Tizio incontra Caia.
Si incontrano per lavoro, in un caffé.
Una di quelle trattative veloci che sulla carta non richiedono che una decina di minuti.
Ma i minuti diventano venti. Poi trenta.
Parlano.
Tizio e Caia si raccontano con quel tipico modo di raccontarsi velocemente che pare il riassunto di un'epopea mitica.
Tizio è meno loquace, ma non si risparmia.
Caia è logorroica e, purtroppo, non si risparmia.
Però Tizio non pare infastidito.
L'ascolta, invece, con grande attenzione e partecipazione.
Muove spesso la testa in avanti: d'accordo su tutto.
Non ha capito benissimo, ma è d'accordo.
E poi Caia è così carina. Parla gesticolando e i suoi movimenti sono ipnotici. E quelle buffe smorfie che fa con il naso: lo arriccia un pochino. Più un vezzo che un tic nervoso. Anche se nervosetta, be’, si direbbe che lo sia davvero.
Caia guarda l'ora: è tardi, ha un altro appuntamento e se non si dà una mossa non arriverà mai puntuale.
Lo dice anche a Tizio, reclinando di lato il viso che significa: non è per te, ma devo proprio andare.
Tizio è un galantuomo, l'ha vista arrivare a piedi e pensa che Caia potrebbe avere bisogno di un passaggio.
Glielo propone.
Cadono convenevoli come pioggia di marzo, ma alla fine Caia accetta, è davvero in ritardo.
Tizio e Caia in auto.
Caia pare più rilassata e infatti non si accorge che la gonna, nel accomodarsi sul sedile, le si è tirata un po’ troppo su, sulle cosce lisce.
Tizio è decisamente meno rilassato: quella pelle distrattamente scoperta lo turba.
Caia parla, ancora.
Tizio tace, perché se dovesse dire quello che pensa lei potrebbe prenderlo per un maniaco.
Ma Tizio non è un maniaco.
E’ un uomo, un uomo giovane e appassionato in compagnia di una donna giovane e affascinante con le gambe appena scoperte.
Caia gli chiede di girare a destra, per favore. Intanto guarda le sue mani muoversi sul volante e pensa: sono belle. Le dita lunghe. Le unghie ben curate… la manicure!
Sorride. Hanno strane manie questi uomini di oggi.
Tizio si accorge che due occhi azzurri si sono appoggiati insistentemente sulle sue mani.
Un brivido gli sale fin sulla nuca e lo scuote.
Si salutano ora, Tizio a Caia, con una forte stretta di mano. Si sorridono anche.
Tizio solo in auto accende l’autoradio e pensa che la chiamerà e la inviterà a cena e lei accetterà. Oh si che accetterà!
Caia davanti a un portone preme un bottone di ottone, si guarda le mani, indugia sulle dita e le guance le si infiammano: avrebbe dovuto chiedergli il numero della manicurista!
L’anno in cui ci trasferimmo a Savigliano fu lo stesso in cui venni cacciata dal mio primo liceo con gran spargimento di lacrime da parte della Madre Santa che passò mesi a chiedersi dove, come e quando avesse sbagliato.
Fui cacciata perché ritenuta una rompicoglioni sovversiva da tutto il pacchetto docente tranne che dall’insegnante di lettere e storia, checca orgogliosa e compagno ai limiti del trotskismo, che in me vedeva probabilmente un baluardo di speranza proletaria in mezzo a un ammasso di futuri dirigenti d’azienda, avvocati e commercialisti.
Dopo la cacciata
Nonostante la proverbiale risolutezza della Madre Santa riuscii a scampare alla tragedia adducendo, con funambolica destrezza, motivazioni di continuità curricolare e mi iscrissi al più cazzaro dei licei piemontesi: il Liceo Scientifico “G.G.” sezione sperimentale lingue e culture straniere.
Il liceo, tutt’ora esistente, si trovava a Bra: ridente cittadina del cuneese conosciuta per essere la patria dello Slow Food e dei più grandi tossici del Piemonte. Tossici modaioli per lo più: eroinomani nell’80, cannaioli un po’ sempre, psicotossici nel ’90, cocainomani sul limine del secolo.
Mi presentai nella nuova scuola e nella nuova classe con la mia maschera peggiore: quella dell’intellettuale snob che non vede l’ora di sentire una cagata per poter correggere l’interlocutore con la solita pacata aria di chi, in fondo, ti perdona per la tua immensa ignoranza. Ero tutta nozionismo e afflato rivoluzionario patetico. Ma mi sentivo una gran fica. Non tanto fuori, fuori mi sono sempre vista un discreto cesso, ma dentro…cazzo dentro ero una miss: il mio cervello era da fascia, il mio genio da coroncina e la mia creatività da scettro.
In un primo momento la cosa funzionò: alla fine le novità funzionano sempre, anche se merdose. Sul lungo periodo, invece, la mia non propriamente definibile simpatia mi costò un meritatissimo isolamento.
La terza superiore si rivelò un duro anno.
Arrivavo da un liceo in cui ero il leader maximo (nonostante l’ambientino filoberlusconiano) e mi ritrovavo in una condizione di trasparenza o semi trasparenza: la cosa mi irritava, di molto.
Egocentrica come pochi avevo bisogno di attenzioni continue: d’altra parte essere un leader senza popolo adorante non aveva molto senso.
In quarta mi ripresi.
Mi candidai infatti alle elezioni studentesche e feci uno dei più bei discorsi mai uditi in campagna elettorale, non solo in ambiente liceale, di fronte a una platea di studenti ammutoliti e riverenti e a professori muniti di crocifisso intenti a crociarsi.
Ovviamente fui eletta. Ovviamente ruppi i ciglioni a più non posso. Ovviamente mi ripresi ciò che ritenevo mi spettasse di diritto: il podio.
Mi levai la maschera della stronzetta snob e indossai quella della “compagna che chi si estrae dalla lotta…” . Piacqui. Senza se e senza ma. E fui a capo di un universo che più di un angolo di socialismo pareva la corte del Re Sole. Ma io ero femmina, e la cosa mi inorgogliva e non poco.
Per essere davvero il massimo però mi mancava una cosa: ero l’unica, nell’amalgama studentesca, a non aver mai fumato una canna.
La prima canna di solito ce la si fa in compagnia: la cricca si riunisce febbricitante e famelica e il torcione - spesso fornito dal prototipo “maschio, più grande, di riconosciuta influenza” - passa di mano in mano, di bocca in bocca, in un’atmosfera che ha un che di orgiastico.
Per me non fu così poiché, oltre a essere una femmina piuttosto maschio - e per questo già decisamente atipica nell’ambiente - ero anche una personcina dagli strani usi e costumi.
Passai mesi a leggere libri sull’argomento. Tutta alta letteratura dai titoli assolutamente scientifici del tipo: “Campa cavallo che l’erba cresce” – prezioso vademecum sulla coltivazione della Cannabis (Indica, Sativa nonché ibridi) – “L’erba del vicino non è più verde, è solo più buona”, “Tutto Marijuana” ; iniziai anche a cercare articoli che diligentemente ritagliavo e incollavo su di un quaderno che divenne il registro delle mie tossiche ricerche.
Pienamente soddisfatta dalle risposte che avevo ottenuto dai miei ostinati studi in materia di sostanze psicotrope passai all’azione.
Incominciai quindi ad aggirarmi guardinga per i corridoi della scuola alla ricerca di un pusher adatto. Non volevo sputtanarmi chiedendo ai veterani della canna, rivelando così la mia totale inesperienza, dunque mi serviva un particolare tipo di spacciatore: qualcuno di non troppo credibile se avesse deciso di rendere pubblica la mia “negligenza”, facile da avvicinare e magari colto da adolescenziale carico di ormoni misto innamoramento per la sottoscritta.
Fu facile. Gualtiero aveva un paio d’anni meno di me. Un ragazzetto solare, intelligente e decisamente sveglio. La sua sonora cotta per me era di dominio pubblico.
Lui disse:
- Domani.
E il giorno dopo si affacciò orgogliosamente alla porta dei bagni, che come in ogni rispettabile liceo anche da noi erano una sala fumatori abusiva.
Avevo l’erba. C’era soltanto un piccolo insignificante problema: non sapevo ancora rollare.
Gualtiero risultò provvidenziale nonché drammaticamente servile:
- Ci penso io!
E all’uscita della scuola mi rincorse per infilarmi in tasca un pacchetto di sigarette contenente quattro Bob (così si chiamavano ai miei tempi le canne di Maria gonfie e tronfie).
La prima canna della mia vita sono state quattro.
Poiché, dopo aver risucchiato il primo Bob, non avvertii nessun particolare effetto, pensai bene di proseguire con il secondo. Nulla. Pareva di aver fumato la camomilla Bonomelli della mia nonna. Diffidente e maligna fui colta da atroce dubbio: stai a vedere che il moccioso pur di fare bella figura…domani lo meno!
Intanto le ultime due canne mi facevano l’occhietto da sulla scrivania.
In fondo - mi dissi - se è camomilla che male potrà mai farmi?
E giù via la terza e a seguire la quarta.
Alla quarta qualche effettuccio iniziai a percepirlo: mascella paralizzata in un sorriso beota,
occhi infuocati che non si poteva tenerli aperti, strana euforia diffusa che mi fece ridere per quaranta minuti del peto del gatto (noto petomane), impossibilità di alzarmi dalla sedia se non a mezzo gru o sistema di leve ben congeniato.
Ricordo lo sguardo di mia nonna, venuta per la bella stagione a stare da noi, che dopo avermi parlato per mezz’ora senza ricevere, non dico risposte ma quanto meno segni di vita, se ne andò sconsolata dicendo:
- Tutta colpa di sua madre (sua figlia per altro).