bloggostradale
 
...morale della favola...   giovedì, 31 gennaio 2008
C'era una volta una medusa, una bella medusa rosa e piccina, con velleità sportive. La medusina voleva infatti imparare a nuotare e, magari, diventare anche una campionessa.
Accadde così che un giorno di burrasca, la medusa, che si chiamava Loretta, venne sospinta, insieme ad altre meduse come lei, sulla riva, vicina vicina alla spiaggia.
Fu un attimo e tutte le persone che stavano fino a quel momento a nuotare tranquille e beate nell'acqua fresca del mare, uscirono di gran corsa. Chi urlando. Chi borbottando. Chi atterrito dalla paura.
Uscirono le belle signore odorose di olio di cocco. Uscirono i fidanzati tenendosi abbracciati. Uscirono i bellimbusti gonfiando i loro petti muscolosi. Uscirono le mamme con i bambini. Le nonne con le cuffie fiorite. I nonni con il loro bottino di vetri levigati e conchiglie.
Solo un bimbetto ossuto, con il capello arruffato e ribelle e una costellazione di lentiggini che gli puntillavano il visino non troppo grazioso, restò immerso nell'acqua salata. Tutto solo, senza né braccioli né salvagente, era infatti così concentrato nei suoi goffi tentavi di stare a galla che non si era accorto del fuggi fuggi generale. Tanto meno delle meduse.
Loretta, che non poteva certo imparare a nuotare dalle altre sue compagne, e che non era riuscita, fino ad allora, a convincere un qualche pesce a insegnarglielo, pensò:
- Ecco la mia occasione, sarà quel coraggioso piccolo di umano a insegnarmi! - e si lasciò lentamente trasportare dalla corrente fino a quando non gli fu accanto.
- Psssst... - fece Loretta - Psssst, ehi bambino, dico a te!
Il bambino allora si girò di scatto:
- Che vuoi? - le rispose sgarbato - non lo vedi che sono impegnato? Sto imparando a nuotare, io.
- Certo, lo vedo - gli rispose Loretta - ed è proprio per questo che mi sono avvicinata a te: anche io voglio imparare a nuotare!
Il bambino incomincio a ridere:
- Ahahahahah, che stranezza, ma lo sanno tutti che le meduse non possono nuotare senza l'aiuto del mare! Non sono mica dei pesci?! Non hanno le branchie, le squame e le pinne.
- E tu? - ribatté la medusa impertinita - tu che non sei un pesce e dunque non hai né branchie, né squame, né pinne, come pretendi di imparare a nuotare?
Il bambino si fece serio serio. La guardò per un istante, perplesso, poi gli spuntò sul viso un'espressione decisa e disse:
- E sia, ti insegnerò a nuotare.
Incominciò a spiegarle alcune regole di base: come tenere alto il baricentro, come battere le gambe, come muovere le braccia. E si esibì anche in apprezzabili dimostrazioni pratiche. La medusa lo ascoltò pazientemente e, quando il bambino concluse la sua lezione, gli disse umile:
- Ho capito tutto, c'è solo un problema: io non ho né braccia, né gambe e non so esattamente che cosa sia questo baricentro di cui parli tanto.
Discussero un pochino fino a quando conclusero che avrebbero dovuto ingegnarsi e cercare un altro sistema. Parla, parla. Discuti, discuti. Arrovellati, arrovellati. Non ne venivano a capo. Quando, privi di idee e stanchi di parole, stavano ormai per rinunciare all'impresa, Loretta sbottò:
- Forse, se tu mi prendessi sulla tua mano e mi aiutassi così a muovermi nell'acqua potrei imparare...
- E' un'ottima idea! Proviamo. - rispose il bambino tutto contento, ma come Loretta gli fu sopra il palmo piantò un urlo di dolore e la scaraventò lontana.
- Maledetta, l'hai fatto apposta, mi hai ingannato! Io ti ho offerto la mia mano e tu mi hai pizzicato.
Loretta, ancora un po' scossa per l'atterraggio violento, gli rispose:
- Ma io  volevo solo imparare a nuotare! Non ti ho ingannato: non lo sapevi tu che sono una medusa?

scritto da: charlotte01 alle ore 18:40 | link | commenti (8)
categorie: racconti
GOOD MORNING TORINO   mercoledì, 30 gennaio 2008

Il 17 ovvero l'autobus della speranza.

Ci sono il novantanove virgola nove per cento di possibilità che, una volta raggiunta la fermata di Corso Sebastopoli - tre minuti a piedi, contati, dal portone di casa sua - dovrà attenderlo per quindici, forse venti munuti. Inutili gli sforzi di indovinarne il ciclo temporale di passaggio. A qualunque ora la storia si ripete. Alternativa al 17? Nessuna. A meno di camminare, e parecchio.

Quando le porte si aprono la signora con il carrello a quadri blu e rossi urla forte al conducente:

- ASPETTA!!!!

Un ragazzone bello pasciuto, dall'aria vagamente beota, le porge il braccio a cui lei si aggrappa senza troppo ringraziare. Sceso finalmente l'ultimo scalino di ferro la signora si gira perentoria e rivolgendosi al ragazzo fa un gesto rapido con la mano, come dire "dai passa".  Lui le porge allora il carrello a quadri blu e rossi: ha l'aria di fare una certa fatica ma dalle sue labbra non esce un lamento. Non una battuta.

Sarà il nipote. Pensa Camilla che finalmente può salire nell'acciugaia. Ma no, mentre la signora, non senza un certo sforzo, mormora un - grazie eh! -, il bimbone risale taciuturno e si disperde sull'autobus.

Da terra la signora con carrello pesante intona una serie di indicazioni stradali a un non ben identificabile passeggero dietro Camilla:

- Mi ha capita? Non deve scendere nella piazza grande che stanno facendo i lavori, deve andare ancora innanzi. Poi dopo un po' scende e trova il mercato. Lo riconosce subito perché c'ha tanti banchi. Ha capito? Quindi lei va sempre dritto ol... - ma le porte dell'autobus si chiudono e Camilla, in prima fila senza neanche aver pagato il biglietto, osserva l'allontanarsi del gesticolare, ormai muto, della signora.

Un vecchio, che indossa un borsalino liso di colore ormai indecifrabile, continua a tossirle dritto sulla faccia. Una tosse aromatizzata aglio e dentiera sporca. La giovane nera, al suo fianco, urla in creolo contro il suo cellulare. Una mamma esausta tenta di tenere seduti i suoi due bambini che paiono posseduti, o in preda al ballo di San Vito.

Camilla aggancia il palo di ferro che ha la presunzione di dividere lo spazio di salita da quello di discesa dal bus, tira fuori un libro e legge. Solo una volta superato il cavalcavia di corso Bramante alza il naso dalle pagine spesse e ingiallite del volume preso in prestitto alla bibblioteca comunale.

Alza gli occhi e lo cerca. Lo cerca là dove Lui l'aspetta ogni mattina. E lui, come ogni mattina, c'è. Ci sono i suoi occhi piccoli, neri e vivaci. Ci sono i suoi denti di un biancore inaspettato. Ci sono le sue corsette per non scontentare nessun cliente.

Come ogni mattina indossa un giubbino giallo fosforescente e una borsa da postino che divide diagonalmente il suo petto, ricadendogli sulla coscia. Tra le mani tiene una decina di giornali che distribuisce insieme a un sorriso a chi, poco prima del semaforo, tira fuori dal finestrino la mano facendo tintinnare monetine d'oro e d'argento. E ogni mattina sorride anche a lei, che il giornale non lo compra mai e lo legge al bar prima di salire in ufficio. Le sorride piegando in avanti la testa e accompagnando quel gesto con un piccolo cenno della mano. E lei gli risponde, con la stessa gestualità, che tra loro è ormai rito, codice, protocollo privilegiato di comunicazione.

Chissà se, quando anzichè prendere l'auto, Camilla sale sul 17 della speranza, Lui si domanda che fine abbia fatto? Se rimane qualche minuto in più in quell'angolo di strada, che è ormai il suo posto di lavoro, pensando che forse la sveglia di lei non ha suonato? Che potrebbe avere il raffreddore? Oppure potrebbe aver preso un giorno di vacanza?

Così questa, come altre mattine, lei vede lui, ma lui non può vedere lei. Nascosta, spintonata, schiacciata,  tra un vecchio all'aglio, un'urlatrice africana e due piccoli demoni ballerini lei lo saluta comunque.

E solo allora la sua giornata incomincia davvero.



scritto da: charlotte01 alle ore 14:07 | link | commenti (3)
categorie: stranigiorni
trave   mercoledì, 16 gennaio 2008
continua a guardare la pagliuzza nell'occhio dell'altro quando il problema è la trave, che non sta esattamente nel suo occhio, e neppure nei pressi.

questione di sopravvivenza. pensa.

amami. dice tra sé.
amami, è un ordine. ripete.
amami, o almeno fingi. cazzo.

perché in fondo le bastano parole.
perché in fondo anche a quelle ci si può aggrappare.
perché di più, lo sa, non avrebbe. (vorrebbe?)

lo sa?







scritto da: charlotte01 alle ore 15:01 | link | commenti (9)
categorie: eidolon
  martedì, 15 gennaio 2008

Monica ha 36 anni. Tre figli. Un marito. Una casa su due piani ( tre camere, doppi servizi, cucina, sala da pranzo e garage). Due lauree (una italiana e una canadese). Due lavori (all'università di vancouver e al consolato). Conosce quattro lingue, e una di queste è l'ebraico. Ha vissuto a Israele. Ha fatto una stagione in un kibbutz. E' bella.

Monica non è uno dei tanti personaggi dei miei racconti. No. E' una cazzo di donna reale. Perfetta.

Non posso fare a meno di pensare:

- ho 29 anni e non mi sono ancora laureata ( e non che una laurea in dams mi cambierà mai la vita, ma così, giusto per la soddisfazione di appenderla sul muro e ricordarmi dei 7.200 euro di tasse universitarie spese per niente);

- ho sempre 29 anni e non ho un lavoro "vero" (e qui la parentesi diventa impegnativa. In sintesi, dicesi lavoro "vero": quel genere di occupazione che divora gran parte della giornata di un essere umano, che lo sostenta economicamente, che - con un po' di culo - lo gratifica);

- ho 29 anni e non ho una strada da seguire. Mia. Appagante. Necessaria.

Ci vuole ordine e disciplina nella vita.

MAVAFFANCULO!!!!!

Ho avuto una visione pensando a Monica, e ad Alessandra (sua madre). Ho visto Alessandra, come Artemide, scoccare dal suo arco materno la frecciamonica. Tesa la corda al massimo. In alto la mira. In alto per farla arrivare lontano.

Ci vuole ordine e disciplina nella vita. Come pure un po' di culo ogni tanto...

MAVAFFANCULODUE!!!!!!!

Così, mentre siamo sulla Gileppomobile e fuori "schizzicheja" (che non so se si scriva così, ma si dice così, e significa: pioviggina), dico a 'Leppo: non c'è niente da fare, c'è chi nasce dritto e chi storto; io sono nata storta. E 'Leppo prende l'accendino dal cruscotto e si riaccende la sigaretta (che quelle di tabacco si spengono in continuazione) e giustamente non mi risponde.

E fa bene, perchè qualsiasi risposta sarebbe terribilmente triste e noiosa (NONO, TU SEI LA PIù FICA DI TUTTE/I; TU SEI IL GENIO INCOMPRESO INCASTRATOI IN UNA SOCIETA' CHE NON PUò SOSTENERE LE TUE IDEE PERCHE' ANCORA NON LE AFFERRA; TU SEI TUTTO, TROPPO, ESAGERATA ECCO!!!).

E se, una volta a letto, non riesco a prendere sonno da sola ci penseranno le benzodiazepine a soccorrermi.

MAVAFFANCULOTRE!!!!!!!!!!!!!!!

 

 



scritto da: charlotte01 alle ore 12:31 | link | commenti (15)
categorie: frammenti, gileppo s
Boule   mercoledì, 09 gennaio 2008
Arriva in ufficio insieme al motociclista.
Il motociclista è un tipo metodico, come un tea inglese il boato della sua moto tuona per la via alle 17h00 in punto. Tutti i giorni, cinque su sette.
Arriva in ufficio anche se è troppo tardi per mettersi a lavorare, e troppo presto per non farlo.
Salvare la facciata, almeno questo. Per uscire di casa si è dovuta dare tanti di quei calci in culo che ancora le fa male.
In ufficio poche anime e comunque le stesse che ha lasciato prima del Natale. Più grasse, solo più grasse.
Sarà per questo che la urtano in continuazione? Perché sono ingombranti?
C'è aria di cambiamento. Si cerca un nuovo Presidente. Maschio. Ovviamente maschio. Tant'è che il suo nome non è neppure in lista. E la cosa la fa incazzare un po'. Meno di ieri. Più di domani.
Tipo lo sfiorare una medusa quel tanto che basta per sentire il pizzicore sulla pelle, ma poco per lasciare il segno davvero.
Ogni fine d'anno prevede un bilancio. Il suo rimane in rosso. Come quello precedente, e il precedente ancora.
Investimenti sbagliati. Si dice.
Andrà meglio. Prova a pensare.
Basta essere attenti. Osservare. Capire. Indirizzarsi. Scegliere.
Basta scegliere! E' questo che le ripetono. E per uno strano effetto domino ha incominciato a ripeterselo anche lei.
Il fatto è che non c'è molto da scegliere nella boule-mondo.
Nuota in tondo. Aspetta che qualcuno le lanci dall'alto un po' di mangime. Di tanto in tanto sale in superficie per sbocconcellare. Fa qualche salto, senza esagerare che intorno c'è sempre un gatto. Un bastardo di gatto pronto a farne un pasto.
La libertà di scegliere di un pesce rosso.
A voler pensare in positivo, è pure vero che si stava peggio nella busta di plastica trasparente del tirassegno.
Ma è mai possibile che non le sia concesso di raggiungere il mare?
Alza il culo dalla sedia. Ritira la scenografia dal teatrino della scrivania.
Domani. Domani quando le cambieranno l'acqua salterà dritta nello scarico. Fanculo! Fanculo ai gatti. Fanculo alla boule di vetro che ti lascia guardare il mondo, ma non toccarlo.
Domani. Magari prima delle 17h00.






scritto da: charlotte01 alle ore 18:22 | link | commenti (7)
categorie: stranigiorni
Bootstrap   lunedì, 07 gennaio 2008
Ecco quello che vorrei.
Svegliarmi la mattina.
Accendere il cervello quel tanto che basta per sembrare viva.
Niente di più.

Il bootstrap ideale per il mio cervello lancia programmi minimi d'esecuzione:

1. scendere dal letto
2. fare la pipì
3. prendere il caffè
4. docciarmi
5. vestirmi
6. uscire di casa
7. andare al lavoro
8. lavorare
9. pausa pranzo
10. lavorare
11. tornare a casa
12. cenare
13. dormire

Come dovrei o avrei dovuto essere.
Quello che sarò se e solo se.
Quello che dovrei o avrei dovuto fare quando.
Quello che dovrò fare quando.

CHISSENEFREGA!!!!

Per un giorno, uno soltanto, vorrei essere una "macchina".



scritto da: charlotte01 alle ore 11:03 | link | commenti (9)
categorie: stranigiorni