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Rifaccio il letto con le lenzuola felpate, ormai gualcite, del vecchio corredo da sposa di mia madre.
Il pensiero a mia nonna è inevitabile. La immagino, tutta emozionata e seria mentre sceglie grembiali, asciugamani, tovaglie, tovagliette e tovaglioli... La vedo tirare fuori orgogliosa, da un vecchio baule tinta cachi, pacchi e pacchi di biancheria e le lenzuola di lino fatte da lei almeno dieci anni prima. E' il 1965. Forse novembre o dicembre. Fra qualche mese sua figlia si sposerà. E si che in effetti è un po' giovane per il matrimonio, ma è meglio così: con i tempi che corrono, con quel lavoro che la tiene lontana da casa, e quel treno, tutti i giorni Neive-Alba, Alba-Neive. Meglio così. Starà più tranquilla una volta che Maria sarà sistemata. Lui. Be', lui non è proprio quello che aveva sperato per sua figlia. Un piemontese. Un fotografo. Un uomo di vent'anni più grande della sua bambina. E poi, a trentacinque anni, vivere ancora con i genitori! Non è nemmeno bello: il culo basso, le gambe corte. Però sembra un bravo ragazzo: così silenzioso, mite. A volte è impacciato, ma chi non lo è di fronte a quell'orso testone di suo marito! Comunque è di buona famiglia, e se Maria lo vuole che se lo prenda! Questo pensa, e intanto toglie le palline di naftelina consumate dal tempo dai nylon che proteggono le lenzuola. Erano ancora a "casa" quando, filo dopo filo, ha tessuto quei manti di lino grezzo. Ancora vivevano in Calabria, in quella cascina che piegava la schiena ma che mai ha negato loro pasti abbondanti. E là c'era il sole. Un sole così vicino e grande che a volte pareva di poterlo toccare. Non come questo sole malato e finto del Piemonte. E là, anche se erano semplici mezzadri, erano trattati bene, non dovevano dire sissignore a suore pigre e baldracche come quelle dell'ospizio in cui lavora. Le ha viste lei, queste figlie del signore, lascirsi infilare le mani sotto le gonne dal pretino di turno. Meglio segnarsi, che alcune cose è peccato anche solo pensarle. Lei, dopo tanti anni di matrimonio, non si è mai fatta vedere nuda da suo marito. Certo, lui qualche volta, a tradimento, ci ha provato ad accendere la luce in quei momenti lì, ma lei subito si copriva, e poi, le sere dopo, appena si infilava nel letto, oplà, gli girava culo e schiena e buonanotte. E' ancora lì che scava nel baule e mentre piega, e sceglie, e scarta, pensa che Maria è fortunata. Più fortunata di quanto lo sia stata lei. Perchè Maria ha una madre che ci pensa a lei! E suo padre non sperpera i guadagni a suon di puttane e vino da osteria. Lei si è sposata che non aveva niente. E' arrivata un giorno a casa del suocero, per firmare il fidanzamento, con il suo fagotto: due camicie da notte, due gonne, due maglie, e il vestito per andare a messa la domenica. E se lo ricorda, come fosse oggi, che fine hanno fatto tutte quelle cose. Se la ricorda la scenata folle di quella zitella acida - che nessuno ha mai voluto - di sua cognata. Si ricorda di come quella pazza si era messa ad urlare dalla finestra " E' questo il tuo corredo pezzente? Vattene vai, vai a rubare i soldi da un'altra parte" ! E le aveva buttato in strada quelle sue poche cose. Ma Giuseppe l'amava tanto e la voleva lo stesso. Per lei aveva anche sfregiato un ragazzo, quel ragazzo bello e con la moto che le disegnava cuori su pezzi di legno rubati a bottega. Quel ragazzo che lei amava tanto da sette anni e che avrebbe sposato se i suoi fratelli non si fossero opposti: "non fa"! - le avevano detto senza aggiungere altro. E lui finì con lo sposare sua sorella, la piccola, dopo averla compromessa in un pagliaio. E dopo le aveva detto: "Raffaelina, l'ho fatto perchè volevo starti vicino". E lei gli aveva creduto e lo aveva perdonato. E aveva riso e ballato al loro matrimonio. Aveva augurato a entrambi tanta felicità e se l'era strappato dal cuore. E Giuseppe, che l'amava e la voleva, che aveva sfregiato un ragazzo per lei, quando la sorella impazzita rovesciò in strada le quattro cose che possedeva, le aveva promesso: "il corredo te lo faccio io". E poi è partito volontario in guerra, dove lo pagavano così bene che insieme al corredo avevano potuto comprarsi anche una piccola casa. E poi si sono sposati, e la prima notte lei gli aveva detto "Pe', spegni la luce che mi vergogno"! E lui la spense per i 50 anni successivi. E per i 50 anni successivi lui l'amò tanto, e anche lei l'amò tanto, pure se non era bello come quell'altro e non le aveva mai portato cuori incisi su pezzi di legno rubati a bottega. scritto da: charlotte01 alle ore 17:59 | link | commenti (3) categorie: racconti, frammenti
Mi sono nascosta nel ventre di Napoli. Ho sceso e risalito scale senza voltarmi, perché le fiamme dei tuoi occhi non mi bruciassero ancora, Sédom. Mi sono addentrata in cunicoli bui, umidi e stretti. Ho corso nel labirinto del tuo impulso famelico, inciampato nelle tue perversioni. E sono caduta. Caduta oltre, nelle viscere di una città che, tua complice, mi ha immolata sull’altare della tua voglia. Sono caduta oltre la terra che, sopra le nostre teste, veniva calpestata. Oltre il tempo scandito dai campanili, dal chiacchiericcio costante nei vicoli. Oltre lo spazio vitale ridotto dal via vai delle persone, dagli oggetti di bottega vomitati per le strade. Oltre, dove il tuo desiderio mi ha inseguita violento, diventando respiro sul collo. Nel ventre di Napoli ho ascoltato un concerto di gocce, mentre candele alla citronella illuminavano il tufo e tu mi infliggevi i tuoi occhi verdi, impietosi come una punizione: Guardami! Mi hai ordinato in un sussurro. Guardami! Hai continuato a dire mentre le tue mani scivolavano sotto i vestiti per toccare la pelle. Guardami! Mentre anche l’ultimo bottone ha smesso di resistere. Guardami! Mentre le tue dita sono affondate in me come lame. Nel ventre di Napoli, aggrappata alla parete frolla, con tutto il peso del tuo corpo addosso, mi sono lasciata scopare dalle tue dita grandi. Mi sono piegata docile ai tuoi morsi. Ho ansimato quando hai succhiato i miei capezzoli duri. Ho stretto i pugni quando la tua bocca ha gustato i miei umori come il succo di un frutto maturo. Nel ventre di Napoli mi hai fatta inginocchiare ai tuoi piedi, mi hai infilato il sesso caldo in bocca tenendomi forte la testa tra le tue mani che ancora avevano il mio sapore. Nel ventre di Napoli ho creduto di morire soffocata dall’amore che hai rovesciato nella mia bocca. E io ti ho bevuto amore mio. Mi sono saziata della tua ambrosia. Fino all’ultimo sussulto. Avida. scritto da: charlotte01 alle ore 19:13 | link | commenti (1) categorie: frammenti, eidolon |
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