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Non sono più fatta per certe cose: la piazza, la gente che applaude a interventi di retorica pura, le canzoni (che amo) cui vengono cambiate le parole per l'occasione, gli urlatori, gli incazzati per forza e quelli per inerzia, le bottiglie di moretti da 66 abbandonate sul pavé, raffiche di vaffanculo sudati, due piazze a meno di duecento metri una dall'altra che si fanno concorrenza (resistenza alla resistenza).
Non mi emoziona sentire il racconto della dea Maat, la dea egizia della verità e della giustizia, che pesa la leggerezza del cuore degli uomini mettendolo su una bilancia a due piatti (da un lato il cuore, dall'altro la piuma che la dea porta tra i capelli), perché il concetto del cuore leggero è così intriso di religiosità (che è mito) da essere davvero troppo, troppo lontano dalla carne e dal sangue di cui sono fatta. Con tutto il rispetto per la sofferenza causata dalla perdita non riesco a non sorridere a un intervento come quello di Maria Fida Moro che mette in scena il personale e il dolore come nel peggiore dei reality show. E mentre lei strumentalizza un morto, il suo stesso padre, io mi domando quando, quando arriverà Paola Perego sul palco? Non posso fare a meno di pensare alle parole del personaggio di un film, Smamma, il regista che si finge morto per avere la possibilità di vincere il David di Michelangelo ne "Il regista di matrimoni" (Bellocchio - 2006): - La vita è dei morti. E io aggiungo: evidentemente così ci piace. Sotto la bandiera della memoria garrisce una pericolosa nostalgia che, come dice Piero Boni, non è da partigiani. La lotta per la libertà, che ha le sue radici anche nella resistenza al nazi-fascismo, deve essere capace di raccogliere le istanze del presente. Non significa dimenticare ma, molto più semplicemente, camminare con la faccia rivolta in avanti e non sempre alle spalle. Mi libero, ancora una volta, dal mantello delle parole utilizzate come costume di scena: il V-day di Grillo non è un attacco terroristico, quanto una spettacolare riunione di piazza; i giornalisti che non sanno fare il loro lavoro non è dittatura, semmai attaccamento a portafogli e poltrone; i concerti nelle piazze non sono commemorazioni, direi piuttosto intrattenimento. Lottare per la democrazia e per la libertà significa innanzi tutto restituire alla lotta il suo significato originale di sfida contro sé stessi e contro i propri limiti. Prima di addormentarsi varrebbe forse la pena ripetersi una frase di Piero Boni (ancora lui, si), come un mantra: - Sei in condizione di assicurarti un buon avvenire, se ti impegni! scritto da: charlotte01 alle ore 12:47 | link | commenti (3) categorie: stranigiorni, ethos
L'arte è presuntuosa e nobile.
Quando l'arte parla della vita reale lo fa con un distacco arrogante che la pone immediatamente al di sopra della vita stessa. (Al di sopra del giudizio anche, benché esista una critica disposta a rendersi ridicola con le sue blaterazioni sull'estetica e la forma.) L'arte riproduce dunque non tanto la vita ma il disprezzo per la vita così come essa è, spoglia. Per questo la carica di simboli, per glorificarla alla magnificenza di una religione che sola gode di un qualche principio di veridicità. All'arte si finisce col credere quindi come si crede in un dio, buono o cattivo non ha davvero importanza. L'importanza è riconoscerlo. Rispettarlo. Adorarlo. Invocarlo o temerlo a seconda dei casi. Fare della propria vita un'opera d'arte significherebbe quindi non tanto viverla con quella particolare affettazione propria, ad esempio, al Dandy, ma con quel sovraccarico di simboli e segni di cui l'arte si appropria e si nutre. In questo senso la vita di tutti è un'opera d'arte. Una messinscena, o una fiction, per utilizzare una terminologia più contemporanea. Così la vita si trasforma in rappresentazione della vita. E in questa vita che rappresenta sé stessa non basta la mimesi, la ripetizione di un cliché, serve la riviviscenza, l'identificazione con quello che si vuole rappresentare. Per rappresentare la malattia si diventa la malattia stessa. Per rappresentare l'amore si diventa l'amore stesso. Und so weiter. In questo teatro-mondo non c'è tempo e non c'è spazio per le emozioni minime. Qualsiasi cosa esiste là dove esiste la sua esasperazione, ovvero il suo contrario perché ogni cosa ha un senso se e solo se viene messa in rapporto al suo non senso. Non potremmo (o dovremmo?) più usare parole come umiltà la quale, riprodotta e non più sottomessa alle sue origini (che viene dal basso, dalla terra), ma elevata dalla spinta artistica che la richiama, che la invoca, non rappresenta più sé stessa ma altro, di più. E di più non è umile. Bisognerebbe forse inventare parole nuove in grado di ridare un senso alle cose, ma credo si finirebbe per rifare lo stesso percorso anche con quelle: perché dentro la vita reale ci si annoia, dentro a un libro ci si emoziona. scritto da: charlotte01 alle ore 18:42 | link | commenti (8) categorie: frammenti, stranigiorni, ethos
C'è sempre una buona ragione per essere atei.
Proposta di visione-ascolto: http://it.youtube.com/watch?v=emoFu3iejiQ scritto da: charlotte01 alle ore 20:12 | link | commenti (1) categorie: ethos
A guardare il mondo dall'alto sembra sempre tutto così piccolo e innocuo.
Stavo bene lassù. C'erano le foglie degli alberi più alti che bastava allungare una mano e ti accarezzavano. E le nuvole che sembrava di potercisi arrotolare dentro, come quei piumoni gonfi che vendono nei negozi costosi. Il mio l'ho preso con il materasso della Superelax. Il piumone, dico. Una bella signorina con la sottoveste chiara se lo appoggiava al viso e ci si strusciava un po'. Lo faceva ogni sera, dopo il telegiornale, prima del film delle nove che però non sono mai riuscito a vedere fino alla fine perché mi addormentavo. Ma quando mi chiedevano: hai visto quel film che parla di un tale che incontra una tale e poi...? Io dicevo si e raccontavo i primi venti minuti. E bastava quello perché mi guardassero come uno di loro. Avevo anche io un materasso losangato, un piumone che non era soffice come le nuvole - a dire il vero pungeva anche un po' - ma aveva un bel colore di terra e degli strani disegni geometrici che non ho mai capito bene, e potevo raccontare venti minuti di ogni film e programma televisivo. Che poi non ho mai avuto tutto questo tempo per chiacchierare. Due parole al mattino, quando si prendeva il caffé al bar prima di entrare in cantiere. Due all'ora di pranzo. Due nel tragitto verso casa con quei pochi che prendevano il tram con me. Il resto era lavoro. E' che a me è sempre piaciuto lavorare. Facevo il muratore, come mio padre prima di me e mio nonno prima di lui. Sempre per la stessa impresa edile: Marchiorri per il mattone, dal 1886. A Natale il Cavalier Marchiorri, il padre non il figlio, mi spediva un gran cesto pieno di cose d'alta cucina che io non sapevo neanche come approntare. Sono sempre stato di gusti semplici a tavola. Mi piacevano soprattutto le uova con cipolla e pomodoro. E il vino. Come? Che vino mi chiede? Quello rosso. Me lo portavo anche al cantiere, per il pranzo e se avanzava lo prendevo con me, su sull'impalcatura, e ogni tanto mi fermavo, posavo la cazzuola, mi sedevo sulle assi, tiravo fuori dalla sacca il cartone e bevevo. Vicino alle foglie. Avvolto dalle nuvole. A un passo dal sole che anche se non c'era bel tempo da lì lo si vedeva comunque. E da lassù le persone per la strada sembravano tante formiche. Come quelle che incontravo da piccolo, andando per boschi. Affondavo per sbaglio il piede in una di quelle montagnole di erba secca e subito, a centinaia, le minuscole creaturine uscivano correndo di qua e di là. Come impazzite. Senza una meta. Spaventate. Allora cercavo di rimettere insieme la montagnola - chissà, forse avevo già in me una certa predisposizione per fare e disfare abitazioni - così che, quando si fossero calmate, avrebbero potuto tornare a casa e finalmente riposare. Finalmente rilassarsi. Ma quelle non tornavano mai. Dopo pochi giorni, poco distante dal vecchio rifugio, ne appariva uno nuovo. Quelle formiche: un vero talento per l'edilizia! E poi devono avere un gran bel carattere per vivere così, tante, tutte insieme. Come dice? Ah, no. Io ho sempre abitato solo. Certo, non da bambino. Ma dopo la morte del babbo. No, non mi sono mai sposato. Sono stato innamorato però. Una volta. Lei era bellissima,, assomigliava a quell'attrice...come si chiama? Non ricordo, non ho mai avuto buona memoria. Era la sorella minore del mio collega Pasquale, gli portava sempre il pranzo. E ogni tanto portava anche una torta, per tutti. Mi è sempre piaciuta la torta di mele, ma non gliel'ho mai detto. Così lei portava più spesso la crostata, che invece piaceva tanto a Giovanni. E Giovanni ogni volta le faceva un sacco di complimenti e ne prendeva anche due fette. Infatti poi si sono sposati. Mi hanno invitato al matrimonio, anche. Una bella festa. C'era tanto vino e, naturalmente una gran varietà di crostate. Ma la torta di mele, quella non c'era. Comunque non mi sono mai sentito solo. Avevo gli amici del bar, con cui mi trovavo il sabato per giocare a scopa. E c'era Vincenzo. Anche lui non si è mai sposato. Con Vincenzo non avevamo molte cose in comune. Lui era operaio metalmeccanico. Tutto infervorato di politica. Sempre arrabbiato con qualcuno. Soprattutto con i padroni. Quando gli dicevo che il Cavalier Merchiorri era un uomo onesto e gentile lui alzava gli occhi al cielo, mi rispondeva che non capivo niente, che il padrone non è per natura onesto. E così si arrabbiava anche con me e spariva. Per un po' di giorni non si faceva vedere e poi tornava. Ma cosa posso dire? E' che lassù non esistevano padroni o sottomessi ma soltanto io, i miei strumenti del mestiere, il cartone del vino, gli alberi, il sole e le nuvole. E quando stavo lassù stavo bene. Lavoravo, mi fermavo per bere un po' di vino, accarezzavo le foglie e guardavo il mondo di sotto che mi ricordava tanto i formicai dei miei boschi. Mattone dopo mattone costruico e aggiustavo case perché le persone potessero finalmente fermarsi, rilassarsi. Una sera il Cavalier Merchiorre, il figlio non il padre, mi ha fermato: - Matteo - mi ha detto - il suo lavoro ci è stato prezioso, ma adesso è tempo che si goda un po' di pace, che si riposi finalmente. Io avrei voluto dirgli che non ero così stanco, che è vero che mi addormentavo davanti alla tivvù senza mai vedere il finale di un film - ma lui come poteva saperlo? - ma solo perché forse mi annoiava. Però non ho detto niente. Così, dopo un paio di mesi, mi sono ritrovato senza un'impalcatura sulla quale salire. Senza strumenti del mestiere. Senza foglie degli alberi più alti da accarezzare. E le nuvole, viste da basso, non assomigliavano affatto ai piumoni che si vendono nei negozi costosi, quanto più al piumino della Superelax. Non troppo soffici. E qua giù non stavo così bene. Le persone non assomigliavano più alle formichine dei miei boschi, ma a tante cavallette giganti. Come in quel film, com'era già il titolo? Non ero contento. Vincenzo invece si, lo era. Diceva: - Lo vedi? Ti sfruttano, ti spremono come un'arancia e quando ti hanno bevuto fino all'ultima goccia di sangue: tanti saluti. Addio. Muori. Ma io alla morte non ci avevo mai pensato davvero. Neanche quando sono salito sul tetto. Pensavo piuttosto che in tanti anni, pur avendo avuto le nuvole così vicine, non avevo mai provato a toccarle. Ma quando ci ho provato la nuvola si è spostata e io ho perso l'equilibrio. Ma lei, Pietro, l'ha mai toccata una nuvola? scritto da: charlotte01 alle ore 02:02 | link | commenti (9) categorie: racconti |
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