![]() |
|||||||||||||||||||||||||||||||
Tizio incontra Caia. Caia guarda l'ora: è tardi, ha un altro appuntamento e se non si dà una mossa non arriverà mai puntuale. Tizio e Caia in auto.
scritto da: charlotte01 alle ore 22:55 | link | commenti (17) categorie: racconti
- Tutto ciò che colpisce il tuo cuore, viene dal cuore.
Silenzio. - Bella, dove l'hai presa, in un Bacio Perugina? Lola ci pensa: - No, sull' etichetta di un angioletto della Thun. - Originali 'sti crucchi, davvero! - La frase è di Rousseau, francese. - Ah! - Camilla si accende una sigaretta, lo sguardo impegnato in un pensiero difficile - Lola, che ne dici di: tutto ciò che colpisce il tuo intestino, esce dal culo? - Cami, c'è un poeta in te! - Mmmm....già. Ma la questione è: come c'è entrato? Lola guarda Camilla. Camilla guarda Lola. - Faccio un caffé? - Ne ho già presi cinque da stamani. Lola prepara il caffé. Camilla resta sul divano e pensa: è bello avere degli amici che si preoccupano per te. - Dov'è la miscela? - fà Lola con la testa nella dispensa. - Secondo piano, a destra. - Tieni il caffé con la pasta? - No, è a lui che piace stare lì e io non discuto. - Capisco. - Vedi Lola, è questo il segreto: non discutere. Se al caffé piace stare insieme con la pasta, qual'è il problema? - Nessuno! - Ecco, appunto: nessuno. Alla fine sono convenzioni: caffé, zucchero, miele, Nutella, marmellata e biscotti devono stare tutti sullo stesso piano. Chi l'ha stabilito? - La logica? - La logica, la logica di chi? Quando? Perché? - Le tazzine sono insieme alle pentole? - No, perché? - Non so, magari è nata una stupenda storia d'amore tra loro e le padelle e tu non te la sei sentita di interferire. - Il punto, Lolita, è che sono possibili più interpretazioni. Chi ce lo dice che Platone, parlando delle due metà che si cercano per diventare un unico, non si riferisse in realtà alle due metà esistenti in una stessa persona: anima e corpo. A questo punto noi si starebbe qui, convinti che da qualche parte nel mondo ci sia la persona giusta: l'ha detto Platone! Sarà credibile Platone no? Non è mica Morelli. E cerchiamo, cerchiamo, cerchiamo... - Cerchiamo... - Si, cerchiamo 'sto altro pezzo per smetterla di essere dimezzati. Ma cerchiamo l'impossibile. Pensa Lolita, pensa se fossimo già in potenza degli interi e non lo sappiamo! - Teoria interessante. Zucchero? - No. - Latte? - Nemmeno. - Dunque, occhio che scotta, secondo la tua brillante teoria, noi non si dovrebbe aver bisogno di nessuno. - Ma, non so...forse di qualcuno si: per un po' di compagnia. - Di un cane per esempio. - Troppi peli. - Un pesce rosso? - Troppo silenzioso. - Si, non danno soddisfazioni, e poi durano poco. - Quello che voglio dire è: basta con questa storia delle affinità elettive. Il cacio sui maccheroni, le fragole con la panna... - Il caffé con i biscotti... Lola si siede accanto a Camilla. Camilla le si avvicina un po': - Io non ho bisogno di nessuno! - dice Camilla accovacciandosi in cerca di coccole. - No, tu no, ma io ho bisogno di un abbraccio, ora. scritto da: charlotte01 alle ore 19:44 | link | commenti (15) categorie: racconti, camilla
L’anno in cui ci trasferimmo a Savigliano fu lo stesso in cui venni cacciata dal mio primo liceo con gran spargimento di lacrime da parte della Madre Santa che passò mesi a chiedersi dove, come e quando avesse sbagliato. Fui cacciata perché ritenuta una rompicoglioni sovversiva da tutto il pacchetto docente tranne che dall’insegnante di lettere e storia, checca orgogliosa e compagno ai limiti del trotskismo, che in me vedeva probabilmente un baluardo di speranza proletaria in mezzo a un ammasso di futuri dirigenti d’azienda, avvocati e commercialisti. Dopo la cacciata Nonostante la proverbiale risolutezza della Madre Santa riuscii a scampare alla tragedia adducendo, con funambolica destrezza, motivazioni di continuità curricolare e mi iscrissi al più cazzaro dei licei piemontesi: il Liceo Scientifico “G.G.” sezione sperimentale lingue e culture straniere. Il liceo, tutt’ora esistente, si trovava a Bra: ridente cittadina del cuneese conosciuta per essere la patria dello Slow Food e dei più grandi tossici del Piemonte. Tossici modaioli per lo più: eroinomani nell’80, cannaioli un po’ sempre, psicotossici nel ’90, cocainomani sul limine del secolo. Mi presentai nella nuova scuola e nella nuova classe con la mia maschera peggiore: quella dell’intellettuale snob che non vede l’ora di sentire una cagata per poter correggere l’interlocutore con la solita pacata aria di chi, in fondo, ti perdona per la tua immensa ignoranza. Ero tutta nozionismo e afflato rivoluzionario patetico. Ma mi sentivo una gran fica. Non tanto fuori, fuori mi sono sempre vista un discreto cesso, ma dentro…cazzo dentro ero una miss: il mio cervello era da fascia, il mio genio da coroncina e la mia creatività da scettro. In un primo momento la cosa funzionò: alla fine le novità funzionano sempre, anche se merdose. Sul lungo periodo, invece, la mia non propriamente definibile simpatia mi costò un meritatissimo isolamento. La terza superiore si rivelò un duro anno. Arrivavo da un liceo in cui ero il leader maximo (nonostante l’ambientino filoberlusconiano) e mi ritrovavo in una condizione di trasparenza o semi trasparenza: la cosa mi irritava, di molto. Egocentrica come pochi avevo bisogno di attenzioni continue: d’altra parte essere un leader senza popolo adorante non aveva molto senso. In quarta mi ripresi. Mi candidai infatti alle elezioni studentesche e feci uno dei più bei discorsi mai uditi in campagna elettorale, non solo in ambiente liceale, di fronte a una platea di studenti ammutoliti e riverenti e a professori muniti di crocifisso intenti a crociarsi. Ovviamente fui eletta. Ovviamente ruppi i ciglioni a più non posso. Ovviamente mi ripresi ciò che ritenevo mi spettasse di diritto: il podio. Mi levai la maschera della stronzetta snob e indossai quella della “compagna che chi si estrae dalla lotta…” . Piacqui. Senza se e senza ma. E fui a capo di un universo che più di un angolo di socialismo pareva la corte del Re Sole. Ma io ero femmina, e la cosa mi inorgogliva e non poco. Per essere davvero il massimo però mi mancava una cosa: ero l’unica, nell’amalgama studentesca, a non aver mai fumato una canna. La prima canna di solito ce la si fa in compagnia: la cricca si riunisce febbricitante e famelica e il torcione - spesso fornito dal prototipo “maschio, più grande, di riconosciuta influenza” - passa di mano in mano, di bocca in bocca, in un’atmosfera che ha un che di orgiastico. Per me non fu così poiché, oltre a essere una femmina piuttosto maschio - e per questo già decisamente atipica nell’ambiente - ero anche una personcina dagli strani usi e costumi. Passai mesi a leggere libri sull’argomento. Tutta alta letteratura dai titoli assolutamente scientifici del tipo: “Campa cavallo che l’erba cresce” – prezioso vademecum sulla coltivazione della Cannabis (Indica, Sativa nonché ibridi) – “L’erba del vicino non è più verde, è solo più buona”, “Tutto Marijuana” ; iniziai anche a cercare articoli che diligentemente ritagliavo e incollavo su di un quaderno che divenne il registro delle mie tossiche ricerche. Pienamente soddisfatta dalle risposte che avevo ottenuto dai miei ostinati studi in materia di sostanze psicotrope passai all’azione. Incominciai quindi ad aggirarmi guardinga per i corridoi della scuola alla ricerca di un pusher adatto. Non volevo sputtanarmi chiedendo ai veterani della canna, rivelando così la mia totale inesperienza, dunque mi serviva un particolare tipo di spacciatore: qualcuno di non troppo credibile se avesse deciso di rendere pubblica la mia “negligenza”, facile da avvicinare e magari colto da adolescenziale carico di ormoni misto innamoramento per la sottoscritta. Fu facile. Gualtiero aveva un paio d’anni meno di me. Un ragazzetto solare, intelligente e decisamente sveglio. La sua sonora cotta per me era di dominio pubblico. Lui disse: - Domani. E il giorno dopo si affacciò orgogliosamente alla porta dei bagni, che come in ogni rispettabile liceo anche da noi erano una sala fumatori abusiva. Avevo l’erba. C’era soltanto un piccolo insignificante problema: non sapevo ancora rollare. Gualtiero risultò provvidenziale nonché drammaticamente servile: - Ci penso io! E all’uscita della scuola mi rincorse per infilarmi in tasca un pacchetto di sigarette contenente quattro Bob (così si chiamavano ai miei tempi le canne di Maria gonfie e tronfie). La prima canna della mia vita sono state quattro. Poiché, dopo aver risucchiato il primo Bob, non avvertii nessun particolare effetto, pensai bene di proseguire con il secondo. Nulla. Pareva di aver fumato la camomilla Bonomelli della mia nonna. Diffidente e maligna fui colta da atroce dubbio: stai a vedere che il moccioso pur di fare bella figura…domani lo meno! Intanto le ultime due canne mi facevano l’occhietto da sulla scrivania. In fondo - mi dissi - se è camomilla che male potrà mai farmi? E giù via la terza e a seguire la quarta. Alla quarta qualche effettuccio iniziai a percepirlo: mascella paralizzata in un sorriso beota, occhi infuocati che non si poteva tenerli aperti, strana euforia diffusa che mi fece ridere per quaranta minuti del peto del gatto (noto petomane), impossibilità di alzarmi dalla sedia se non a mezzo gru o sistema di leve ben congeniato. Ricordo lo sguardo di mia nonna, venuta per la bella stagione a stare da noi, che dopo avermi parlato per mezz’ora senza ricevere, non dico risposte ma quanto meno segni di vita, se ne andò sconsolata dicendo: - Tutta colpa di sua madre (sua figlia per altro). scritto da: charlotte01 alle ore 10:38 | link | commenti (25) categorie: frammenti
Una notte che passa così. Ma è solo una notte. scritto da: charlotte01 alle ore 02:57 | link | commenti (8) categorie: frammenti, stranigiorni
Io, contro il comitato marxista-leninista non ho nulla, né antidoti, né inibitori. Nulla.
In fondo li trovo caratteristici, un po' come Gianduja e Colombina. Alle quattordici e trenta suona il campanello. L'ora perfetta per i rappresentanti di dio e per quelli della Folletto. Apro. Il ragazzetto che mi trovo di fronte, forse ventidue-ventitre anni, indossa un paio di jeans stone bleached, una camicia a righe sottili grigiazzurrine - diligentemente infilata nella cintola - portata con le maniche arrotolate di poco sotto il gomito, sul naso ha appoggiati un paio di occhiali con montatura di metallo (giurerei titanio, ma giurare porta male) e dal taschino della camicia ammicca un pacchetto di Marlboro Light. Rasato, ben pettinato e dinoccolato il giusto per l'età, mi saluta con un bel sorriso lucidato di fresco: - Compagna, posso chiederti un contributo per il nostro giornale? (n.d.r. Lotta Comunista: poco più di un feuilleton per dimensioni e contenuti). - Puoi - dico, e il giovane modello nuova rivoluzione allarga la coda e mostra il piumaggio variopinto. Io appoggiata alla porta. Lui di fronte. Mi guarda. Lo guardo. Silenzio. Poi: - Compagna ce lo daresti un contributo per il nostro giornale? - No. - Sorrido mostrando, a mia volta, l'accurata detartrasi non più vecchia di due settimane. Il giovane modello nuova rivoluzione si affloscia come un soufflé preparato male: - Ma compagna, solo un euro! - No, e non è una questione di prezzo. - Ma sei una compagna no? - Non so, definisci compagna! Mi scruta, credo mi creda una superba imbecille, ma non demorde: - No, intendo: non sei per Berlusconi. - No. - Dunque sei dei nostri? Pausa. La pasta rosa dei dentisti fa miracoli: sono tutta splendori e luccichii: - Intendi chiedermi se sono di sinistra? Pausa. Gli occhietti marroni da dietro le lenti sbattono un poco. - Si... - dice, ma non sembra troppo convinto e cambia discorso - ...sai noi facciamo anche dei corsi, ti interesserebbe il prossimo: Cosa penserebbe Marx di Berlusconi? - Tanto quanto potrebbe interessarmi cosa pensa mia nonna, morta, di una nuova pasta biadesiva per dentiere. - Ma sei contro Berlusconi, e sei di sinistra! Poverino, non se ne capacita. Ha di fronte una ragazzetta (per dimensioni e non per età, purtroppo) che calza tasconi di cotonaccio sbiaditi da carpentiere e una canotta da manovale, praticamente una visione proletaria (C'è del mistico in via Tunisi) e non riesce a comunicare con lei. Eppure sembra simpatica, sorride, è gentile, non lo caccia come di solito viene cacciato. Sempre io e lui. Domande continue a cui seguono no continui. Pare un rosario. Dopo poco si sente il rumore di una porta che viene aperta. Passi pesanti si dirigono verso di noi. La porta alla quale sono comodamente appoggiata si spalanca all'improvviso: - Insomma ti ha detto di no: NO! (sottinteso: sottospecie di Bimby umano macina-frulla- impasta-cuoci gonadi). E' 'Leppo. the Beast, il più temuto dai lavoratori porta-a-porta. Il giovane modello nuova rivoluzione (che a vedersi parrebbe più un cabinotto ciellino) indietreggia un poco spaventato: - Ma lei ha detto che è comunista? 'Leppo scalpita, mi lancia un'occhiata che vuole dire: maperchècazzodaisemprecordattutti. Poi si gira verso di lui: - Ah, dunque ci senti! E capisci! Io guardo la scena: meglio dei duelli della Domenica In. Il ragazzetto non risponde, e a me non mi si fila neanche più, ormai ha occhi solo per lui: - Compagno, tu mi daresti un piccolo contributo per il nostro giornale? scritto da: charlotte01 alle ore 19:38 | link | commenti (7) categorie: stranigiorni, gileppo s
Se la giornata è bella, il sole è alto e caldo e i colombi tubano e scagazzano qua e là sul ciotolato nuovo di pacca che è costato ai cittadini mesi di multaggio feroce, viene voglia di fare una passeggiata. Magari con l'amica del cuore che il giorno prima, al telefono, parlava con voce di caverna senza dire nulla che avesse un senso. Lei è andata ad abitare in centro, in un bel alloggio con i soffitti bassi che le piacciono tanto perché così l'appartamento si scalda subito: che lo sai, patisce il freddo.
Da casa sua a Piazza Vittorio sono poche centinaia di metri, ma se si passa da via Roma, marmoreo e scintillante souvenir del Ventennio, si parla anche di un paio di chilometri di sgambettio. Fattibili, anche con le zeppe in sughero che sembri subito un'altra: più magra, più sottile, più carina. Certo non più carina di lei che anche con le scarpe da ginnastica argentate fa sempre la sua figura. Camminare e blaterare di quel tutto che non ha davvero spessore ma che ogni tanto ci sta: i negozi preferiti, un ristorante appena scovato in Via Bologna che fa degli arancini che sono una favola ed è anche vicino alla gelateria delle granite siciliane, quelle buone davvero con la panna e se vuoi la brioche. Blaterare e camminare e stupirsi di non essersi ancora presi una storta che passare dagli stivali ai sandali zeppati è sempre un po' un'impresa. Fermarsi improvvisamente di fronte a una chiesa dov'è radunata una certa folla. E' un matrimonio. Lo sposo c'è, è al centro della scena, vestito di nero con un fiore turchino all'occhiello, ma la sposa? Lei vuole vederla e si intrufola tra gli invitati conciati a festa. Lei con la sua camicetta bianca, il maglioncino rosso, i jeans e le scarpe argentate tra tailleurs di Armani e borse di Cavalli. Non resta che aspettarla. - Credo si sia sposato da solo... - dice tornando, un po' delusa, un po' divertita - ...be', andiamo a prendere un caffé. Lei il caffé non l'ha mai preso. Non le piaceva neanche fino a qualche tempo fa: - Non capisco, adesso mi piace proprio: pensa che a volte mi fermo anche al bar - si illumina - sai cosa ho scoperto? Che le persone vanno al bar per prendere il caffé! Non si può non guardarla con una tenerezza mista a un senso di preoccupazione: - Be' si, direi che i bar servono esattamente a questo. - No, non hai capito: vanno proprio per quello e poi escono. - Eh già! - Voglio dire, non è che lo fanno per stare in compagnia o che... Decisamente una scoperta. Di fronte a tale rivelazione non resta che proseguire la passeggiata in silenzio. - Guarda, c'è un posto là! - il suo indice punta verso un infinito invisibile per chi soffre di una miopia decisamente penalizzante. Aumenta il passo e la camminata sui trampoli supera anche il test di velocità: stabile, equilibrata, priva di slogature. Ottima resa. Ma il posto, al sole con vista piazza, se lo accaparrano prima di noi due signore platinate ancora gonfie di fonatura prefestiva. - Che sfiga! - dice lei. Rapida panoramica ai dehors presenti sulla piazza e di altri posti non c'è traccia. Lei, comoda nelle sneakers argentate e non ancora caffeinomane abbastanza da andare in crisi di astinenza è pronta a ritornare indietro. Solo lei però, perché i piedi nei sandali trappola si inchiodano al suolo e scalpitano come zampe di toro pronto alla carica. Gli occhi iniettati di sangue si muovono rapidi e scorrono attenti e guardinghi il circostante. Tavolo, lui e lei. Piccipiccimuccimucci con una consumazione consumata e ormai in procinto di essicazione sul fondo del bicchiere. I piedi lentamente si scollano dal terreno. Un passo, poi un altro e poi un altro ancora fino ad arrivare ai panettoni di cemento che sconsigliano l'attraversamento automobilistico. Lei saltella dietro nelle sue scarpe-salotto. Due bei panettoni grigi faccia a faccia con il tavolino della coppietta che sembra siano stati messi lì apposta. Non resta che sedercisi sopra e puntare gli amorini. Un'opera seria di sfiancamento. Non è politicamente corretto ma è perfetto e funzionale, tanto che i due si schiodano nell'arco di qualche minuto. Sono le sette di sera, il sole ancora cuoce e i piedi stanno benissimo, ora anche meglio. scritto da: charlotte01 alle ore 13:08 | link | commenti (14) categorie: camilla, stranigiorni |
|
||||||||||||||||||||||||||||||