bloggostradale
 
Destino   venerdì, 26 settembre 2008

- In pratica, esiste un copione al quale siamo tutti irrimediabilmente avvinti. La variazione psico-scientifica sul tema del destino. E le implicazioni rimangono le stesse…

- Esatto! Una totale impossibilità di salvezza, per alcuni, e un lungo orgasmo multiplo, per altri. Che gli scoppiasse il cuore!

- Quindi, qualsiasi sforzo teso a qualsiasi cambiamento risulta perfettamente inutile… Nulla di più avvilente!

- Assecondare il destino non è vile… è risparmio energetico.

- Energie che serviranno a…?

- A vivere.

- Vivere? Senza slanci, senza desideri, senza progetti? La definirei sopravvivenza, non vita.

- Slanci, desideri, progetti… Un inganno!

- Del sistema?

- Del sistema mente, sì. Perché non esiste desiderio che ci appaghi davvero. Ogni nuovo desiderio nasce dalle ceneri di quello che l’ha preceduto.

- Che è morto di…?

- Morte naturale.

- Capisco.

Dice. Ma in fondo non capisce davvero, perché lui è un uomo di fede.

Oddio, no. Quella fede là che puzza d’incenso, non c’entra.

La sua è una fede laica.

Tutta la speranza che trabocca dalle sue labbra lei vorrebbe succhiarla, come da piccina ciucciava vita da poppe gonfie e morbide ed era felice.



scritto da: charlotte01 alle ore 20:29 | link | commenti (15)
categorie:
Per sempre   giovedì, 04 settembre 2008

Minuta. Vivace.
La vedevo arrivare da lontano. La osservavo mentre attraversava la grande piazza vuota. Ora  immersa nel sole d'estate, in dosso un vestitino bianco che si litigava il candore con la carne, ai piccoli piedi magri sandali bruni che disegnavano curiosi arabeschi sulla pelle. Ora avvolta dalle prime nebbie autunnali di pianura, un giubbetto ben chiuso, i jeans appena aderenti ai fianchi e alle cosce che si allargavano un poco sul fondo, e una sciarpa, leggera e colorata,  tirata fin sul naso che le nascondeva per metà il viso.
Tutti i giorni, alla stessa ora, io mi affacciavo alla finestra, e l'aspettavo.
A volte era in ritardo e il suo passo, solitamente leggero e placido, si faceva nervoso e pesante.
La guardavo varcare la soglia dell'edificio e poi tornavo a sedere in attesa di vederla entrare nella stanza.
Diceva buongiorno con il sorriso, appoggiava le sue cose nell'armadio dietro alla porta e subito si infilava nell'archivio, e là rimaneva per ore. Potevo sentirla camminare sul parquet vecchio e scricchiolante e, a seconda dei rumori, sapevo esattamente dove si trovasse in quel momento: terzo corridoio,  tra  "AG" e "AH". Capitava che discorresse tra sé e sé, un parlottio incomprensibile che inutilmente cercavo di captare. Ogni tanto parlava anche con i libri: Tu, cosa ci fai qui? Diceva afferrandone uno fuori posto. E io avrei voluto farmi di carta e d' inchiostro per stare tra le sue mani. Se, con la scusa di cercare qualcosa, andavo di là, era per guardarla muoversi tra gli scaffali che pure enormi, giganteschi,  vicino a lei, minuta, sparivano. Allora la immaginavo muoversi fuori di lì. Altrove. Magari tra le corsie di un supermercato e una gelosia feroce, per chiunque potesse guardarla e vederla, così come io la vedevo, mi cresceva dentro.

Eravamo colleghi, forse anche amici. Difficile dirlo, perché con lei, sempre cordiale e aperta, tutti si sentivano un po' speciali. A me piaceva ascoltarla. Non m'importava cosa dicesse, qualunque cosa, detta da lei, era necessaria. Con Lucia, la segretaria, amava discutere di cucina e mi riempiva di tenerezza pensarla ai fornelli: una piccola strega tra spezie e intingoli. Con il direttore, invece, i discorsi si limitavano al lavoro. Con me... con me parlava un po' di tutto. Di libri. Di musica. Di posti che aveva visto o avrebbe voluto vedere. E in tutto c'era lei, una parte di lei, che mi donava senza avarizia. Sapevo sempre quando era triste o allegra, non occorreva che me lo dicesse, mi bastava sentire il tono della sua voce: se era allegra aveva un tono acuto e nitido; se era triste parlava a bassa voce, allungandosi un po' sul finale delle parole. Ma non era solo la voce. Tutto in lei era espressivo. Anche il modo di toccarsi i capelli, torturando una ciocca bionda attorcigliandola intorno all’indice fino a farne un boccolo, quando era attraversata da pensieri inquieti.

Io l’amavo. Semplicemente. In silenzio. Io l’amavo. E il desiderio di lei era così prepotente e straziante che  per lei avrei potuto morire e rinascere. Per lei avrei potuto anche uccidere.

 

Quel giorno pioveva. Un una pioggia rumorosa e potente batteva sul selciato della piazza. Dalla finestra l’ho guardata attraversare il pavé. Sparire nel portone del vecchio palazzo e infine apparirmi davanti, bagnata dalla testa ai piedi. I capelli, scuriti dall’acqua, le si erano appiccicati al viso, alle labbra. Mi sono alzato subito, ho preso una manciata di carta assorbente dal distributore del bagno e sono tornato da lei. E lei mi ha sorriso come non aveva mai fatto e ha iniziato ad asciugarsi. Io, rimasto con un solo asciughino in mano, ho fatto lo stesso. Lei non si è tolta. Se l’avesse fatto, forse…E’ rimasta a guardarmi, invece, con i suoi grandi occhi scuri, mentre le asciugavo dal viso perle di pioggia. Quando ho scostato l’ultima ciocca dalle sue labbra non ho saputo, non ho potuto fermarmi. Le ho stretto i capelli con la mano e l’ho baciata. Mio dio, la sua bocca fresca e dolce come un’anguria matura in cui affondare i denti quando si ha troppa sete e troppo caldo. Non rammento, ora. É tutto confuso. Tutto annebbiato. Come è successo che ci siamo ritrovati nudi, l’uno di fronte all’altra? Non lo so. Ricordo solo la sua pelle bianca cosparsa di tanti minuscoli nei. Ricordo il suo seno, rotondo e sodo; i piccoli capezzoli rosa tra le mie dita. Ricordo di averglieli morsi e di averla sentita gemere. E la sua pelle era un velluto che ho baciato in ogni millimetro. Ho leccato ogni piega del suo corpo. Ho affondato le mie dita dentro di lei, umida, calda, abbandonata. L’ho guardata mentre inarcava la schiena, la sua schiena perfetta, per sentirmi di più, perché il mio sesso l’invadesse. L’ho sentita sospirare come se dovesse, da un momento all’altro, mancarle il respiro. E quando il suo nido si è stretto intorno al mio sesso ho spinto più forte perché il piacere ci soggiogasse entrambi, nello stesso momento. Ho visto, attraverso i suoi occhi, la vita affogare nei nostri umori per poi riemergere, un secondo dopo, più forte, più bella. E c’era così tanta vita in quel momento che ne ho avuto paura. Che cosa sarebbe stato dopo? Cosa sarebbe stato di me e di lei?

Cosa sarebbe stato di me, senza di lei?

Così ho preso il tagliacarte e ho sacrificato il mio amore, ma solo per bere il suo sangue. Solo perché lei vivesse in me, con me, per sempre.



scritto da: charlotte01 alle ore 16:28 | link | commenti (26)
categorie: