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Mancano esattamente ventiquattro ore alla prima pantagruelica mangiata.
Si inizia sempre con la sua famiglia. Che poi è puro culo, perché anche nella mia si è sempre festeggiato il 24. Da Babbo Natale fino alla prima tredicesima. Poi? Non so, qualcuno ha deciso per il 25. Meglio così. Conteggio dei regali, tutti, anche quelli per il 25 che non si sa mai! Sconforto. Nonostante i regali pensati da mesi, quelli dell'ultimo rush, quelli riciclati dall'anno passato ne manca ancora uno. Ripassino veloce: MANCA. Niente da fare. Nella piccola seicento che sfreccia nel traffico c'è silenzio. E' terrore. Panico da domenica 23 dicembre. Soltanto 24 ore. Torino - nord, est, sud e ovest, più colline - rovesciata sulle strade illuminate dalle Luci d'Artista (sempre le stesse, solo rimescolate per non dare nell'occhio). Rumore. Di voci. Di auto. Di nenie cantate da alberi in plastica antropomorfi: uiuissciuemerricrismas, uiuissciuemerricrismas, uiuissciuemerricrismaseneneppiniuiiir!!! E gli occhi a palla, inquietantemente appoggiati su fili verde marcio, fanno su e giù. Su e giù. Crepitii delle caldarroste a 70 centesimi l'una, ricarico del 200%, esentasse. Si vede che a natale sono più buone anche le castagne! Bimbi che piangono. Mariti che fumano. Donne in preda a una sorta di delirio orgasmico di fronte alla vetrina di Intimissimi: - L'hai vista AMORE, quella è la sottoveste che indossa la Bellucci nello spot di Muccino!? Il marito guarda la sottoveste. La moglie. La commessa del negozio. Sospira. - Ma l'hai vista? Eh? L'hai vista BENE? Amore, l'ha vista, l'ha vista, ma forse non ti vuole dire che dentro quella mise in satin noir gli ricorderesti più lo zampone di Capodanno che il tango della Bellucci. E forse, se fai la brava e la smetti di rompere i coglioni, non te lo dirà. Forse, in un impeto di gioia natalizia riuscirà anche a mentirti spudoratamente: - Io ti preferisco nuda. Si, è vero. Al buio. Mi aggrappo al braccio di A. Lui al mio. Entrambi spaventati dal defluire folle di una massa informe dallo sguardo spiritato. - Le due bottiglie di dolcetto!!!!!! - Urla A. fermandosi improvvisamente. Luce scenica su di lui. Occhio di bue a 5000 watt e tutto intorno è nero. E' niente. Eccolo il mio Jago, scaltro e diabolico. - Fantastico! C'è solo un problema: lo zio ha la cirrosi e due by pass. Non mi sembra carino regalargli del vino! - Ah. Ma quanti anni ha? - Una sessantina...credo. - Be', quanto gli rimaranno: 10, 15 anni di vita... che se la goda almeno! Finalmente a casa. Bella quest'aria di chiuso. Bello questo silenzio. Z I O Scrivo sul postit giallo che appiccico al cartone delle bottiglie. Dopo tutto di qualcosa si deve pur morire . scritto da: charlotte01 alle ore 19:04 | link | commenti (3) categorie: gileppo s
Oggi mi sento bello. Così dice a., minuscolo perché… Io lo guardo. Bene. Ma quella che vedo è la solita faccia di cazzo piantata su al risveglio. Perché a. si sveglia, pare, come tutti quanti, pare. Anche se poi torna a dormire. Ho i brividi. Dice. Lo capisco: il mondo fuori dalla porta di casa fa questo effetto a molti. E’ influenza anche questa, in fondo, ma non si può curare con sonno e aspirina. Neanche con Alprazolam, Valium, Tavor, En, Sereupin, Lexotan… a. parla. Io ascolto. a. dice sempre le stesse cose. Io ascolto. Voglio averne il vomito di queste sue parole vuote. Voglio una vita da bohème. Dice una sera la piccola a. Bisogna diventare adulti. Sentenzia il pomeriggio seguente. Tu non mi ami perché non rischi. Se ne esce la stessa mattina in cui si sente bello e io lo vedo comunque uguale. La piccola a. non vede davanti ai suoi occhi perché troppo concentrato su di sé. Troppo legato alla quieta, modesta e molesta pratica sociale di questo piccolo mondo antico:
Una donna Un uomo Un amore Un cane Un bambino
Una frode. L’unicum che riconosco è un amaro di scadente qualità. Ironia della sorte. Lo si beve da ragazzini. Per sbronzarsi in fretta e poterne dimenticare, prima, l’abominevole sapore. Costa poco. Lo si trova al primo supermercato dietro l’angolo. A volte anche al discount. L’UNICUM. Un amore da discount. Questo mi chiede la piccola a. che mi vorrebbe adulta (ma non adultera): testa alta e culo stretto (non con lui, ovviamente). Questo mi chiede a. minuscolo, che è tempesta ormonale, ma non basta.
a. minuscolo perché il suo canto è diventato lo straziante lamento di un poeta in fin di vita.
scritto da: charlotte01 alle ore 14:31 | link | commenti (1) categorie: eidolon
Desiderio rotto
di mani. Cieca violenza di colpi d'amore. Un morso livido "A" di sangue e denti sulla pelle bianca. Assenza solitudine liquida tra cosce ansiose di aprirsi ai tuoi occhi. Questo mi rimane di te scritto da: charlotte01 alle ore 19:15 | link | commenti (2) categorie: eidolon
Puniscimi
perchè ho peccato. Al rogo la strega che ti ama. scritto da: charlotte01 alle ore 19:02 | link | commenti (1) categorie: eidolon
1.0 - C'E' UN INIZIO PER OGNI COSA
Aspettiamo nella sala d’attesa del consultorio. Io seduta scomposta, rosicchiando le unghie fino a farle sanguinare. Betta con le gambe incrociate, dritta come una candela, sgranando il suo bracciale buddista, con gli occhi persi sul cartello informativo che le sta davanti: - Tu l’hai mai provato il cerotto anticoncezionale? - Io no, e tu? - No. Fine della conversazione. Le nostre sono sempre state chiacchierate brevi. Fin dall’inizio, quando un giorno me la vidi entrare in casa in compagnia di Annalaura, l’infermiera che faceva le iniezioni di Buscopan a mia madre che in quel periodo soffriva di dilanianti mal di schiena. Andai ad aprire la porta e dietro le gambe spesse e tornite che riconoscevo, spuntava un visino appuntito i cui piccoli occhi verde chiaro mi fissavano ambigui: - Allora Betta, hai perso la lingua? Saluta Greta! – Disse Annalaura spingendo la bambina dagli occhi taglienti davanti a me. - Ciao.. – fece lei. - Ciao.. – risposi io, e me ne tornai in camera a giocare per i fatti miei. Betta non ci mise molto a raggiungermi: - Ce l’hai Barbie Fior di Pesco? – mi chiese come se dalla mia risposta dipendesse la risoluzione del nostro rapporto. - No. Ho solo questa. – le risposi porgendole una Barbie Qualsiasi alla quale avevo tagliato e tinto di nero i capelli. Betta, biondissima, la guardò un poco schifata e aggiunse soltanto: - Ma Barbie è bionda! – e se ne andò. Per caso, o per losche congetture genitoriali, me la ritrovai compagna di classe l’anno successivo, in seconda elementare. Era stato deciso che avrei dovuto cambiare scuola: da quella del piccolo paese di Langa in cui vivevo, a quella della prima grande città di Langa in cui mia madre aveva messo su la sua atelier di moda. Non fui certo entusiasta del cambiamento, ma a sette anni il mio potere decisionale era pari a quello del pesce rosso fluttuante nella boule sopra la mia scrivania. Quando entrai in classe lei era girata di spalle: la coda di cavallo dorata che le scendeva al sedere, i pantaloni rosa che uscivano appena da sotto il grembiule nero - stirato alla perfezione con un grosso colletto di pizzo inamidato - e le scarpe bianche. Scarpe così bianche non ricordavo di averne viste mai. Non so perché, ma la riconobbi subito. Neanche di questo fui entusiasta. Una delle mie nuove maestre - perché in città le cose funzionavano in modo diverso dal paese e ogni classe aveva almeno quattro insegnanti: uno per le materie letterarie, uno per quelle scientifiche, uno per la musica e uno per la religione – mi presentò alla classe: - Questa è Greta, la vostra nuova compagna. Facciamole un applauso di benvenuto! Lo fecero. Tutti tranne Betta. Lei mi guardava le scarpe, i miei scarponcini marroni con i bordi di lana; poi i pantaloni a quadretti che uscivano un poco dal mio grembiule nero, un po’ gualcito; infine si soffermò ai miei capelli corti rosso carota. All’epoca portavo anche degli orribili occhialini rotondi per correggere un leggero strabismo, che per altro mi porto orgogliosamente dietro da trent’anni. I suoi occhi aguzzini si fissarono dritti nei miei, abbozzò un sorriso che mi parve un ghigno e io pensai alla mia vecchia classe; ai miei dieci compagni; alla mia amichetta Sara, la figlia del panettiere; alla maestra Mariagrazia, che da sola ci aveva insegnato a leggere, scrivere e contare. Il presagio di tempi duri divenne una certezza durante l’intervallo, quando tentai di avvicinarmi al gruppo delle femmine per giocare con loro e Betta mise a segno il primo punto: - Lei ha tagliato i capelli alla sua Barbie e poi li ha colorati di nero. Una raffica di sguardi sdegnati mi volò addosso. Sentenza ed esecuzione insieme. Non mi fu concesso neanche un avvocato d’ufficio. Per Natale chiesi in regalo Barbie Fior di Pesco. Dopo mesi passati a giocare con i maschi ero determinata a conquistarmi il favore delle femmine. Ma anche quel tentativo fu vano, perché al rientro delle vacanze natalizie scoprii che la mia Barbie nuova era una sorta di cimelio antico. Era tempo di Barbie Luce di Stelle. E Betta l’aveva. Il mio turno arrivò soltanto un mese dopo, al mio compleanno. Le due cucitrici che lavoravano in atelier con mia madre mi confezionarono, con gli scarti delle stoffe della produzione, un’intera collezione di abitini per la mia Barbie “Cimelionuova”. Fu un successo. Improvvisamente diventai la beniamina del gruppo delle femmine. Betta incassò: - Carini..- disse passandoli uno per uno – ma le scarpe? Betta era così. Mi scappa una risata. Betta smette di sgranare il suo bracciale buddista: - Cosa ti ridi? - Nulla, pensavo ai vestitini della Barbie. Scavallando le gambe per riaccavallarle dalla parte opposta abbozza un sorriso: - Eri davvero tremenda! – dice di slancio. - Io? Ma se eri tu la stronza. - Mmmm Fine della conversazione. Betta è così. - Allora? - Niente.- rispondiamo in coro io e Betta. - Niente? Come niente? - Eh, niente, niente…- sottolineo. - Ossignore! Ma quanto ci vuole a fare un test? - Quindici minuti, se hai voglia di fare pipì subito.- dichiara sicura Betta. La guardiamo entrambe stranite. - Be’, ma da quanto tempo sta là dentro? - Non so, circa mezzora.- rispondo controllando l’orologio attaccato alla parete, mentre una parte del mio cervello si sta perdendo in strane raffigurazioni e incomincia a pensare a come sarebbe se, le lancette di quell’orologio, invece di essere semplici frecce nere, fossero di forma fallica: un cazzino e un cazzetto. E magari, invece dell’involucro a cerchio due belle tette prosperose. Non sarebbe strano, in un consultorio, ma il mondo manca di ironia. L’ho sempre pensato. - Vabbe’ – dico alzandomi – vado a prendermi un caffè alle macchinette qui sotto. Chi lo vuole? - D’orzo, grazie.- risponde Betta. - Vengo con te.- dice Marta. Nell’attesa che il caffè scivoli giù per i tubi guardo Marta, piegata sulle ginocchia, di fianco alla macchinetta, come nelle foto di squadra. E’ così che ci siamo conosciute. Giocavamo entrambe nella squadra di pallavolo del Liceo. Lei era una fuori serie. Una di quelle che se avesse voluto avrebbe potuto entrare in una qualsiasi squadra nazionale. Ma già all’epoca era una testa matta. Una di quelle persone che ci mettono niente a mandarti a fare in culo. Così, nel periodo in cui giocavamo insieme, era riuscita a farsi terra bruciata tra tutti i manager sportivi di zona. - Ma com’è che io invecchio e tu sembri sempre la stessa di quindici anni fa? – le dico porgendole la brodaglia da venti centesimi spacciata per caffè. - Si, si…prendi per il culo! - No, sul serio. Hai ancora la stessa faccia. Lo stesso sguardo rabbioso e vivo. - Sono lesbica. - E questo cosa centra, scusa? - Le lesbiche invecchiano dopo. Come gli uomini. - E’ una tua personale teoria o ha qualcosa di fondato? - Boh! E’ la prima cosa del cazzo che mi è venuta di dire per rispondere alla tua domanda del cazzo. - Carina! - Anche tu. Sempre. – mi dice accarezzandomi dolce la guancia. Marta è l’unica donna che mi ha fatto mettere seriamente in dubbio la mia eterosessualità. In quegli anni in cui tutto ti innamora, quando basta un gesto, un’occhiata, una parola in più o in meno - ma soprattutto basta fare esperienze, non importa quali, ma tante - siamo state follemente innamorate l’una dell’altra. Iniziò per caso, e per gioco. Una sera, dopo gli allenamenti, andai a dormire da lei. Ci andai perché mia madre, sempre troppo impegnata con il lavoro, non avrebbe potuto accompagnarmi alla partita la mattina dopo, e i genitori di Marta si offrirono di farlo al posto suo. Siccome in quel periodo ancora abitavamo la casa del paesino di langa si pensò che la soluzione ottimale fosse che mi fermassi direttamente da loro, la sera prima. Mia madre non amava questo genere di cose, queste ospitate a casa di altri, e per me la motivazione rimane un mistero ancora oggi, ma quella volta fu indulgente, o quanto meno stanca abbastanza da non opporsi. Dunque rimasi da lei. Dopo cena ci rintanammo in camera, come da adolescenti si fa, per raccontarcela. In quel periodo ero invaghita di un ragazzo di quinta che neppure mi degnava di uno sguardo. Benché trattassi questa cosa in gran segreto, il mio perder le bave dietro al belloccio dell’istituto era di dominio pubblico. Anche questo era tipicamente adolescenziale, così come lo era il piangermi addosso: - Ecco, sono un cesso, per questo non mi caga di striscio! Guarda, guarda che cazzo di gambe enormi. E il culo? Una portaerei! - Io ti trovo bellissima. – mi aveva detto lei sfiorandomi le labbra con un bacio lieve. Fu inaspettato e sublime. E no che non ci avevo mai pensato a una cosa del genere. Due ragazze. No, non era nelle mie prospettive. Ma non era neppure male. E poi, a quindici-sedici anni gli ormoni sono ormoni. Nella penombra della stanza, illuminata solo da una piccola lampada da lettura, la vidi bella. Bella come una Beatrice, salvifica e redentrice. Bella e tremenda come la Salomé di Wilde. La pelle diafana. Gli occhi scuri e profondi. I capelli corvini, lisci e morbidi, lunghi e ordinati. Risposi al bacio. E al bacio seguirono carezze. Alle carezze ansimi. Il mattino dopo ci presentammo cadaveriche a colazione: - Ragazze, ma a che ora vi siete addormentate? – ci chiese sua madre. - Bo’..- rispose Marta, e intanto mi dava piccoli calci da sotto il tavolo e mi sorrideva sottecchi. - Eh, anch’io alla vostra età me la contavo tutta la notte con le amiche! Io non dissi nulla. Rimasi con gli occhi bassi fino al palazzetto evitando di incrociare lo sguardo della madre per paura che capisse. Le sorrido piena di gratitudine per quella carezza sincera e per tutte le altre prima di quella. Quelle appassionate e sensuali. Quelle caste e rassicuranti. Sfilo dallo sportello l’ultimo bicchiere: l’orzo per Betta. Il colore della bevanda mi fa trasalire. L’odore preferisco non approfondirlo. - Sicura di volerlo bere? – chiedo a Betta che si è appena portata il bicchiere sotto al naso. - Perché? - No, è che ha un colore così…così strano. - Ci hai sputato dentro? Ancora per quella storia della Barbie? Scoppiamo a ridere tutte. Di una risata nevrotica e carica di tensione. Una risata rumorosa che ci fa guardare male da tutti quelli che abbiamo intorno. Un risata che si spegne in un attimo: - Positivo – dice Crista apparendo improvvisamente davanti a noi – sono incinta! E sul viso ha un sorriso a trentatre denti che nessuna di noi si aspettava di vedere. Rimaniamo a fissarla per qualche secondo. Ammutolite. Attonite. Frastornate. Mi avvicino per prima e l’abbraccio. Scoppio in lacrime per le emozioni che sento dentro e che non saprei definire. C’è un inizio per ogni cosa. scritto da: charlotte01 alle ore 14:27 | link | commenti (2) categorie: racconti |
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