Paolo e Francesca. Due nomi, un destino.
Così piace.
Così è piaciuto loro, quando si sono incontrati.
Lei, un’infermiera di ventidue anni. Lui, un oncologo di trentadue. Coup de foudre, nella migliore delle tradizioni fiabesche.
Un giorno lui le ha chiesto la cartella clinica del paziente Tal dei Tali e le loro mani si sono incontrate tra la scritte “catetere” ed “esame escatologico”.Tutto così nature!
Così hanno incominciato a uscire: un caffé dopo il turno; una pizza con gli altri del reparto; un aperitivo da soli; un cinema. Poi: un cinema, un aperitivo, una cena intima e, nuovamente, un caffé. Freddo però, che nel frattempo le stagioni si sono avvicendate.
Progettano, Paolo e Francesca. La serata. Il fine settimana. La vacanza. La casa. Lui la vorrebbe silenziosa; lei spaziosa e luminosa. La trovano, è perfetta. Pre-collina, edificio d’epoca: soffitti alti, ampie vetrate e un piccolo giardino di pertinenza. Certo, non è a buon mercato, ma con l’aiuto delle famiglie e un mutuo diviso due si può fare.
Francesca è raggiante. Gira per mobilifici, un giorno con la mamma e uno con la suocera, tanto per non scontentare nessuno. Diecimila Euro per la cucina. Cinquemila Euro per la camera da letto. Duemilaquattrocentoventisei per la vasca idromassaggio. Gira e compra, e quando non compra colleziona cataloghi oppure telefona a Paolo:
- Amore, amore, amore!- Chioccia Francesca - Non sai cosa ho davanti: la chaise longue più bella che io abbia mai visto! Pensa amore, tu che ti ci stendi sopra dopo una lunga e faticosa giornata, io che arrivo – abbassa il tono e illanguidisce la voce – con una sottovestina rosa e due calici di vino bianco fresco…
E Paolo dice:
- Comprala! – Senza nemmeno chiedere il prezzo. Che poi, finiamola con questi discorsi venali: il prezzo, ma chi se ne infischia del prezzo! La Ciccina vuole la chaise longue? E chaise longue sia.
Eccoli, gli amorini di Peynet, seduti in mezzo a una stanza ancora spoglia che guardano un pantone di colori e scelgono insieme la tinta da dare alle pareti:
- Che ne pensi del verde acido per la cucina? Si intona con il Moka dei mobili…
- Sì, non è male; ma tra il B17 e il B18, preferirei il B17.
- Ma tatino, il diciassette porta male!
- Vada per il diciotto, allora.
Si baciano, ora, i due amorosi progettisti, che i numeri, misteriosamente, producono nei fidanzati un eccesso di sentimentalismo.
- Amore... tutti questi numeri non ti ricordano nulla?
Paolo tace e pensa. L’eco del silenzio rimbomba nell’appartamento vuoto.
- Sì, insomma…dobbiamo ancora fissare La Data…. La Data, certo, come ha fatto a non arrivarci da solo!
- Domani! – Risponde prontamente Paolo. E prontamente dice una fregnaccia, ma a Francesca non importa: lo ama così tanto quel suo appassionato dottorino. Suo.
- Che matto! Non si può. E poi ci sono tante cose ancora da fare qui, e c’è il lavoro…
Paolo l’abbraccia. La ama così tanto la sua saggia infermierina. Sua.
- Amore, decidi tu la data. Tanto passeremo tutta la vita insieme e non saranno due o tre mesi a fare la differenza.
Due o tre mesi forse no, sei sicuramente sì.
Tutta colpa della moleosofia, l’antica arte divinatoria che passa per le imperfezioni. Che di imperfezioni, in sei mesi, Francesca ne ha viste un tot: l’improvvisa scomparsa del di lui cellulare, i ritardi giustificati grossolanamente (tutta colpa del Primario che, evidentemente, non ha proprio di meglio da fare il sabato sera che guardare TAC e discutere biopsie), l’aumentare vertiginoso degli interventi d’urgenza e delle conferenze fuori città…
Certo, anche un po’ della stolisomanzia, che trasmette messaggi occulti attraverso gli indumenti: perché se un uomo profuma di Chanel n. 5 non ha tendenze particolari, ha tendenzialmente un’amante.
- Eh no, questa volta non glielo lascio il tempo di svignarsela allo stronzo. Questa volta lo becco! Anzi li becco, tutti e due: lui e la sua amichetta. In flagrante. E li meno, tutti e due. Voglio vedere il sangue. – Così dice, pacatamente, Francesca sfrecciando a centocinquanta chilometri orari in pieno centro cittadino. E Luciana, l’amica del cuore avvinghiata al sedile, mentalmente ripercorre i momenti più belli della sua vita, che di uscire viva dalla Punto bianca non è convinta:
- Francina, però devi arrivarci per stanarli…- Prova a dire.
- Ci arrivo, ci arrivo…eccome se ci arrivo!
Lui, lei, e l’altra e intorno niente: non ci sono i tavoli del locale, le candele, i cocktail con l’ombrellino, gli ospiti. Nulla. Solo la cieca rabbia di Francesca e voci, nel suo cervello:
- Daje al fedifrago! – Fa una.
- Daje alla mignotta! – Ribatte l’altra.
Improvvisamente soffia un vento dall’ovest. Grovi di erba e polvere rotolano lungo il pavimento, che non è più un pavimento bensì un terriccio ocra arido. In dolby surround la musica di “Per un pugno di dollari” si diffonde per tutta la sala. Il proprietario del locale si nasconde dietro la spillatrice della Menabrea.
Francesca percorre la sala. Ha una mano dentro la borsetta. Dietro di lei Luciana, pallida e ancora un po’ stordita dopo il percorso in auto, chiede della toilette a un cameriere.
Francesca si avvicina sempre di più al tavolo dei due amanti che paiono impietriti: Paolo abbassa lo sguardo. L’amichetta lo alza nel tentativo di trovare una via di fuga.
Francesca è al tavolo dei due clandestini. La mano le scivola fuori dalla borsa. Un rumore sordo si espande: è la boule de neige raffigurante Venezia, ricordo del loro primo viaggio insieme, che Francesca ha sbattuto sul tavolo. La non più misteriosa accompagnatrice di Paolo rilascia un grido di paura e anche qualche scoreggia. Francesca, dopo aver sventolato, disgustata, l’aria con la mano, indica la boule de neige:
- Spero che la strillosa qua di fianco abbia un posto dove farti stare, altrimenti puoi provare a entrare qui.
“Questo matrimonio non s’ha da fare”, è vero, però una casa come quella non si vende su due piedi e nessuno dei due potrebbe permettersela senza l’altro. Tanto vale viverci, insieme ma non in coppia.
Paolo.
Francesca.
Un destino scritto, anzi sottoscritto, sui documenti del mutuo.
My ship sails in On a cloud of broken promises It's just not true Not a single word she says Time will tell Whether I can change my ways It might take years It might even take always.
Tell me what you see in me And I'll tell you what I see in you.
Your picture melts Before my tired eyes And all it leaves Is just a trace of paradise You'll change again That's what I've been told But don't take long Or I might get too old.
Take it easy But take it slow For who knows which way next That wind will blow Time goes by Just as quickly as I want it to And I'll make out Like I never knew.
Il lavoro è fondamentale.
Ne ho le prove.
Per un free lance l'estate può essere letale, anche se il sole, nel cielo di Torino, splende da soli due giorni e d'estate è difficile parlare.
Accade cosi che Gi esce per alcune faccende di molto femminili (deforestizzazione mensile obbligatoria), lasciando Leppo, in attesa di commissioni, solo a casa.
Lo lascia al lavello, impegnato nella vesselle quotidiana.
Torna Gi, dopo circa un'ora e Leppo è spappardellato sul divano giapu rigorosamente Ikea.
E' buono come un bimbo davanti a un cartone animato:
- Studio. - Dice.
- Che cosa? - La lubranesca domanda è d'obbligo.
- Inglese.
Gi lancia un occhio allo schermo catodico trentun pollici: un documentario sui Ninja, effettivamente in lingua inglese.
A Gi pare una buona cosa che Leppo guardi un documentario in lingua inglese sui Ninja (giapu), divanizzato sul futon (giapu-svedese), montato con il sudore della sua fronte (italiana).
Ma d'altra parte l'ha sempre pensato: Leppo è un creativo inconsapevole.
Gi lo lascia al suo studio e si chiude nello Studio per studiare a sua volta. Una coppia di studiosi, pare.
Passa un'ora.
Gi ha un impellente necessità di caffeina e torna in cucina, là dove Leppo è tutto concentrato nelle sue marziali visioni.
Gi, così, tanto per giocare, lo attacca.
Leppo, che ha riflessi spaventosamente affinati, la immobilizza in un nano secondo:
- Attenzione, con un solo colpo, adesso, potrei lasciarti per morta.
Vero, Gi non ci aveva pensato.
- Quale?
Leppo si alza e simula due mosse:
- Con questo colpo ti blocco immediatamente il battito cardiaco - finge di dare a Gi un pugno in pieno sterno - con quest'altro ... - fa scena di colpirla in piena fronte, nello spazio tra i due occhi - non mi ricordo, ma fa male!
Gi sgrana gli occhi:
- Violenti questi Ninja.
- Al contrario dei Samurai i Ninja utilizzano tecniche non convenzionali.
Va forte il ragazzo con l'inglese!
- Ma che fanno i Ninja? - Chiede Gi, curiosa.
- In che senso? Combattono...
- Questo l'ho capito. Mi sfugge la ragione.
Leppo si chiude per un attimo in un silenzio meditativo.
- Fino al milleottocentosessantotto erano spie del Giappone Feudale. - Risponde tutto soddisfatto di scoprirsi così preparato.
- Ma il ruolo del Ninja nella società contemporanea , qual'é?
Leppo guarda Gi.
Gi guarda Leppo.
Silenzio inquietante.
- Voglio dire: dal milleottocentosessantotto a oggi, 'sti Ninja, che hanno fatto?
- Hanno vissuto un'esistenza di profonda solitudine e dolore.
Arrivano tutte e due. Belline. Sorridenti.
Che avranno da sorridere sempre?
Lo cercano al suo posto: reparto dischi.
Non è lui. A meno che gambe e capelli non gli siano cresciuti in tre giorni.
Si consultano: pare improbabile.
Si tratta evidentemente di un collega.
Nessun problema: se il lungagnone è un collega, allora saprà dir loro dove sta quell'altro.
Incognita nome.
Una costante per la Camilla.
Ma questa volta la ragione non è la sua memoria: lui il nome non glielo ha proprio detto.
Diamo atto.
Cami e Betta, un'armata brancaleone di parecchio dimezzata, con una missione: trovare il riccioluto commesso che ha promesso una copia del cd di Joe Ely.
Il cd in verità è per la Cami, ma la Betta, folgorata dai di lui riccioli piccolotti e boccolotti, non ha resistito alla tentazione di rivederlo.
Ora, il tipino alla Cami parse carino, è vero, ma nulla, davvero nulla di che.
Parse anche di molto giovincello. Troppo, va detto.
Ma i gusti son gusti: non è che si possa discuterne più di tanto.
La Cami, fante di prima linea, parte all’attacco e, a passo sicuro ma calmo, si avvicina al banco.
Il lungagnone, ben addestrato, alza subito la testa da sul pc:
- Posso esserti utile?
Questi commessi di oggi: che solerzia!
- Si, non c'è il tuo collega?
Il Lungo si sente punto nell'orgoglio e un poco rattrappisce perdendo almeno un paio di centimetri di gambe e una cinquantina di capelli, ma prontamente risponde:
- Quale? Ne ho tanti...
Da dietro prontamente interviene la Cavallerizza Rustega, oggi in tenuta profinvistadivacanza, gonna al ginocchio, orrorpaperine appuntite e canotta bianca con ricami :
- Quello con i riccioli!
Alla Betta quelli sono rimasti impressi. E che dobbiamo fare?
Camilla, fantessina modello paperetta, dà il finale colpo di becco:
- Quello giovane.
- Si, si. Giovane, giovane! - ripete Betta in una sorta di trance.
Il Lungo si apre misteriosemente in un sorriso e dice, rivolto alla Cami:
- Tu sei la ragazza del cd! - la ferita all'orgoglio gli si è cicatrizzata in un attimo: non è una questione di preferenze! Pare rifiorito.
- Si, sono la ragazza del cd!
Appunto, i gusti son gusti: c'è chi ama i riccioli truciolosi, c'è chi impazzisce per il policarbonato, i pit e i land.
Il Rifiorito impugna subito il telefono:
- Robi, è arrivata la ragazza del cd! - dice con un entusiasmo incomprensibile, poi mette giù - Arriva subito.
Camilla ringrazia.
Betta è in trepidante attesa.
Il lungagnone torna con la testa nel pc, poi, d'un tratto, la rialza:
- Comunque sarà contento di sembrare tanto giovane…
- Perché non lo è? - chiede Betta risucchiando una bavetta che le sta rovinosamente colando a lato della bocca.
- Eh, no. Non proprio così giovane.
A questo punto anche la Cami ha un moto di curiosità, che se son giovani non le piacciono tanto, ma superata una certa età se ne può sempre parlare:
- Tipo? Non giovane quanto?
- Trentotto.
Camilla e Betta si guardano. Si sorridono. Intesa perfetta.
Il giovane non giovane arriva.
Roberto, si chiama Roberto.
Subito porge il cd alla Cami che, a sua volta, gli passa una compilation che ha fatto per lui per sdebitarsi.
- Grazie - si dicono in un coretto delizioso.
- Ma no, grazie a te - continuano.
- Dimmi poi se ti è piaciuto - concludono con un duetto straziante.
Betta ormai non dà più cenni di vita: in piena visione mistica assume un'espressione inchiavardata in cui si mescolano almeno altre venti espressioni. Il risultato finale non è comunque un bello spettacolo.
Si salutano ora, lo Smunto, la Cavallerizza Rustega con tutte le sue espressioni, la Paperilla tutta goduta per il nuovo cd e il Trucioberto non poi così giovane.
Betta cerca di scacciare i pensieri libidinosi tuffandosi nell'acquisto di un libro in lingua originale.
Camilla, in preda all'euforia musicale, rimane ancora in giringiro per il reparto.
Trucioberto la raggiunge davanti al reparto Rock Progressivo:
- Mi sono dimenticato di darti questo - e le porge la recensione dell'album che le ha duplicato - e poi, mi chiedevo, come faccio a dirti se mi è piaciuta la compilation se non ho neppure il tuo numero?
Betta e Cami di fronte a un caffé:
- Eh, l'evevo capito sai? Da come ti guardava.
- Se mi chiama, ti passo il numero.
- Ma hai visto quant’è carino? Con tutti quei ricci!
Cami entra alla Biblioteca Nazionale e in modalità automa tira dritto agli armadietti: è vietato entrare in sala consultazione con zaini, borse e cartelle.
Sceglie sempre un armadietto con numero dispari, a costo di doversi arrampicare sul portaombrelli per raggiungerlo.
Non c'è un senso cabalistico. Neppure una forma di superstizione strana. Semplicemente i numeri pari non le piacciono. Senza logica.
Oggi è il quarantanove, altezza occhi.
Apre la borsa, prende il telefono, la biro, l'agenda e il libro che deve riconsegnare. Legge, come sempre, una delle numerose fotocopie affisse ai muri: non lasciare oggetti di valore negli armadietti, la direzione non si assumerà nessuna responsabilità in caso di furti e sottrazioni. Che differenza c'è tra un furto e una sottrazione? Il furto è definitivo, mentre la sottrazione è momentanea? Qualcuno potrebbe quindi prendere il portafogli di uno sconosciuto, portarlo a fare due vasche sotto i portici e poi restituirlo? Interessanti questi cartellini casalinghi appiccicati con lo scotch che sgretola i muri ocra.
Così, portando in mano tutto l'ambaradan di prima necessità, si dirige alla guardiola dove due signore di fucsia e anice vestite le daranno il passi numerato. Passi numero centosettantanove, dispari. Quando si dice: la fortuna.
La sala consultazione e attesa è al secondo piano.
Una grande sala con grandi finestre e molta luce. L'odore ingiallito dei vecchi libri arriva fino a lì, anche se l'immenso patrimonio stampato sta negli archivi degli ultimi piani.
C'è sempre un silenzio strano nelle biblioteche. Un silenzio bigusto: della trepidante, eccitata attesa, tipo un Barbera in una giornata di pioggia; dell'attesa annoiata e frettolosa, tipo pezzo di baguette mangiato in coda alle casse del supermercato.
Cami si siede al primo tavolone: prende un cedolino e con scrittura barbarica lo compila in tutte le sue parti e mentre compila pensa: ma se ogni visitatore e fruitore si accredita all'ingresso, se a tutti viene consegnato un numero d'entrata - unico e personale - perché si deve scrivere il proprio nome, cognome e indirizzo ovunque? Interessante questa burocrazia della precisione millimetrica: mettiamo il caso che un visitatore sia improvvisamente colto da sdoppiamento della personalità, il bibliotecario, dall'occhio esponenziale e vetrato, potrebbe testé avvisare i paramedici del TSO. Son cose serie queste, importanti.
Cami consegna il cedolino sfoderando uno dei suoi migliori sorrisi: ha scoperto che questo piccolo espediente velocizza di parecchio il tragitto sedia-montacarichi, due metri scarsi, e la richiesta viene presa in consegna con una certa premura.
Il bibliotecario - o il suo spettro, questo a Cami non è chiaro - piega leggermente il labbro superiore, guarda Cami, guarda il montacarichi:
- Ci vorranno venti minuti.
Ha tempo per un caffé alle macchinette.
Cami ha appena affrontato, pericolasamente poichè sta scrivendo un messaggio e non guarda dove mette i piedi, l'ultimo gradino della grande scalinata che porta al primo piano: sala quotidiani e riviste dirimpettaia alla stanzetta distributori automatici di surrogati alimentari di vario genere.
E' ancora immersa nella comunicazione tecnologica quando si sente appoggiare una mano sulla spalla:
- Ciao!
Cami fa un balzello, poi guarda e riconosce: il giovane Sconosciutoconosciuto.
Occorre fare un passo indietro, a circa un mese prima: Cami alla Nazionale, in fila alla guardiola, vede uscire da una porta un giovane dall'aria conosciuta che però non riconosce. E' lui a riconoscere lei, però.
Le si avvicina e con un sorriso meraviglioso la saluta. Seguono battute di ordinaria circostanza, lui:
- Che strano incontrarti qui.
Lei:
- Eh, già. Ma anche incontrare te ( pensiero non espresso: peccato che non sappia chi diavolo tu sia)!
- Ma adesso vivi qui o stai ancora a Savigliano?
- No, vivo qui da qualche anno (è sicuro, si conoscono!). E tu?
- Anche io.
- Ah, bello.
- Si, insomma...
Si salutano, lui ci tiene a farle sapere che sta al piano di sopra e "deve" tornarci, lei annuisce e si chiede: a quale piano di sopra si riferirà? Ma poi: che me ne frega? E anche: ma come cazzo ti chiami già?
Ma non lo chiede. Lui è così grazioso, gentile. Sembra davvero felice di averla incontrata. E poi l'ha riconosciuta subito, non se la sente di dirgli:
- Va tutto bene, c'è solo un particolare: io non so chi sei!
Poi Cami ci ha pensato e nel cassetto della memoria ha ritrovato quel faccino. Lui, che non ha un nome, era quel ragazzino che sul treno si sedeva di fronte a lei sui sedili in diagonale opposta. Lo ricorda. Un bel ragazzino dall'aria dolce.
Le temps passe trop vitte!
Lui, oggi, è un ragazzone alto. Bello da togliere il fiato, infatti a Cami manca un poco il respiro quando lui l'ascolta nel suo blaterare circostanziale e incerto puntandole gli occhi negli occhi. E l'apnea si fa pericolasa quando lui, per salutarla, l'abbraccia posandole, a palmo aperto e sicuro, una mano sulla schiena e si abbassa per baciarle le guance. Tre baci: sinistra, destra, sinistra. Così si salutano gli amici. Due è da parenti ai funerali e alle feste comandate.
- Di nuovo qui e di nuovo ci incontriamo - dice Lui sorridendole e continua - ti ho spaventata?
- Un pochino, si. Come stai (Tu, Coso, Tizio)?
- Bene. Stavo andando a prendere un caffé.
- Ma dai, anche io.
- Bene, allora permettimi di offrirtelo.
Nella stanzina dei distributori automatici Cami e Sconosciutoconosciuto prendono un caffé.
Chiacchierano del più e del meno. Cami scopre che Lui lavora lì, ai quotidiani. Ne aveva avuto il sospetto.
Oggi lo guarda meglio della volta precedente e conferma: è assolutamente bello. Di una bellezza che alla Cami mette soggezione. E poi non è neppure antipatico. O stupido. E non fa il piacione. Bello e semplice. Cami pensava non ne facessero più di questo modello.
Lei dice:
- Be' grazie del caffé, vado a vedere se è arrivato il mio libro.
Lui dice:
- Figurati, è stato un piacere. Quando passi di qua vieni a cercarmi: ora sai dove lavoro.
Si salutano. Lui sempre con un abbraccio pieno e deciso. Lei sempre un po' imbarazzata e rigida. Sinistra, destra, sinistra. Sempre tre i baci sulle guance.
Escono dalla stanzetta insieme, lui tira dritto, lei svolta verso la scalinata:
- Cami, ti ricordi di esserti trovata una rosa sul motorino tanti anni fa?
Cami ci pensa.
- Si, mi ricordo.
- Te l'avevo messa io.
Cami diventa un fiammiferino. Aveva sempre sospettato di Nicola, poi diventato l'amico del cuore, cavalier servente di sua Maestà la Stronza, che la Cami, da ragazzina, non era farina per far ostie.
- Be', allora grazie in ritardo - gli dice con un sorriso.
Ma ancora non ricorda il suo nome.
L'opera è il Rigoletto di Verdi.
Lui è il Duca di Mantova.
Un personaggino simpaticamente affetto da un disturbo narcisistico di personalità.
Secondo il DSM, il narcisista è incapace di provare empatia nei confronti dell'altro. Se non proprio incapace fortemente in difficoltà.
Il suo " Sé grandioso", però, nasconde un'insidia peggiore del non saper amare davvero l'altro.
Il narcisista, in fondo, non è capace di amare davvero sé stesso.
A me, questo Duca, ha sempre intenerito.