E da quando scaricherei le mie colpe? Se non ti conoscessi così bene, direi che non hai la minima idea di chi stai parlando. C1: Stai di nuovo glissando... C: Ho detto che non ci vado! N O N C I V A D O! Chiaro? C1: Come vuoi, se vuoi disinteressarti del tuo Paese, se vuoi fare finta di nulla... C: No, io voglio un Paese diverso da questo. Un posto dove gli uomini siano degni di tale nome, dove crescere e prosperare... Come fai a non capire? C1: Sei una visionaria, lo sai? C: E tu sei rigida. C1: Bene! C: Già, bene! .... C: Comunque a votare non ci vado... Ohi, sei ancora lì? Coscienza???? Mavaffanculovai! scritto da: charlotte01 alle ore 12:08 | link | commenti (6) categorie: frammenti, stranigiorni, ethos |
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