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Piange. Ha dei bellissimi occhi scuri. In una mano il cellulare da cui pende un cosino a metà tra un topo rosa e un maiale grigio. Al cosino di tanto in tanto si illumina la coda, ma da qui, non so, potrebbe anche essere il buco del sedere. Nell'altra mano un fazzolettino di carta ridotto ormai a una schifezzuola impregnata di lacrime e muco. Piange.
Ma non è colpa di quei pantaloni in stretch così stretch che le lacrime avrebbero un senso. No. Dai suoi bellissimi occhi scuri scendono, insieme al mascara, piccoli pezzi di cuore liquefatto. - Non ha senso Caty, cioè non ha proprio senso! - Lo so Addy, lo so. E' uno stronzo, lascialo perdere! L'amica ha l'aria di chi se ne intende. Porge un fazzoletto pulito e la mano rimane sospesa. Di tanto in tanto l'abbraccia, ma lei, Addy, si ribella nevrotica. - Cioè spiegami, spiegami come ha potuto, dopo quarantacinque giorni, cazzo. QUARANTACINQUE! Ripete un po' più forte di modo che la vecchietta aggrovigliata nelle sue stesse ossa, seduta due poltroncine di plastica più in là, possa sentire bene e segnarsi il numero su un pezzo del biglietto dell'autobus. Lo giocherà domattina, che niente succede per caso. Ma che ne sanno Addy e Caty del caso. Loro se ne stanno sul bus e cercano una risposta. Una sola: come ha potuto, lo stronzo, dopo quarantacinque giorni? Tra un singhiozzo e l'altro; uno svolazzare di cazzi e madonne che insieme non hanno molto senso; una mano sospesa che aspetta che qualcuno la liberi dal fazzoletto disegnato con tanti cuoricini, una discreta presa per il naso un po' in tutti i sensi; e un cosino con le morroidi che si tiene appeso a un telefonino; Addy sparge dolore in forma liquida. Addy non capisce e se non capisce non può darsi pace. E Caty non può spiegarle nulla di più di quello che già sa. Certo ci prova. Si prodiga. Ma Addy la guarda, con quegli occhi annegati, e pensa che Caty potrebbe impegnarsi anche meno, perché non è che la faccia sentire meglio il fatto che lo stronzo sia ricoperto di insulti, sempre più grossi, sempre meno ripetibili. Quello che la farebbe stare bene sarebbe un bel quarantasei, e poi un centoquarantasei, e poi un mille quarantasei e...eh be', ai sogni non c'è limite. - Io lo amo, non ho mai amato nessuno come amo lui. - Lo so Addy, lo so. - Cioè, se penso a San Valentino...guarda mi vien da piangere. Ma dai, e chi l'avrebbe mai detto? Fa tenerezza Addy vestita da minifiga mentre fa discorsi da minidonna. Sarebbe bello poterle dire che passerà e che mai più verserà su un fazzoletto con i cuoricini tutta quella disperazione. Il che è un po' vero e un po' no. Lo stronzo dei quarantacinque lascerà il posto a quello dei quarantasei che a sua volta lascerà spazio a stronzi multipli ed esponenziali, e così fino all'ultimo, che probabilmente sarà stronzo pure lui ma tu, Addy, che sarai diventata nel frattempo? No, non la triste principessa tradita e abbandonata che ti senti ora. Di questo stanne certa. Vedo una certa stoffa in te che attraverso la frangetta già guardi il biondino che ha appena obliterato. scritto da: charlotte01 alle ore 22:17 | link | commenti (9) categorie: racconti, ethos
Una massa di capelli, neri, folti e ispidi, giace sparpagliata sul cuscino. Gli occhi gonfi e cerchiati fissano un punto della stanza, come in attesa. Le guance arrossate stridono con lo scuro olivastro della pelle. Una pelle robusta. Una pelle del sud che nasce bruciata prima ancora che il sole le si appoggi sopra. Maria ha l’aria sbattuta ma nel suo sguardo manca il lampo di emozione che ci si aspetta di trovare in una giovane puerpera. Che giovane lo è ma in fondo quello non è il suo primo parto e non ci si può emozionare due volte per la stessa cosa. - E’ una bella bambina! – le ha detto l’ostetrica tirando fuori un mucchietto aggrovigliato di carne e ossa, mentre lei, Maria, era ancora intontita dai farmaci, che questa volta il dolore non l’avrebbe sopportato. Poi, tagliato il cordone ombelicale, l’ha messa a testa i giù, come fosse una gallina alla quale stanno per tirare il collo, le ha dato qualche colpetto sulla schiena e la piccola cosa si è messa a strillare. Subito un nugolo di infermiere estatiche ha avvolto la creatura in panni morbidi e si sono precipitate in un’altra stanza. Maria e Camilla. Insieme in una camera d’ospedale senza colore e un odore di disinfettante che rende l’aria irrespirabile. Si guardano e non si vedono. Hanno gli stessi occhi velati, ognuna per ragioni diverse. - Guarda nonno, è la numero tre. - Non si attacca al seno. Maria è scura. I capelli come strisce di liquirizia. La pelle di morena. Gli occhi d’alabastro. Le labbra carnose e di un vermiglio prepotente. Camilla è chiara. I capelli come fili di paglia scordati sul campo dopo l’imballatura. La pelle di luna. Gli occhi come grandi foglie di quercia. Le labbra sottili, appena rosate.
Nello spogliatoio l’infermiera Luigia si toglie il grembiule bianco. Lo piega con cura e lo ripone nell’armadietto: scritto da: charlotte01 alle ore 13:46 | link | commenti (3) categorie: racconti
Se ne andava a zonzo con il suo carretto. Oh no, non si trattava di uno di quei carretti di legno pesanti, un po’ sbrecciati, odorosi di boschi e rugiada. Era, al contrario, un carretto molto moderno, elegante, in lamiera rosso infuocato, con un motore a settecento e spingi cavalli, potente e silenzioso. Seduto sulla comoda poltroncina anatomica premeva un pulsante rotondo e nero e percorreva la città in lungo e in largo. Grandi corsi e piazze. Vie, vicoli e viottoli. Ponti e stradine appartate. Ovunque ci fosse bisogno di parole. Passava, e una voce stentorea usciva dal potente sistema 2.0 e lo annunciava: - Donne, uomini, ragazzi, ragazze, è arrivato il parolaio! Quello che avete nel cuore e nella testa lui lo appoggia sulla vostra lingua. Donne, uomini, ragazzi, ragazze… Aveva un bel giro di clienti fissi: avvocati, politici, insegnanti, manager. Ma erano gli innamorati, soprattutto gli innamorati i sui clienti migliori. Andava da lui la liceale, timida e impacciata, fasciata in un paio di jeans stretti, così bassi in vita da sembrare che rimanessero aggrappati alle anche con tutte le loro forze. Andava a comprare le parole giuste da dire al belloccio della quinta A, perché davvero lo amava. Perché per lui aveva perso l’appetito. Il sonno. Il senno. L’abitudine di fare shopping il sabato pomeriggio però no, non l’aveva persa. Andava da lui il marito fedifrago. Di fretta comprava le scuse più credibili da sciorinare alla moglie, le bugie più belle da regalare all’amante, le giustificazioni più legittime per se stesso. E il parolaio applicava il tre per due, molto efficace per assicurarsi la clientela. Accadde un giorno, perché c’è sempre un giorno particolare. Accadde un giorno una cosa strana. Se ne stava insieme con uno dei suoi migliori acquirenti, un docente universitario di mezza età, distinto, pacato, con l’aria stanca e l’occhio spento. Erano lì, a scavare nell’hard disk, cercando le parole da mettere insieme per costruirne una buona lezione. Verbose al punto giusto. Ordinarie abbastanza da essere comprese. Straordinarie appena per non essere soporifere. Stavano quindi a rimestare soggetti, verbi e complementi quando d’un tratto si avvicinò al carretto rosso infuocato una bambina. Il parolaio alzò per un attimo lo sguardo e la vide. Stava là, silenziosa, ad aspettare il suo turno. Il vestitino di velluto blu. Le scarpette marroni. Il cappottino ben chiuso, che tirava vento. La sciarpa pelosetta tirata fin sul naso. Stava là silenziosa e lo guardava. - Piccina che fai qui sola? – chiese il professore che nel frattempo si era accorto di quella piccola presenza alle sue spalle. Ma la piccina non rispose. Rimase anzi con il faccino puntato all’insù, a guardare, ora il parolaio, ora il professore. - Non c’è la mamma con te? – domandò a quel punto il parolaio. Ma anche lui non ricevette risposta. Il parolaio e il professore si guardarono. Sorrisero leggeri. Scrollarono le spalle e tornarono ai loro affari. E lei, sempre là, continuò a guardarli e continuò a tacere. Il professore ringraziò, pagò e salì di fretta sul tram che proprio in quel momento stava passando. Il parolaio disse: sempre a disposizione dottore!; incassò e riordinò la merce. I verbi con i verbi. La copula con il complemento oggetto. Gli aggettivi qualificativi raggruppati secondo il grado. E la bimba sempre là. A guardarlo e a tacere. - Cosa vai cercando piccoletta? – disse dopo un po’, spazientito, il parolaio – Non lo vedi che sto lavorando? Vai, va a giocare. Proprio in quel momento passò di lì una massaia: - Che carina! – esclamò – E’ sua? - No di certo. E’ qui da ore e io dovrei anche cambiare zona, ma mi spiace lasciarla sola. Se si fosse persa? Si intromise nella discussione un vecchietto, che era appena uscito dall’ufficio postale e non aveva di meglio da fare: - Forse è in cerca di qualcosa? - Vero! – s’illuminò la massaia – Provi a tirar fuori dal suo carico – rivolgendosi al parolaio – qualcosa di adatto a una bambina. Il parolaio allora si mise a scartabellare. Tirò fuori la parola bambola. La porse alla bambina, ma lei scosse la testa. Allora tirò fuori la parola palla. E la bambina ancora una volta scosse la testa. Andarono avanti per una buona mezz’ora. Intanto intorno al carretto si era raggruppata una certa folla di passanti, tutti incuriositi. Tutti lì, a suggerire parole. Volavano parole come api intorno all’arnia. Caramella! Pronunciò una mamma con un bebé tra le braccia. Meringa! Saltò su un grassone con i baffi sporchi di zucchero a velo. Cucciolo! Asserì sicuro un ragazzo con i dred look. Involtino Primavera! Urlò da una bicicletta in corsa un cinese. DIO! Pronunciò greve il cappellano. E tutti guardarono la bambina. E la bambina rimase con il visino alzato, gli occhioni sgranati e: no, fece con la testa. - Sono finite – sibilò il parolaio incredulo ed esausto. - Cosa? – rispose un coro eterogeneo. - Le parole. Sono finite le parole. - Non è possibile! – Disse allora uno psicologo che nel frattempo aveva preso appunti – Ci sono sempre parole da tirar fuori. Guardi, guardi meglio. - E’ inutile. Le abbiamo usate tutte. Consumate. Svuotate. La bambina allora sospirò. Tirò giù il facciotto, triste. Si mise una mano nella tasca del cappottino, ne cacciò un euro e lo diede al parolaio. Poi si allontanò. E gli adulti sono ancora tutti là, a interrogarsi. Tutti: il parolaio, l’insegnante, l’innamorato, il politico, la massaia, il prete, il medico, il facchino, il portinaio, la modella, il poeta, la mamma, il nonno…Tutti. A cercare parole. Parole giuste. Parole nuove. Inutili.scritto da: charlotte01 alle ore 21:52 | link | commenti (7) categorie: racconti
E' un giochetto che faccio spesso.
Inserisco nomi e cognomi delle persone che conosco su google e poi leggo. In pratica mi faccio i cazzi di tutti quelli che posso. Che poi, se trovo qualcosa, voglio dire...è pubblico no? Lo stesso gioco lo faccio con me. E' così che ho scoperto il "grazie" di Michele (ancora me lo chiedo Michi, ma per cosa?) pronunciato quando si è dimesso dalla sinistra giovanile di fronte a un centinaio di persone, per lo più a me sconosciute, che si saranno giustamente chieste ma 'sta ******** **** chi cazzo è? Legittimo. Anche stasera. Inserisco nome e cognome, miei. Le solite cose nelle prime pagine. Poi mi fermo. No, questo non l'avevo ancora visto. Mi ci fiondo. (Noblesse oblige) Tale Silvia (chi é?) scrive sul suo blog che mi ha incontrata all'università, e aggiunge: molto conosciuta in ambiente dams perché rappresentante degli studenti (e no che non lo sono più Silvia, direi che quattro anni di fegato spappolato siano stati più che sufficienti) e piccolo boss locale. ???? E si rallegra, la Silvia, perché, a quanto pare, tempo fa le tirai su il morale per un esame (informatica) dicendole che l'avevo provato sei volte. Ora, può essere che abbia detto sei volte, perché sono così, un po' esagerata. (e per la cronca l'ho provato comunque quattro, passandolo con un misero 24) ma che la Silvia si rallegri di questo... E' felice: c'è qualcuno messo peggio di me (scrive). E capisco. Se a essere messo peggio di te è un piccolo (sarà per i miei 160 cm?) boss locale c'è di che rallegrarsi. Così leggo. Scoppio a ridere. Una risata piena. Gustosa. A. mi guarda. Non che si stupisca, è abituato alle mie uscite estemporanee. Ma è curioso. Racconto. Ride anche lui. Potrebbe non farlo? Sono cinque anni che mi prende per il culo dandomi della bulla. La bulla un poco grulla, io dico. E mi viene in mente che qualche sera fa, durante una di quelle discussioni inquietanti tra fidanzati (così classica che anche David - giacomino - ne sarebbe stato invidioso) mi sono partite le transaminasi e lanciando non so più che cosa sul tavolo ho detto: - Guarda, a volte sei così tamarro che...(e salivano i valori)...che....(sempre più in alto).... che ti darei una testata! La risoluzione dei problemi di coppia? E' che uno dei due sia abbastanza deficiente. E così si è chiusa: due imbecilli in mezzo alla cucina, piegati dal ridere. Ma, anche se scema, il boss sono io. Che sia chiaro! scritto da: charlotte01 alle ore 22:38 | link | commenti (5) categorie: stranigiorni, gileppo s
Che il tuo nome è come schiacciare, rompere. Che il tuo nome è come rompere, schiacciare. E mi stai schiacciando la radice. Potresti spostare il piede? Mi fai male. Non bene. MALE. scritto da: charlotte01 alle ore 23:53 | link | commenti (2) categorie: stranigiorni, ethos, eidolon |
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