bloggostradale
 
che poi   martedì, 26 febbraio 2008
mi viene una gran voglia di commentare i profili quando vago curiosa tra i nomi e le icone e gli avatar e le foto delle facce che non sono le vostre facce ma quelle di altri e altre meglio di voi o almeno è questo che pensate quando scrivete che non sapete chi siete chi volete essere e chi volete diventare da grandi che grandi lo siete per la maggior parte ma non vi ci sentite vi sentite tutti soli o estremamente felici o assolutamente tristi più tristi di me di lui di lei che stanno a leggervi e la verità è che non siete non sono non siamo tristi più tristi felici più felici furbi più furbi ma solo un branco di egocentrici che fanno finta di essere umili carnivori travestiti da vegani vegani che la carne no le piante chi se ne frega quelle mica soffrono e forse è verò ma se non sei pianta come fai a saperlo mentre invece carne lo sei lo siamo tutti e quando ti sbucci un ginocchio ti sfibri un legamento a cortina e ti frantumi i coglioni davanti la tv lo senti di essere carne e che la carne soffre più della foglia della piantina di marijuana che tanto non te la mangerai mica la fumerai in compagnia pensando di trovare delle risposte filosofiche alle domande filosofiche che peccato che non se le facciano tutti ma se mettessi su italia uno e guardassi gli amici della de filippi ti accorgeresti che le tue sono davvero domande della domenica buona di costanzo che è sempre più grasso e per questo lo mettono sul satellite che là c'è più spazio però non vorrei sempre fare la merda a volte vorrei essere buona per ricevere tanti regali ma quelli della lista che faccio io perché mi sono proprio rotta di ricevere sempre delle minchiate stratosferiche e poi volete smetterla di regalarmi libri sulla questione palestinese che non me ne può fregare di meno e lo so che non è bello che me ne sbatta candidamente le palle perché non è che ci si possa interessare sempre di tutto che di tuttologi è pieno il mondo e se devo dirvelo e ve lo direi anche non dovessi mi hanno davvero smarronato gli zebedei impagliati di mio nonno che stanno sul muro della stanza da letto di mia nonna che ha sempre pensato che quella in fondo fosse la parte migliore di suo marito e tutti ci siamo sempre chiesti quale fosse a quel punto la peggiore ma certe cose non si possono dire un po' come non si può dire che non si è interessati alla morte di benazir bhutto che altrimenti passi per un ignorante per giunta maschilista anche se sei una donna e allora ti guardano di traverso come se fossi un boccone masticato male e tu vorresti semplicemente finire la tua birra che una volta non ti piaceva ma i gusti cambiano come le persone allora che senso ha scrivere un profilo soprattutto quando si viene meglio di fronte.

scritto da: charlotte01 alle ore 18:33 | link | commenti (14)
categorie: stranigiorni, ethos
Euphorion   martedì, 26 febbraio 2008
Bianca Neve mise fuori la testa dalla porta dello studio e disse alla sua segretaria:
- Non mi passi nessuna telefonata! – poi richiuse e sprofondò nuovamente nella poltrona in pelle color daino.
- Dunque signor Fosco, la situazione è delicata, ma io posso aiutarla, e vedrà, pochi giorni e un piccolo aiutino e tutto questo sarà soltanto un ricordo.
E mentre Ugo Fosco giaceva sempre più accartocciato nella poltrona di rimpetto, in pendant con l’altra, Bianca Neve si mise a scrivere su preziosi fogli di carta filigranata su cui, in alto a sinistra, era inciso a caratteri argentati: dott.sa Bianca Neve, Animimotuspatologa.
- Ecco – disse porgendo il prezioso scritto – qui c’è la soluzione di tutti i suoi problemi. Sono 250 euro.
 
Natale prese in mano il foglio filigranato e lesse: Euphorion, induttore della felicità. Posologia: 50 mg tre/quattro volte al giorno preferibilmente lontano dai pasti da sciogliersi in qualsiasi liquido. Alzò lo sguardo e fece una rapida panoramica degli scaffali poi si diresse verso un armadio con i paraventi decorati, lo aprì, si appoggiò gli occhiali sulla punta del naso e scorse, come in una lettura, i ripiani:
- Ah! – esclamò a un certo punto afferrando un piccolo contenitore pieno di una polverina multicolore. Poi tornò al banco:
- Trentadue euro.
- Trentadue euro?! Così caro?
Il vecchio Natale sorrise bonario, come un babbo amorevole:
- Ragazzo, la Felicità non ha prezzo.
- Lei dice?! – Ugo Fosco pagò e uscì.
 
Rientrato in casa si affrettò a nascondere il vasetto nello stipite della cucina, prima che Bestia lo sorprendesse. Poi accese la TV e lasciò che il suo occhio destro si intrattenesse un poco con la danza delle immagini luminescenti, e mise l’occhio sinistro di guardia alla porta d’ingresso. E così strabico fece quello che gli veniva meglio: attese.
E nell’attesa qualcosa arrivò. Un certo brusio infatti risuonò da dentro il suo stomaco. Fame.
 
Davanti al frigorifero fece un breve inventario: una scatola di dadi, un uovo, mezzo litro di latte scaduto, una confezione di würstel di pollo aperta, un tubetto di maionese ritorto e due carote con problemi di salute. Fu allora che da dietro le sue spalle Bestia rese nota la sua presenza:
- Che merda! Non c’è mai un cazzo dentro ‘sto frigo.
Ugo Fosco, che preso dalla conta alimentare aveva dimenticato di lasciare un occhio di piantone, sussultò:
- Quando sei arrivata? Non ti ho sentita entrare.
- Certo, stai sempre con la testa fra le nuvole tu. Che cazzo ch’ai poi da pensare tutto il giorno! Pensi, pensi…come se nella vita si campasse di pensieri. E adesso che ti fai? Un bel uovo alla Seinsfrage? O due würstel alla Nietzsche? Che Dio sarà pure morto, ma quelle salsicce stanno in coma. Stronzo che sei!
- Pensavo di uscire a fare la spesa…
- Eccolo, Lui pensava! Avete sentito tutti? L’ameba qui, lo scarto, pensava. Eh, certo. Quello sa fare, quello fa! E vorrebbe uscire lui. Andare al supermercato, si, e magari anche scambiare due battute con il tizio della gastronomia. Aiutare la vecchina a tirar fuori la merce dal carrello. Sorridere alla cassiera con la french manicure. Come fosse uno normale…
Improvvisamente lo stomaco tacque, Ugo Fosco chiuse il frigo e a spalle curve si diresse verso il divano. E si divanizzò. Mentre Bestia continuò la sua cantilena:
- Sei un fallito. Bla bla…Non sei nemmeno in grado di prenderti cura di te stesso. Bla bla. Non hai uno straccio di donna. Bla bla. Anche gli amici ti hanno abbandonato. Bla bla.  
Allora Ugo Fosco prese in mano un libro ma Bestia ci si appoggiò sopra. Infilò un dvd nel decoder ma Bestia si piantò di fronte allo schermo. Guardò verso lo stipetto e Bestia se ne accorse:
- Cosa guardi?
- Niente!
- Come niente, guardavi verso lo stipetto.
- Ma no, ero assorto, non so neanche io cosa stessi guardando. Ero sovrapensiero.
- Certo, e quando mai!
 
Il campanello suonò tre volte. E quando il campanello suona tre volte è sempre il postino. Ugo Fosco tentò di alzarsi ma non ebbe la forza di spostare Bestia, stesa sopra di lui. Un attimo di silenzio e poi di nuovo tre scampanellate. Poi lo scemare di un rumore di pedali da oliare.
Verso mezzogiorno aprì un occhio. Diede una rapida sbirciata all’intorno: di Bestia nessun indizio. Aprì anche l’altro. Si tirò su. Rimase per un po’ seduto in mezzo al letto poi, tutto ammaccato, si trascinò fuori dalle lenzuola. Percorse il corridoio come fosse la Stramilano. Raggiunse il bagno, fece qualche goccia e uscendo inciampò nello specchio:
- Ce la prendiamo comoda al mattino! – Bestia gli stava di lato, riflessa in tutta la sua mastodontica presenza.
- Se tu non mi dormissi addosso, forse… - ma Bestia non gli diede il tempo di finire la frase e svanì così come era venuta.
Non era neppure in cucina. Nel lavello i piatti di una settimana. Qualche avanzo di pane mangiucchiato. Un torsolo di mela imbrunito. Aveva anche provato a lavarli, la sera prima, ma Bestia si era messa proprio lì, accanto al suo orecchio, e lui aveva finito per rinunciarci ed era andato a letto e aveva finto di addormentarsi subito, perché lei smettesse di tormentarlo. Nella miscela del caffè, prima di chiudere la caffettiera, aggiunse 50 mg di Euphorion. Poi apparecchiò due tazzine, le appoggiò sulla tavola e attese che il caffè salisse.
- Era ora, - disse Bestia che, attirata dalla fragranza arabica sprigionatasi nella stanza, riapparve improvvisamente – avevo proprio voglia di un buon caffé.
- E’ appena uscito.
Presero il caffé, seduti l’uno di fronte all’altra. Ugo Fosco in preda a una strana agitazione. Bestia stranamente taciturna.
- Sapeva di bruciato.- disse infine Bestia appoggiando la tazzina nel lavello, in bilico tra piatti, posate e bicchieri ormai incrostati.
 
Da sotto la porta d’ingresso, in mezzo a batuffoli di polvere grigia, spuntava un biglietto. Ugo Fosco lo raccolse:
 
PACCHETTO PER LEI
DIETRO LA SIEPE IN GIARDINO.
SICCOME NON LA TROVO MAI,
E LE CODE IN POSTA SONO SEMPRE UN’AGONIA
HO PENSATO …
BE’ INSOMMA, SPERO LE FACCIA PIACERE
SE CI FOSSERO PROBLEMI MI TROVA
A QUESTO NUMERO
22438923467
Isabella (la postina)
 
Isabella Speranza stava per ultimare il suo giro. Afferrò l’ultimo pacchetto di lettere da consegnare e si stupì di come quel gesto, che solitamente la metteva di buon umore, quella mattina non le facesse lo stesso effetto.
Ché un brividino lo sentiva si, ma era più una sensazione di paura:
- L’ho fatta grossa, questa volta l’ho fatta grossa. - pensava tra sé - E se qualcuno lo rubasse?
Se in quel pacco ci fossero carte importanti? Forse soldi. Mai più, mai più. La prossima volta nessuna iniziativa personale, solo il protocollo. Tre scampanellate. Trenta secondi. E poi strap: avviso di giacenza. E chi si è visto si è visto.
Così si torturò per tutta la giornata, e per molte altre a seguire, Isabella Speranza, in attesa di una telefonata che non arrivava mai.
 
Ugo Fosco, quella stessa mattina e per qualche giorno ancora, tentò di chiamare la gentile postina. Voleva ringraziarla. Voleva dirle che il pacchetto era stato nascosto così bene che anche lui, nonostante le direttive, ci aveva impiegato un bel po’ a trovarlo. Ma ogni volta che si avvicinava al telefono Bestia ci si piazzava sopra. Decise allora di scriverle un biglietto e di attaccarlo alla porta non appena Bestia si fosse distratta, sperando che Isabella la postina, durante uno dei suoi giri, lo trovasse.
Passarono i giorni e divennero settimane.
Il biglietto attaccato alla porta ingialliva e rimaneva lì. Ingiallivano e rimanevano nel lavello i piatti sporchi. Ingiallivano gli abiti da lavare che invadevano le poche stanze della casa. Ingiallivano e finivano con il morire le piante del giardino. L’Euphorion no, quello non ingialliva, ma diminuiva drasticamente e Bestia sembrava esserne immune e diventava ogni giorno più difficile convivere con lei. Intercettava e boicottava qualsiasi iniziativa di Ugo. Intercettava e boicottava anche i suoi pensieri a volte impedendo loro di trasformarsi in azione.
 
Agli ultimi 50 mg di Euphorion Ugo Fosco decise di tornare dalla dottoressa Bianca Neve.
Bianca Neve, come la prima volta, mise fuori la testa dalla porta dello studio e disse alla sua segretaria:
- Non mi passi nessuna telefonata! – poi richiuse e sprofondò nella poltrona in pelle color daino.
- Signor Fosco, - disse severa – parliamoci chiaro: lei non mi aiuta per niente!
- Cosa significa che non l’aiuto?
- Che lei non mi ascolta: fa di testa sua.
- Ma, veramente io ho seguito pedestremente le sue istruzioni. Ho somministrato la polverina per quattro volte al giorno, per un totale di settecentotrenta dosi. Eppure è tutto uguale.
- Non può essere tutto uguale! Lei ha sicuramente sbagliato qualcosa. La mia diagnosi è perfetta. La mia cura è perfetta. Dunque…
- Forse dovremmo tentare altre strade. Non so…
- Va bene – disse a quel punto Bianca Neve che appariva offesa nel suo orgoglio di professionista. Di nuovo si mise a scrivere sui preziosi fogli di carta filigranata su cui era incisa a caratteri dorati: Dott.sa Bianca Neve, Animimotuspatologa, LUMINARE. Poi porse il foglio a Ugo Fosco:
- Duecentocinquanta euro.
 
Euphorion 1000,  strainduttore della felicità. Posologia: 100 µg quattro/cinque volte al giorno + 50 µg all’occorrenza, da sciogliersi in qualsiasi liquido, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Natale questa volta si diresse dritto all’armadio con i paraventi decorati. Estrasse un piccolissimo contenitore di polvere bianchissima. Tornò al banco:
- Sono centosessantaquattro euro.
- Caspita, è aumentato!
- No, questo è il prezzo di mercato della Super Felicità – disse con la solita aria da babbo, Natale.
- Capisco. - Ugo Fosco pagò e uscì.
 
Era deciso a prendere il bus. Voleva vedere volti. Ascoltare voci. Annusare profumi. Ma quando arrivò alla fermata Bestia era lì ad aspettarlo:
- Dove sei stato?
- Ho fatto due passi.
- E cosa fai l’uno all’ora? Sono due ore che ti cerco!
- Cosa volevi dirmi?
- Niente.
- E perché mi cercavi allora?
- Lo so io perché! E cosa fai qui, alla fermata?
- Aspetto il bus.
- Il bus, con tutta quella gente che ti guarderà, ti schiaccerà, ti aliterà in faccia e si accorgerà di…
- Di che?
- Niente, lascia stare.
 
Sulla porta ancora appeso il biglietto. Ugo Fosco ebbe un attimo di indecisione poi lo staccò:
- Che ti credevi? Che quella sarebbe tornata qui per te? - Bestia stava lì, ancora al suo fianco, fedele come un cane ma meno di compagnia. Un cane bastardo e rognoso. A volte lo seguiva anche in bagno. Lo torturava mentre cagava. Mentre si lavava. Mentre si radeva.
- Non so se puzzi più tu o la tua merda. Guarda che pancia da camionista che ti è venuta a forza di divano. Ma lascia stare quella barba, tanto sforzo per toglierla che poi se la tieni è meglio, che così ti si vede di meno.
 
Isabella quel mattino passò davanti alla sua porta comunque, anche se non aveva pacchi per lui, anche se le serrande erano tirate giù da giorni, anche se era il suo giorno di riposo. Passò e suonò tre volte, per abitudine. Attese ben più di trenta secondi, poi prese dallo zaino il block notes e la matita e scrisse:
 
SONO PASSATA PER SAPERE DEL PACCO.
SPERO BENE.
Isabella
 
Staccò il foglio e lo infilò sotto la porta e tornò a casa un po’ delusa.
 
Ugo Fosco vide spuntare il biglietto bianco dalla fessura della porta. Guardò Bestia. Bestia guardò lui. Stettero entrambi in silenzio fino a quando furono sicuri che Isabella fosse abbastanza lontana e non potesse più sentirli. Ugo raccolse il foglio. Bestia gli si posò sopra.
Come la volta prima: Isabella Speranza aspettò una telefonata, Ugo tentò di farla, Bestia lo intralciò:
- Perché dovresti chiamarla?
- Per ringraziarla.
- E poi?
- E poi cosa?
- Quando l’avrai ringraziata che succederà?
- Ma nulla, cosa vuoi che succeda?
- Appunto, nulla. Non succede mai nulla. Allora perché darsi tanta pena?
 
Passarono altre settimane. Settimane in cui fece un gran freddo a casa di Ugo Fosco poiché, visto che non pagava, gli avevano staccato il riscaldamento. Isabella Speranza smise di lasciargli biglietti scritti a matita e incominciò a lasciargli avvisi di raccomandata. Smise anche di suonare tre volte il campanello, perché tanto nessuno apriva mai la porta. Ma soprattutto smise di preoccuparsi per quel pacco nascosto in giardino, che tanto, se ci fossero stati problemi, qualcuno l’avrebbe di certo cercata.
 
Ugo Fosco non smise invece di pensare a Isabella. Ogni giorno il pensiero di lei si faceva più intenso. Pensava a lei la mattina. Il pomeriggio. La sera. E spesso anche la notte, quando fingendo di dormire per non dare spago a Bestia, provava a dare alla postina senza volto occhi, naso e labbra. Le diede allora due occhi scuri e lucidi. Un naso piccolo e regolare. Labbra carnose e rosse.
Poco per volta le diede anche un corpo. Delle belle mani lunghe. Gambe muscolose, per via della bicicletta. Un sedere alto e sodo. Un seno burroso. Provò anche a disegnarla un giorno. Ma non avendo matite colorate segnò con delle frecce appunti di colore. Per i capelli scelse un bel marrone striato di arancio.
Così immaginava. Immaginava e disegnava. Disegnava e si dimenticava di Bestia, dell’Euphorion 1000 da centosessantaquattro euro a boccetta. Bestia di tanto in tanto si posava sui suoi disegni. Calpestava i colori. Scombinava i pensieri. Ma Ugo Fosco la spostava, ripuliva i fogli, riordinava le immagini e ricominciava a disegnare.
 
Una mattina raccolse tutti i disegni, prese una federa pulita dall’armadio della biancheria, e li infilò dentro. Da un cassetto pieno di cianfrusaglie racimolò dello spago con cui legò l’improvvisato pacchetto cercando di fare un bel fiocco e sull’ultimo foglio rimasto scrisse:
 
 
PACCHETTO PER LEI
DIETRO LA SIEPE IN GIARDINO.
SICCOME NON CONOSCO IL SUO INDIRIZZO
HO PENSATO …
BE’ INSOMMA, SPERO LE FACCIA PIACERE
SE LE ANDASSE UNA TAZZA DI CAFFE’
QUESTO E’ IL MIO NUMERO
224475003217
Ugo (quello che non apre la porta)
 
 
Uscendo per fare la spesa lo attaccò alla porta. Bestia lo seguiva a distanza. L’aria abbattuta. Di tanto in tanto cercava di dirgli qualcosa ma proprio in quel momento Ugo si fermava a parlare con il verduriere, il tassista, l’impiegato alla fermata del bus e non la ascoltava.
Passò di fronte al palazzo dove si trovava lo studio della dott.ssa Bianca Neve. Un omino piccoletto, pasciuto e rubicondo stava sbullonando la targa dorata. Un altro, delle stesse dimensioni solo più magro e svanito, ne teneva in mano una di cristallo incastonata di quarzi iridescenti. Un terzo, probabilmente gemello, era incollato a una calcolatrice e mentre sbatteva violento sui tasti ripeteva:
- Duecentocinquanta euro per sessanta:  quindicimila! – poi, tutto rosso in volto borbottava – è pazza, è pazza. Fare queste spese folli! E tu – rivolgendosi al piccoletto svanito – cerca di fare attenzione: hai una fortuna in mano!
Passò anche davanti alla farmacia del vecchio Natale, che era chiusa. Accanto alla vetrina però un cartello indicava una grossa buca delle lettere, e sul cartello c’era scritto: per le vostre richieste a Natale.
 
Sulla porta non c’era più il biglietto. Ugo Fosco controllò dietro la siepe e non trovò nemmeno il pacco. Bestia non disse nulla, entrò in casa a testa china e sgattaiolò in un’altra stanza. Tornò dopo un po’ e chiese:
- Cosa credi che succederà dopo?
- Nulla, Bestia, dopo non succederà nulla.
E sorrise.


scritto da: charlotte01 alle ore 10:54 | link | commenti (3)
categorie: racconti
è ben povera cosa   mercoledì, 20 febbraio 2008

- Quanto?
La voce arriva da un abitacolo in pelle color nocciola. Profumo di sudore misto a un eau de chissà che cosa vendutogli da una signorina in tailleur bluette che gli ha rifilato anche il dopobarba e il bagnoschiuma:
- Che poi le conviene e se acquista anche tre prodotti della stessa linea per donna ha la nostra tessera gratuita con tanti vantaggi, e poi...  - ammicca - sua moglie sarà contenta di questo regalo.
- ... e se non fossi sposato? - gongola il pesce all'amo.
- Be', sicuramente non le rimarranno in casa per molto: ci sarà una bella signora che gradirà!
Flap, flap. Fanno le ciglia finte applicate al mattino presto: "Che la miglior pubblicità siete voi!" ripete il direttore della profumeria tutti mesi a riunione.
Beep be beep, fa l'aggeggio del bancomat mentre tenta la connessione con il server centrale.
Lui è tarchiato. Folti capelli biancogrigi da istrice sfiorano il tettuccio, chiuso ma panoramico, come volessero bucarlo.
La faccia è squadrata. Rasatura del mattino. Gli occhi piccoli e ravvicinati. Scuri. Occhi senza sfumature. 
Il naso è neue sachlichkeit. Ricorda quello dell'Impiegato Municipale di Grosz. Le narici dilatate, un po' bombate, dalle quali si affaccia minaccioso un pelo irto e nero, il Temerario.  La bocca è sottile, praticamente inesistente. Tra la testa e il torace l'abbozzo di un collo chiuso in un Tab puntamente incravattato Regimental.
- 20 bocca, 50 bocca e fica. No culo.
Niente tessera per la slava in microgonna e leggins di rete. Però anche il suo capo, come il direttore della profumeria, conosce il potere della merce esposta.
Slava slavata ma meglio della mano pelosa che tiene il volante.
Capelli chiari e fini incollati a un volto da bambina invecchiata. Le labbra disegnate dalla matita sembrano più carnose. Il colore del rossetto è troppo scuro per la pelle diafana del suo viso. Gli occhi nascosti dietro una maschera di ombretti violacei non raccontano nulla.  Al collo, fragile e allungato, un crocifisso in bigiotteria dondola da destra a sinistra.
- Come ti chiami?
- Kristina.
- Di dove sei?
- Bucarest.
- Quanti anni hai?
- Venti.
La guarda. Tenta di fermarsi sul viso ma poi segue la catena scurita del crocifisso che le si è infilato tra i seni. Cristo tra le tette di una mignotta.
- Da quanto tempo sei in Italia.
- Fano due ani.
- E da quanto...si da quanto stai per strada?
- Io putana.
Lo dice con una naturalezza imbarazzante. Quasi ci fosse nata puttana.
- Tu paghi me subito - gli dice mentre lui si sbottona la patta.
- Si, certo - risponde prendendo il portafogli dalla tasca interna della giacca in fresco di lana - Tieni! E le porge 100 euro. Lei li prende, si infila una mano nella tasca e ne estrae 50, il resto.
- No no, tienili tutti. Così ti compri qualcosa che ti piace.
Senza sorriso rimette i soldi nella tascha da cui tira fuori un preservativo.
- No, il pompino fammelo senza. Lei ci pensa.
- Pero non vieni in mia bocca!
- No, no. Le prende la testa e se la porta tra le gambe.
La slava lo lecca, poi lo prende in bocca ingoiandolo più che può. Lui geme e guarda le stelle attraverso il vetro del tettuccio. Il cielo è il soffitto illuminato del privé di un locale di lusso parigino. La donna piegata sulla sua asta eretta è la donna che tutti avrebbero voluto quella sera e che ha scelto lui. Lo ha impolorato, anzi:
- Je te prie, je te prie, je veux te prendre dans ma bouche.
La slava si ferma. Si sfila gli slip. Gli infila il preservativo e gli si mette cavalcioni.
E lui ora è braccato sul divano del privé. Davanti ha un cesto di frutta fresca e dello champagne d'annata. Le tende rosse di velluto pesante sono chiuse. Lei si tira alle cosce il vestito di Dior e lascia che la potenza di lui gli scivoli dentro fino a farle male.
Si muove come in preda al delirio la sua signora in nero. E mugula. E dice ancora, ti prego ancora.
Rimbalza come su quelle palle che usano i bambini nei giochi la slava in calze a rete, ma senza divertimento. Poi si ferma, si sfila:
- Io non ti piace?
In mezzo alle gambe giace la povera cosa (1). Tutt'arricciata e brunastra.
La bionda tira giù la microgonna, si sistema la maglietta e stacca il crocifisso dalla pelle umida.
- Ciao, torna a trovarmi un'altra volta. Dice piegandosi verso l'interno dell'auto scura sempre più maleodorante. E il crocifisso in bigiotteria torna a fare la danza del pendolino. Destra. Sinistra. Destra. Sinistra.
Lui le porge dal finestrino un sacchetto bianco con una scritta dorata e i manici in fettuccia di raso.
Lei l'afferra e come una bambina curiosa fruga subito all'interno. Tira fuori un profumo, un bagnoschiuma e una crema per il corpo e legge compitando:
- A B S E N C E - poi ricaccia tutto nella borsa e torna al suo angolo dove un'altra automobile nera e grande la sta già aspettando.

(1) ringrazio un amico per "la povera cosa"



scritto da: charlotte01 alle ore 13:28 | link | commenti (7)
categorie: racconti
Una partita persa   mercoledì, 13 febbraio 2008

Parlando, tra una passata di zucca e pane vecchio naturalmente trasformatosi in crostini, lei le racconta storie nuove.

-         E poi c’è lo zio Pippo...

-         Il feticista, si.

-         Si, sai la storia dei cimeli delle sue conquiste femminili…

-         Si si, ricordo. Reggicalze, guepière e tanga come se piovessero più o meno nascosti nei cassetti.

-         Non erano cimeli.

-         In che senso scusa?

-         No, è che a lui, ogni tanto, piace vestirsi da donna.

Betta tira fuori così, come un coniglio dal cilindro di un mago, la storia dello zio travestito. E Camilla proprio non riesce a immaginarsi quel omone di novanta chili agghindato con pizzi e lustrini.

-         E poi che fa? No, dico: sta a casa e si guarda allo specchio? Esce per locali?

-         Ah, questo non lo so…

-         Cazzo!

-         E sai la faccenda dell’eredità, che mia Zia Marcella si è rifiutata di versarmi la sua quota?

-         Certo.

-         Be’, è uscito fuori che è una vendetta.

-         Una vendetta per cosa? Che le hai fatto?

-         Io niente. Mio padre e Pippo, di tanto in tanto, quando erano adolescenti, si infilavano nel suo letto.

-         Tuo padre e il travestito?

-         Si.

-         …con la sorella?

-         Si.

-         Cazzo!

Non è giusto. Pensa Camilla. Betta è già bella (schifosamente bella), ricca, fortunata al vomito, e lei, lei che fino ad allora aveva detenuto quanto meno il primato della famiglia più disastrata si vede portare via, da sotto il naso, anche quello.

Ed ecco che così, quella madre anaffettiva, tutta concentrata su di sé e sulle borse di Vuitton che cambia come le mutande (un giorno si e uno anche), portata per le relazioni umani insane, attaccata ai soldi come uno scalatore alla sua roccia, le è, per l’ennesima volta, completamente inutile.

Potrebbe ancora far leva sulla figura paterna, ma ormai un padre in contumacia non fa più notizia. E poi, quella storia dell’attesa a bordo della strada, quando lui avrebbe dovuto andarla a prendere per portarla a comprare i quaderni e le matite colorate per il suo primo giorno di scuola, l’ha già raccontata mille volte. E’ lacrimevole si, ma basta, è esaurita.

E il fratello gay, anche quello non prende più. Nell’era del ALL DIFFERENT ALL EQUAL avere un fratello gay è come avere una barca parcheggiata in un molo in Costa Smeralda: un lusso. Un obbligo borghese. Che le rimane allora? L’ultimo cucchiaio di crema di zucca nel piatto, ecco cosa.

Che fino a un anno fa Betta non sapeva neanche cucinare. Passava dalla macrobiotica al veganismo propinando a tutti piatti inavvicinabili. Ora prepara manicaretti seguendo pedestremente ricette su manuali d’alta cucina creativa, questa Mariarosa Bertolini modello 2008. Camilla la guarda. Lei danza, non cammina, fasciata nei suoi panta-jazz grigio fumo. Con plié, arabesque, assemblé si muove tra forno e fornelli.

-         Tonno marinato – dice appoggiando la teglia a tavola – spero sia venuto buono.

A dire il vero è un po’ acidulo. Colpa dei pomodori. E no bella, il trucchetto per togliere l’acidità al pomodoro non te lo svelo. E’ come l’ultimo dei segreti di Fatima.

-    Un po’ acidulo no? E dire che l’ho messo un pizzico di zucchero!

Principiante! Pensa Camilla mentre imbocca la forchetta. Non è lo zucchero l’ingrediente magico.

Però è buono lo stesso. Ammette.

-         Come sta tua nonna? – chiede Camilla mentre fa la scarpetta nel sugo.

-         Bene…povera!

-         No, non hanno senso le due cose insieme Betta!

-         Ma si, sta bene, ma si è innamorata…

-         E allora? E’ fantastico innamorarsi ancora a quell’età!

-         Si ma…diciamo che è un amore proibito.

Ah, ecco. Ti pareva.

-         Definisci proibito.

-         Be’, si è innamorata del parroco.

-         E il parroco che ne pensa?

-         E’ lui che l’ha corteggiata. Quando mio nonno stava male andava a dargli la comunione tutti i sabati e…

-         …certo, da ostia nasce cosa…

Camilla accusa. Ormai è fuori dalla partita. Lei una nonna sacrilega non ce l’ha da giocarsi. Piatto piange. Sente una fitta allo stomaco. Si piega (ma non si spezza).

-         Cami, ma che hai? Tutto bene?

-         Si si, un po’ di acidità.

-         Saranno i pomodori.

-         Eh si, saranno quelli.



scritto da: charlotte01 alle ore 23:48 | link | commenti (3)
categorie: racconti, camilla
Una storia qualunque   lunedì, 04 febbraio 2008

Nel piccolo paese di provincia era caduto un silenzio nero.  Neppure le  campane della chiesa avevano  trovato il coraggio  di intonare i loro dong.
- Era un ragazzo così buono - ripetevano le comari sottovoce dal panettiere, dal fruttivendolo, dal macellaio. E il panettiere sospirava e diceva:
- La signora desidera altro?
E il fruttivendolo alzava le spalle prendendo una grossa patata rossa con le sue mani callose e diceva:
- Le metto ancora questa, buon peso.
E il macellaio afferrava la mannaia e dandoci secco sull'osso della costata non diceva niente, perché era muto.

Anche in casa Agresti c'era silenzio. Un silenzio umido, interrotto qua e là da qualche singhiozzo smorzato, ricacciato in gola:
- Smettila di frignare, donna!
E Giovanna Agresti si tirava via dalla scollatura della camicetta nera un fazzoletto ben piegato, si asciugava le lacrime e si stringeva nello scialle di lana che era stato, prima che suo, di sua madre. Intanto Domenico Agresti sfogliava un catalogo bordeaux, brossurato di fresco, con una croce nera sulla copertina:
- Tzé! Gli interni in velluto: 400,00 euro per far star comodo un morto!
E Giovanna non si tratteneva, e di nuovo emetteva un gridolino, qualcosa di simile al guaito di un cane quando gli si pesta la coda.
- Abbiamo anche una soluzione più economica - diceva a quel punto uno dei due impresari delle pompe funebri, pelato, un po' tarchiato con la fastidiosa abitudine di far tintinnare le monete nella tasca della giacca - questa per esempio: cotone pettinato, molto confortevole, serio, dignitoso. Si può scegliere tra tre varianti di colore: verde eden, azzurro paradiso, bianco eternità.
- Ma se accetta un consiglio non lesini su 200,00 euro - diceva allora l'altro, più alto, esangue e incatorzolito - se non sbaglio avete scelto un funerale panoramico, il velluto ha tutt'altro colpo d'occhio!

Il medico stava dando gli ultimi punti al polso destro del giovane quando un' infermiera entrò nella stanza:
- Di là c'è una ragazza, chiede se può entrare.
- E' una parente?
- Non saprei...Non ho chiesto.
- Glielo chieda, cosa aspetta?! Anzi, un momento, mi aiuti, regga qui.

Non stava guardando mentre, ansante e agitata, imboccava l'entrata dell'ospedale. Non stava guardando e così la travolse.
- Scusa - le disse raccogliendo frettolosamente da terra il portafogli, l'agenda e qualche trucco che teneva sparso in borsa. Ma lei non rispose. Fumava il filtro di una sigaretta ormai spenta. Teneva lo sguardo fisso davanti a sé, perso nel vuoto. Il viso, su cui spiccavano due grandi occhi verde foglia gonfi di pianto, era pallido. Ma non scendevano lacrime.
Attraverso quegli occhi autunnali sentì qualcosa, qualcosa di paragonabile al dolore, eppure diverso. Qualcosa che non poteva essere espresso con le lacrime. Forse un urlo. Forse. L’urlo di chi si sente tradito. Privato del diritto incazzarsi. Di litigare, sì litigare. Vomitare acidume e disprezzo.

- Mi scusi - disse l'infermiera - lei è una parente di Francesco Agresti?
Alzò lo sguardo dalla borsa e vide che non era a lei che si stava rivolgendo, ma alla rossa ragazza minuta con gli occhi persi nel vuoto.
- Forse cerca me, sono…ero la fidanzata.
Lo vide là, steso su una tavola fredda d’obitorio, coperto soltanto da un lenzuolo bucato, i polsi fasciati. Cercò di posargli una mano sulla fronte, un'ultima breve carezza, ma non ci riuscì.


Quando tutto il paese era ormai passato a rendere omaggio al cadavere. Quando tutte le parole di circostanza erano state dette e tutte le malignità di sorta sussurrate piano all'orecchio del vicino, l'infermiera poté finalmente chiudere la porta.
- Mi scusi - disse una voce dolce dietro le sue spalle - solo un minuto ancora.
La ragazza rossa le stava ora di fronte, per tutta la giornata l'aveva cercata nei volti dei passanti, tra i parenti, gli amici, ma era come svanita.
- Solo un attimo però, devo chiudere, sa...
- Solo un attimo - ripeté la giovane entrando.
Un bacio. Un bacio lungo. Poi la vide parlargli all'orecchio, ridere, piangere e ridere di nuovo. Uscì, disse grazie, salutò, e sparì, un’altra volta, dietro le porte grigie.

Notte di veglia. La porta di casa aperta, così com’è richiesto.
Giovanna Agresti accarezzava i capelli del figlio, accolto come in un bozzolo dal velluto verde eden, liscio, luminoso:
- Sta bene con i suoi occhi - aveva detto l'impresario smilzo - guardando una foto di Francesco.
Peccato che nessuno se ne sarebbe mai accorto.
- Mamma, vai a letto - disse Giuseppe entrando - è tardi, sei stanca. Resto io con lui. Giovanna fece un po' di resistenza ma Giuseppe la prese quasi di peso e la trascinò in camera.

La stanza odorava di fiori e candele, di vita e di morte. Erano finalmente soli, come aveva  immaginato Francesco una sera, sognando di una casa in Toscana, di un patio, di un pergolato, di una sedia a dondolo. E lei lo aveva preso in giro, gli aveva detto:
- Ma se saremo in due non saremo soli! E lui le aveva cantato un pezzo de Il Testamento di De André:
- Questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli....
In piedi, di fronte a lui, lo guardava nel suo vestito elegante. Lo trovava buffo. Scomodo. E quel velluto verde, che orrore! Pensava a come lui ci avrebbe scherzato sopra. Perché ci avrebbe scherzato. Si svestì, ripiegando con cura gli abiti e appoggiandoli al fondo della bara come ai piedi di un letto. Si coricò sopra di lui e si addormentò.

 

Li trovarono così, la mattina presto, lui sempre più cereo avviluppato nell’impettito abito scuro, lei morbida e nuda, sdraiata su di lui. Giovanna svenne. Giuseppe rimase impietrito. Domenico, invece, si scaraventò su quel corpo nudo, furibondo e offeso. Ma quando le fu addosso quel corpo irriverente gli scivolò indifeso tra le braccia, lasciandolo sgomento, incapace.
In paese, anche quando le campane ripresero a suonare, passava dalle labbra fredde dei vivi la strana, torbida vicenda di due giovani morti per amore.

Nessuno però fu capace di raccontare la semplice storia di due ragazzi morti per mancanza d’amore. Nessuno, nemmeno io.  



scritto da: charlotte01 alle ore 22:56 | link | commenti (5)
categorie: racconti