bloggostradale
 
quarantacinque   lunedì, 31 marzo 2008
Piange. Ha dei bellissimi occhi scuri. In una mano il cellulare da cui pende un cosino a metà tra un topo rosa e un maiale grigio. Al cosino di tanto in tanto si illumina la coda, ma da qui, non so, potrebbe anche essere il buco del sedere. Nell'altra mano un fazzolettino di carta ridotto ormai a una schifezzuola impregnata di lacrime e muco. Piange.
Ma non è colpa di quei pantaloni in stretch così stretch che le lacrime avrebbero un senso. No. Dai suoi bellissimi occhi scuri scendono, insieme al mascara, piccoli pezzi di cuore liquefatto.
- Non ha senso Caty, cioè non ha proprio senso!
- Lo so Addy, lo so. E' uno stronzo, lascialo perdere!
L'amica ha l'aria di chi se ne intende. Porge un fazzoletto pulito e la mano rimane sospesa. Di tanto in tanto l'abbraccia, ma lei, Addy, si ribella nevrotica.
- Cioè spiegami, spiegami come ha potuto, dopo quarantacinque giorni, cazzo. QUARANTACINQUE! Ripete un po' più forte di modo che la vecchietta aggrovigliata nelle sue stesse ossa, seduta due poltroncine di plastica più in là, possa sentire bene e segnarsi il numero su un pezzo del biglietto dell'autobus. Lo giocherà domattina, che niente succede per caso.
Ma che ne sanno Addy e Caty del caso. Loro se ne stanno sul bus e cercano una risposta. Una sola: come ha potuto, lo stronzo, dopo quarantacinque giorni?
Tra un singhiozzo e l'altro; uno svolazzare di cazzi e madonne che insieme non hanno molto senso; una mano sospesa che aspetta che qualcuno la liberi dal fazzoletto disegnato con tanti cuoricini, una discreta presa per il naso un po' in tutti i sensi; e un cosino con le morroidi che si tiene appeso a un telefonino; Addy sparge dolore in forma liquida.
Addy non capisce e se non capisce non può darsi pace. E Caty non può spiegarle nulla di più di quello che già sa. Certo ci prova. Si prodiga. Ma Addy la guarda, con quegli occhi annegati, e pensa che Caty potrebbe impegnarsi anche meno, perché non è che la faccia sentire meglio il fatto che lo stronzo sia ricoperto di insulti, sempre più grossi, sempre meno ripetibili.
Quello che la farebbe stare bene sarebbe un bel quarantasei, e poi un centoquarantasei, e poi un mille quarantasei e...eh be', ai sogni non c'è limite.
- Io lo amo, non ho mai amato nessuno come amo lui.
- Lo so Addy, lo so.
- Cioè, se penso a San Valentino...guarda mi vien da piangere.
Ma dai, e chi l'avrebbe mai detto?
Fa tenerezza Addy vestita da minifiga mentre fa discorsi da minidonna.
Sarebbe bello poterle dire che passerà e che mai più verserà su un fazzoletto con i cuoricini tutta quella disperazione. Il che è un po' vero e un po' no. Lo stronzo dei quarantacinque lascerà il posto a quello dei quarantasei che a sua volta lascerà spazio a stronzi multipli ed esponenziali, e così fino all'ultimo, che probabilmente sarà stronzo pure lui ma tu, Addy, che sarai diventata nel frattempo? No, non la triste principessa tradita e abbandonata che ti senti ora. Di questo stanne certa. Vedo una certa stoffa in te che attraverso la frangetta già guardi il biondino che ha appena obliterato.

scritto da: charlotte01 alle ore 22:17 | link | commenti (9)
categorie: racconti, ethos
con la luna storta   giovedì, 27 marzo 2008

Una massa di capelli, neri, folti e ispidi, giace sparpagliata sul cuscino. Gli occhi gonfi e cerchiati fissano un punto della stanza, come in attesa. Le guance arrossate stridono con lo scuro olivastro della pelle. Una pelle robusta. Una pelle del sud che nasce bruciata prima ancora che il sole le si appoggi sopra. Maria ha l’aria sbattuta ma nel suo sguardo manca il lampo di emozione che ci si aspetta di trovare in una giovane puerpera. Che giovane lo è ma in fondo quello non è il suo primo parto e non ci si può emozionare due volte per la stessa cosa.

- E’ una bella bambina! – le ha detto l’ostetrica tirando fuori un mucchietto aggrovigliato di carne e ossa, mentre lei, Maria, era ancora intontita dai farmaci, che questa volta il dolore non l’avrebbe sopportato. Poi, tagliato il cordone ombelicale, l’ha messa a testa i giù, come fosse una gallina alla quale stanno per tirare il collo, le ha dato qualche colpetto sulla schiena e la piccola cosa si è messa a strillare. Subito un nugolo di infermiere estatiche ha avvolto la creatura in panni morbidi e si sono precipitate in un’altra stanza.
- Ha già scelto un nome? – chiede la più giovane prima di chiudersi alle spalle la porta.
- Camilla – pronuncia basso Maria.
- Che bel nome!

Maria e Camilla. Insieme in una camera d’ospedale senza colore e un odore di disinfettante che rende l’aria irrespirabile. Si guardano e non si vedono. Hanno gli stessi occhi velati, ognuna per ragioni diverse.
- Dovresti avvicinarla un pochino, così non può vederti! – dice la nonna Jole.
- Mamma, ma può sentire? – chiede il piccolo Ismaele.
- Certo che ti sente – risponde Jole – diglielo, dille che le vuoi bene e che sei tanto felice che sia arrivata, dai!
Ismaele guarda l’animaletto che giace come dimenticato tra le braccia della mamma. Lo guarda attento:
- E’ davvero….storta.
Ridono tutti. Anche Maria che solo dieci minuti prima aveva detto la stessa cosa rivolgendosi all’ostetrica:
- E’ davvero storta questa bambina.
- E’ lo sforzo del parto – aveva risposto con un sorriso la dottoressa – si raddrizzerà, non si preoccupi.
Invece Maria è preoccupata.

- Guarda nonno, è la numero tre.
- Sei sicuro?
- Certo che sono sicuro – risponde offeso Ismaele.
- E’ un po’ storta…
- Mamma dice che è per il parto, i bambini quando nascono sono tutti un po’ storti. Dice che anche io ero un po’ storto. Però adesso sono dritto. E anche lei sarà dritta quando sarà più grande, l’ha detto la dottoressa.
Lorenzo appoggia una mano sulla testa di Ismaele, gli scompiglia i capelli.
- Speriamo Ismaele, speriamo…

- Non si attacca al seno.
- Si attaccherà.
- Si, ma la dottoressa dice che è strano.
- Forse ha solo bisogno di tempo.
- E nel mentre? Dovrà pure mangiare! – Maria si guarda il seno, più grande di due taglie. Lo comprime un poco per trovare sollievo – Guarda, sembra che debbano esplodere.
- Quando ho avuto te non trovavo neanche un reggipetto tanto mi erano cresciute.
Jole sistema l’ennesimo mazzo di fiori in una bottiglia d’acqua minerale:
- Domani ti porto dei vasi.
- Lascia stare mamma, tanto fra un paio di giorni esco.
- E allora, dobbiamo lasciarli morire ‘sti poveri fiori? Hanno bisogno di spazio per stare bene.
- Anche io, mamma.
- Tu di spazio te ne sei preso anche troppo, bambina!
- Sono troppo stanca per discutere con te...Dov’è papà?
- Ha portato Ismaele a mangiare qualcosa. Quel povero ragazzino stava morendo di fame.
- L’ha vista la bambina?
- Certo che l’ha vista.
- Che ha detto?
- Che è una bellissima bambina!

Maria è scura. I capelli come strisce di liquirizia. La pelle di morena. Gli occhi d’alabastro. Le labbra carnose e di un vermiglio prepotente. Camilla è chiara. I capelli come fili di paglia scordati sul campo dopo l’imballatura. La pelle di luna. Gli occhi come grandi foglie di quercia. Le labbra sottili, appena rosate.
Maria e Camilla si guardano ma non si vedono, gli occhi di entrambe restano velati e ognuna di loro ha la sua ragione.
Maria si scopre un seno. Avvicina la piccola al capezzolo.
- Provi a stingere un pochino la mammella di modo che esca qualche goccia e le bagni le labbra.
- Guardi che non sono una vacca da latte!
L’infermiera la guarda con disapprovazione, spazientita controlla l’ora sul suo orologio da polso:
- Se non riusciamo a farla mangiare anche oggi probabilmente inizieremo a darle il latte in polvere.
- Non capisco che cosa stiate aspettando, mi sembra evidente che non ne voglia sapere del mio.
- Signora, i neonati percepiscono le nostre emozioni, se lei fosse un poco più paziente forse…
- Ma non dica fesserie, i neonati non percepiscono altro che i loro bisogni: hanno fame, mangiano; hanno sonno, dormono. Non è il primo figlio. Evidentemente non ha fame. E se ha fame e non mangia è perché è storta.

- L’hai vista com’è delicata? E quella pelle che pare un velo di organza. E quegli occhioni grandi e verdi. E’ tutta sua padre… – sospira Jole.
- Auguriamoci che non lo sia proprio “tutta”! – ribatte Lorenzo.
- Per…gnam…ch…gnam…no…gnam…n…..
- Ismaele finisci di masticare prima di parlare! Non davanti al bambino, Lorenzo.
- Certo, non adesso, non davanti al bambino, non davanti a Maria!!!!! Insomma, io non posso parlare mai! – Lorenzo si alza da tavola con un gesto nervoso che fa traballare la brocca del vino – Non posso dire che ho fatto una figlia storta che ha lasciato il marito con cui aveva un bel bambino per andare con quello. Con quello che, più storto di lei, la mette incinta e poi che fa? Sparisce! Ecco che fa. E quella creatura…quella creatura non poteva che nascere così: S T O R T A!

Nello spogliatoio l’infermiera Luigia si toglie il grembiule bianco. Lo piega con cura e lo ripone nell’armadietto:
- La numero tre non vuole saperne di prendere la tetta – dice entrando Fernanda.
Luigia si infila un palteau di panno color ruggine e si volta verso la finestra:
- Guarda Fernanda, guarda che strana è la luna: sembra storta.



scritto da: charlotte01 alle ore 13:46 | link | commenti (3)
categorie: racconti
IL VENDITORE AMBULANTE DI PAROLE   giovedì, 13 marzo 2008

Se ne andava a zonzo con il suo carretto. Oh no, non si trattava di uno di quei carretti di legno pesanti, un po’ sbrecciati, odorosi di boschi e rugiada. Era, al contrario, un carretto molto moderno, elegante, in lamiera rosso infuocato, con un motore a settecento e spingi cavalli, potente e silenzioso. Seduto sulla comoda poltroncina anatomica premeva un pulsante rotondo e nero e percorreva la città in lungo e in largo. Grandi corsi e piazze. Vie, vicoli e viottoli. Ponti e stradine appartate. Ovunque ci fosse bisogno di parole. Passava, e una voce stentorea usciva dal potente sistema 2.0 e lo annunciava:

- Donne, uomini, ragazzi, ragazze, è arrivato il parolaio! Quello che avete nel cuore e nella testa lui lo appoggia sulla vostra lingua. Donne, uomini, ragazzi, ragazze…

Aveva un bel giro di clienti fissi: avvocati, politici, insegnanti, manager. Ma erano gli innamorati, soprattutto gli innamorati i sui clienti migliori.

Andava da lui la liceale, timida e impacciata, fasciata in un paio di jeans stretti, così bassi in vita da sembrare che rimanessero aggrappati alle anche con tutte le loro forze. Andava a comprare le parole giuste da dire al belloccio della quinta A, perché davvero lo amava. Perché per lui aveva perso l’appetito. Il sonno. Il senno. L’abitudine di fare shopping il sabato pomeriggio però no, non l’aveva persa.

Andava da lui il marito fedifrago. Di fretta comprava le scuse più credibili da sciorinare alla moglie, le bugie più belle da regalare all’amante, le giustificazioni più legittime per se stesso. E il parolaio applicava il tre per due, molto efficace per assicurarsi la clientela.

 

Accadde un giorno, perché c’è sempre un giorno particolare. Accadde un giorno una cosa strana.

Se ne stava insieme con uno dei suoi migliori acquirenti, un docente universitario di mezza età, distinto, pacato, con l’aria stanca e l’occhio spento. Erano lì, a scavare nell’hard disk, cercando le parole da mettere insieme per costruirne una buona lezione. Verbose al punto giusto. Ordinarie abbastanza da essere comprese. Straordinarie appena per non essere soporifere.

Stavano quindi a rimestare soggetti, verbi e complementi quando d’un tratto si avvicinò al carretto rosso infuocato una bambina. Il parolaio alzò per un attimo lo sguardo e la vide.

Stava là, silenziosa, ad aspettare il suo turno. Il vestitino di velluto blu. Le scarpette marroni. Il cappottino ben chiuso, che tirava vento. La sciarpa pelosetta tirata fin sul naso. Stava là silenziosa e lo guardava.

- Piccina che fai qui sola? – chiese il professore che nel frattempo si era accorto di quella piccola presenza alle sue spalle.

Ma la piccina non rispose. Rimase anzi con il faccino puntato all’insù, a guardare, ora il parolaio, ora il professore.

- Non c’è la mamma con te? – domandò a quel punto il parolaio.

Ma anche lui non ricevette risposta.

Il parolaio e il professore si guardarono. Sorrisero leggeri. Scrollarono le spalle e tornarono ai loro affari. E lei, sempre là, continuò a guardarli e continuò a tacere.

Il professore ringraziò, pagò e salì di fretta sul tram che proprio in quel momento stava passando.

Il parolaio disse: sempre a disposizione dottore!; incassò e riordinò la merce. I verbi con i verbi. La copula con il complemento oggetto. Gli aggettivi qualificativi raggruppati secondo il grado.

E la bimba sempre là. A guardarlo e a tacere.

 

- Cosa vai cercando piccoletta? – disse dopo un po’, spazientito, il parolaio – Non lo vedi che sto lavorando? Vai, va a giocare.

Proprio in quel momento passò di lì una massaia:

- Che carina! – esclamò – E’ sua?

- No di certo. E’ qui da ore e io dovrei anche cambiare zona, ma mi spiace lasciarla sola. Se si fosse persa?

Si intromise nella discussione un vecchietto, che era appena uscito dall’ufficio postale e non aveva di meglio da fare:

- Forse è in cerca di qualcosa?

- Vero! – s’illuminò la massaia – Provi a tirar fuori dal suo carico – rivolgendosi al parolaio – qualcosa di adatto a una bambina.

Il parolaio allora si mise a scartabellare. Tirò fuori la parola bambola. La porse alla bambina, ma lei scosse la testa.

Allora tirò fuori la parola palla. E la bambina ancora una volta scosse la testa.

Andarono avanti per una buona mezz’ora. Intanto intorno al carretto si era raggruppata una certa folla di passanti, tutti incuriositi. Tutti lì, a suggerire parole. Volavano parole come api intorno all’arnia. Caramella! Pronunciò una mamma con un bebé tra le braccia. Meringa! Saltò su un grassone con i baffi sporchi di zucchero a velo. Cucciolo! Asserì sicuro un ragazzo con i dred look.

Involtino Primavera! Urlò da una bicicletta in corsa un cinese. DIO! Pronunciò greve il cappellano.

E tutti guardarono la bambina. E la bambina rimase con il visino alzato, gli occhioni sgranati e: no, fece con la testa.

 

- Sono finite – sibilò il parolaio incredulo ed esausto.

- Cosa? – rispose un coro eterogeneo.

- Le parole. Sono finite le parole.

- Non è possibile! – Disse allora uno psicologo che nel frattempo aveva preso appunti – Ci sono sempre parole da tirar fuori. Guardi, guardi meglio.

- E’ inutile. Le abbiamo usate tutte. Consumate. Svuotate.

 

La bambina allora sospirò. Tirò giù il facciotto, triste. Si mise una mano nella tasca del cappottino, ne cacciò un euro e lo diede al parolaio. Poi si allontanò.

E gli adulti sono ancora tutti là, a interrogarsi. Tutti: il parolaio, l’insegnante, l’innamorato, il politico, la massaia, il prete, il medico, il facchino, il portinaio, la modella, il poeta, la mamma, il nonno…Tutti. A cercare parole. Parole giuste. Parole nuove. Inutili.

scritto da: charlotte01 alle ore 21:52 | link | commenti (7)
categorie: racconti
Gileppo's: sono un piccolo boss locale   mercoledì, 12 marzo 2008
E' un giochetto che faccio spesso.

Inserisco nomi e cognomi delle persone che conosco su google e poi leggo.
In pratica mi faccio i cazzi di tutti quelli che posso. Che poi, se trovo qualcosa, voglio dire...è pubblico no?

Lo stesso gioco lo faccio con me.

E' così che ho scoperto il "grazie" di Michele (ancora me lo chiedo Michi, ma per cosa?) pronunciato quando si è dimesso dalla sinistra giovanile di fronte a un centinaio di persone, per lo più a me sconosciute, che si saranno giustamente chieste ma 'sta  ********  **** chi cazzo è?

Legittimo.

Anche stasera. Inserisco nome e cognome, miei. Le solite cose nelle prime pagine. Poi mi fermo.

No, questo non l'avevo ancora visto. Mi ci fiondo. (Noblesse oblige)

Tale Silvia (chi é?) scrive sul suo blog che mi ha incontrata all'università, e aggiunge: molto conosciuta in ambiente dams perché rappresentante degli studenti (e no che non lo sono più Silvia, direi che quattro anni di fegato spappolato siano stati più che sufficienti) e piccolo boss locale. ????

E si rallegra, la Silvia, perché, a quanto pare, tempo fa le tirai su il morale per un esame (informatica) dicendole che l'avevo provato sei volte.
Ora, può essere che abbia detto sei volte, perché sono così, un po' esagerata. (e per la cronca l'ho provato comunque quattro, passandolo con un misero 24) ma che la Silvia si rallegri di questo...

E' felice: c'è qualcuno messo peggio di me (scrive).

E capisco. Se a essere messo peggio di te è un piccolo (sarà per i miei 160 cm?) boss locale c'è di che rallegrarsi.

Così leggo. Scoppio a ridere. Una risata piena. Gustosa.
 A. mi guarda. Non che si stupisca, è abituato alle mie uscite estemporanee. Ma è curioso.

Racconto. Ride anche lui. Potrebbe non farlo? Sono cinque anni che mi prende per il culo dandomi della bulla. La bulla un poco grulla, io dico.

E mi viene in mente che qualche sera fa, durante una di quelle discussioni inquietanti tra fidanzati (così classica che anche David - giacomino - ne sarebbe stato invidioso) mi sono partite le transaminasi e lanciando non so più che cosa sul tavolo ho detto:
- Guarda, a volte sei così tamarro che...(e salivano i valori)...che....(sempre più in alto).... che ti darei una testata!

La risoluzione dei problemi di coppia? E' che uno dei due sia abbastanza deficiente.
E così si è chiusa: due imbecilli in mezzo alla cucina, piegati dal ridere.

Ma, anche se scema, il boss sono io. Che sia chiaro!

scritto da: charlotte01 alle ore 22:38 | link | commenti (5)
categorie: stranigiorni, gileppo s
Elisa   martedì, 11 marzo 2008

Che il tuo nome è come schiacciare, rompere.
Tu, che a guardarti sembri di ceramica. Sottile. Bianca. Lunga.
Tu che neppure in vento ti si avvicina per paura di farti male.

Tu, stasera.

Ti ho vista. Al di là delle vie che ci separano. Dei muri. Ti ho vista muovere lenta le dita sulla tastiera.
Le tue dita da pianista che non si sono mai appoggiate a un piano. Eppure.

Ti ho vista. Leggevi il mio dolore delirante. Scuotevi la testa.
Sei tu, ma sei diversa.
Sono io, e sono sempre uguale.

Come se non avessi imparato nulla. (E' intelligente, ma non si applica)

Ho tagliato quella radice. Quella che mi teneva attaccata a un albero e non mi faceva vedere il sole.
E ora me ne sto qui, con la mia radice in mano a grondare linfa. Recisa.

Elisa son recisa.

Ridi. Perché io riesco a scherzare anche con una radice che cola sangue verde tra le mani. E mi si sono sporcati i vestiti. E l'erba è bastarda da togliere. E mia madre mi direbbe di usare il dash, che come il dash non ce n'è. E io le risponderei di guardare meno tv. Poi ci penserei su, e le direi: guardala!, e tanto, che finché stai inchiodata al nulla non parli. Non fai rumore.

E tu invece al dash non ci pensi. Per quanto ne sai questi vestiti potrei anche buttarli via. Via questo costume da pianta ammosciata. Si cambia campo.

Ma l'albero... vorrei dirti...ma tu non mi lasci parlare.

Sto male.
Bene!
Ma come bene? Ho detto male.
Appunto.

Ecco. Come dire, il piscio fa schifo ma se ti ci fai un bagnetto tutti i giorni vedrai che pelle che ne vien fuori.

E allora è vero che sto nel piscio, ma è alle rughe che devo pensare.

E' chiaro.

Elisa son recisa.

E non ridere adesso. E muovi quelle mani su quei tasti. E scrivi. Scrvi qualcosa che non so. Qualcosa che potrebbe farmi stare meglio di come sto ora.

Oppure abbracciami. Scrivi una parola che sia un abbraccio. Fammi indossare le tue braccia come un maglione di lana fatto ai ferri dalla nonna. Oppure come una camicia di forza, che mi contenga. Che plachi un poco questo singhiozzare nevrotico che non si ferma. Non si ferma.

Ora sai, è bene. Così mi scrivi: è bene.

Scusa, da quando la sapienza fa bene all'uomo?
Ero distratta al catechismo, è vero, eppure mi sembra di ricordare di un frutto proibito (che è poi stato trasformato in una mela, con un'astuta operazione di marketing, dalla corporazione degli agricoltori trentini - o chi per loro).
E il frutto era proibito perché portatore di conoscenza (ovvero dell'esistenza del bene e del male).

Ecco, non mi pare che dopo aver assaggiato la mela (e diamo una mano ai prodotti locali!), Adamo ed Eva abbiano goduto di una vita piena di felicità. Lavorare con sudore. Partorire con dolore. E lava e stira e porta i bambini a scuola e chi ha lasciato 'sto macello in bagno? Mi avete presa per una colf?

Elisa son recisa.

E la storia che sapere è meglio, non so, non mi convince.

Dalla cenere rinascerà la Fenice.
Cener
e eri e cenere tornerai.
A chi credo?

A me?
A te?
A lui?

Elisa son recisa.
E i travasi, non so.

 

Che il tuo nome è come rompere, schiacciare.

E mi stai schiacciando la radice. Potresti spostare il piede? Mi fai male.

 

Non bene. MALE.




scritto da: charlotte01 alle ore 23:53 | link | commenti (2)
categorie: stranigiorni, ethos, eidolon