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La bionda lo punta.
Non si capisce bene con che parte del corpo lo faccia, ma quel che è certo è che lo punta. Lui resiste per almeno tre minuti: li ha contati, ne è sicuro. Poi s'avvicina. L'aria distrutta dell'uomo ferito. Lei lo accudisce. Sapienti mani da pubblicità per preservativi. Sono tocchi leggeri che recitano innocenza e candore perduti almeno dieci anni prima. Lui si lascia fare. Povero cane in cerca di un nuovo padrone per cui scondinzolare e pisciarsi tra le zampe! Lei gli liscia il pelo. Sono morbide le dita di fresco dipinte. Bianca la pelle depilata delle sue gambe appena scoperte. Invisibili le rughe coperte da un manto di cipria. Centocinquanta euro la settimana per sembrare un po' meno consumata dal deserto che ha attraversato. Pensa a come svegliarsi prima, la mattina, perché lui la ritrovi esattaemente com'è ora. Ci vuole tempo per recuperare il tempo. Lui dice: mi hanno abbandonato. Lei dice: io, non lo farei mai. Cammina, la bionda, su scarpe di serpente. Sventola la gonna vaporosa perché non le fasci il culo. Sventola il biscotto che ha tra le gambe. Il cane la segue: sono libero, non ho nemmeno il guinzagllio. La bionda ancheggia: sono libera, non ho nemmeno bisogno dell'amore. scritto da: charlotte01 alle ore 19:41 | link | commenti (1) categorie: racconti, frammenti, stranigiorni, ethos
C: No, ho detto che non ci vado, e non ci vado!
C1: Mmmm, non è bene, non è bene! C: Ma perchè dovrei andarci scusa? C1: Be', hai dei doveri, non puoi fare finta di nulla. C: E chi lo dice? C1: IO. C: Tu, tu... ma cosa ne sai tu? Sempre pronta a giudicare, condannare. Certo, sei davvero invadente! C1: Invadente? Ma dico, scherzi? E' il mio compito. Sono una seria io! C: Seria... diciamo pure che sei un dito dove non fa piacere, almeno non sempre... C1: Ma brava, oltre che menefreghista, mi diventi anche volgare adesso! Se ti sentisse la tua coscienza! C: Oh questa? Ma se stiamo parlando?! C1: Sì, vebbe', è un modo di dire... C: Capisco... C1: Non sperare di cambiare discorso, signorina! Torniamo a bomba... C: Ma torniamo dove ti pare! La mia decisione l'ho presa, non puoi farci nulla, rassegnati. C1: Sì, così mi diventi un'anarchica come quei tuoi amici... C: Ma quali amici? Di che stai parlando? C1: Lo so io di cosa parlo! C: Ah be', se lo sai tu, allora... C1: E su dai, ripensaci! Non senti che l'istinto ti chiama? Camilla... Camilla... C: No, fidati, l'istinto tace. Piuttosto tu... C1: Certo, è sempre colpa mia! Quando non sai a cosa aggrapparti finisce sempre così. E' sempre colpa di qualcun'altro. C: Ma hai bevuto? E da quando scaricherei le mie colpe? Se non ti conoscessi così bene, direi che non hai la minima idea di chi stai parlando. C1: Stai di nuovo glissando... C: Ho detto che non ci vado! N O N C I V A D O! Chiaro? C1: Come vuoi, se vuoi disinteressarti del tuo Paese, se vuoi fare finta di nulla... C: No, io voglio un Paese diverso da questo. Un posto dove gli uomini siano degni di tale nome, dove crescere e prosperare... Come fai a non capire? C1: Sei una visionaria, lo sai? C: E tu sei rigida. C1: Bene! C: Già, bene! .... C: Comunque a votare non ci vado... Ohi, sei ancora lì? Coscienza???? Mavaffanculovai! scritto da: charlotte01 alle ore 12:08 | link | commenti (6) categorie: frammenti, stranigiorni, ethos
Ho fatto la vita che hanno fatto tutti, non ho di che giustificarmi.
Che cosa volete che vi dica? Vissi d'alcool e d'amore e crepai di un malore! Ahahahahahah! Niente senso dell'umorismo, eh?! Non dovrei nemmeno essere qui... Io volevo morire, morire e basta: prima carne viva, dopo carne morta. Abbastanza semplice come concetto. Anche rassicurante, sapete? Rassicurante più o meno come credere in questo. Ma dov'è che siamo qui? Ah, se Zanni lo sapesse: che gran risate si farebbe! E riderebbero tutti, giù alla taverna. Riderebbero di me, del Giangi, tutto ignudo qui, davanti a voi che lo guardate e aspettate che dica quello che avete voglia di sentirvi dire. Ma io non ho niente da dirvi: non dovrei essere qui. Ma dov'è che siamo qui? Non l'ho chiamato io il prete. Non me n'è mai fregato nulla di dove sarei finito dopo. Non poteva essere peggio di là. Là, dove tutta la gente vive spaventata dai propri pensieri. Là, pieni di dei e di santoni. Là, che ancora si spera nella salvezza. Ma quale diavolo di salvezza? Siamo spacciati. Tutti. Anche voi, che credete? Non fate più rumore di un peto silenzioso, e di certo puzzate uguale. Che dovrei dirvi adesso? Che sono pentito della vita che ho fatto? Che avrei voluto essere un uomo migliore: più buono, più saggio, più responsabile? Ma io ho avuto quello che la maggiorparte delle persone non ha avuto mai. Io sono stato libero. Libero dalle vostre menzogne. Voi avete bisogno che io creda, che la gente creda, per esistere. Ma io sono esistito indipendentemente da voi. E ora, ora che sono qui, dovrei forse avere paura? Io sono morto. Cosa c'è oltre? Bruciare tra le fiamme dell'inferno? Ahahahahahahah! Ma io non ho più un corpo da poter bruciare. Sono il niente. Sono il ricordo in un brindisi fra cazzoni, giù alla taverna. Fino a quando saranno tutti troppo ubriachi per ricordare persino il loro nome, figuriamoci il mio! Cin Cin, a questo niente! Che fate, non brindate a me, a voi, al mondo? Il dottor Riboldi prende un foglio, allunga la mano sulla scrivania per raggiungere un timbro che passa su una spungna imbevuta di inchiostro nero: PAM! RESPINTO - Continuate con il Valium. - Dice agli infermieri. E il Giangi, ridendo, sparisce dietro la porta bianca. scritto da: charlotte01 alle ore 16:28 | link | commenti (23) categorie: racconti, ethos
Ci sono persone speciali al mondo.
Speciali e belle da non poterci credere. Come Fiamma Chessa, che un semplice grazie suona davvero stonato. Ci sono persone spaciali e scoprirle è commovente e rassicurante. Non molto altro da dire. Solo emozioni che le parole non saprebbero raccontare. scritto da: charlotte01 alle ore 19:09 | link | commenti (23) categorie: frammenti, stranigiorni, ethos
Non sono più fatta per certe cose: la piazza, la gente che applaude a interventi di retorica pura, le canzoni (che amo) cui vengono cambiate le parole per l'occasione, gli urlatori, gli incazzati per forza e quelli per inerzia, le bottiglie di moretti da 66 abbandonate sul pavé, raffiche di vaffanculo sudati, due piazze a meno di duecento metri una dall'altra che si fanno concorrenza (resistenza alla resistenza).
Non mi emoziona sentire il racconto della dea Maat, la dea egizia della verità e della giustizia, che pesa la leggerezza del cuore degli uomini mettendolo su una bilancia a due piatti (da un lato il cuore, dall'altro la piuma che la dea porta tra i capelli), perché il concetto del cuore leggero è così intriso di religiosità (che è mito) da essere davvero troppo, troppo lontano dalla carne e dal sangue di cui sono fatta. Con tutto il rispetto per la sofferenza causata dalla perdita non riesco a non sorridere a un intervento come quello di Maria Fida Moro che mette in scena il personale e il dolore come nel peggiore dei reality show. E mentre lei strumentalizza un morto, il suo stesso padre, io mi domando quando, quando arriverà Paola Perego sul palco? Non posso fare a meno di pensare alle parole del personaggio di un film, Smamma, il regista che si finge morto per avere la possibilità di vincere il David di Michelangelo ne "Il regista di matrimoni" (Bellocchio - 2006): - La vita è dei morti. E io aggiungo: evidentemente così ci piace. Sotto la bandiera della memoria garrisce una pericolosa nostalgia che, come dice Piero Boni, non è da partigiani. La lotta per la libertà, che ha le sue radici anche nella resistenza al nazi-fascismo, deve essere capace di raccogliere le istanze del presente. Non significa dimenticare ma, molto più semplicemente, camminare con la faccia rivolta in avanti e non sempre alle spalle. Mi libero, ancora una volta, dal mantello delle parole utilizzate come costume di scena: il V-day di Grillo non è un attacco terroristico, quanto una spettacolare riunione di piazza; i giornalisti che non sanno fare il loro lavoro non è dittatura, semmai attaccamento a portafogli e poltrone; i concerti nelle piazze non sono commemorazioni, direi piuttosto intrattenimento. Lottare per la democrazia e per la libertà significa innanzi tutto restituire alla lotta il suo significato originale di sfida contro sé stessi e contro i propri limiti. Prima di addormentarsi varrebbe forse la pena ripetersi una frase di Piero Boni (ancora lui, si), come un mantra: - Sei in condizione di assicurarti un buon avvenire, se ti impegni! scritto da: charlotte01 alle ore 12:47 | link | commenti (3) categorie: stranigiorni, ethos
L'arte è presuntuosa e nobile.
Quando l'arte parla della vita reale lo fa con un distacco arrogante che la pone immediatamente al di sopra della vita stessa. (Al di sopra del giudizio anche, benché esista una critica disposta a rendersi ridicola con le sue blaterazioni sull'estetica e la forma.) L'arte riproduce dunque non tanto la vita ma il disprezzo per la vita così come essa è, spoglia. Per questo la carica di simboli, per glorificarla alla magnificenza di una religione che sola gode di un qualche principio di veridicità. All'arte si finisce col credere quindi come si crede in un dio, buono o cattivo non ha davvero importanza. L'importanza è riconoscerlo. Rispettarlo. Adorarlo. Invocarlo o temerlo a seconda dei casi. Fare della propria vita un'opera d'arte significherebbe quindi non tanto viverla con quella particolare affettazione propria, ad esempio, al Dandy, ma con quel sovraccarico di simboli e segni di cui l'arte si appropria e si nutre. In questo senso la vita di tutti è un'opera d'arte. Una messinscena, o una fiction, per utilizzare una terminologia più contemporanea. Così la vita si trasforma in rappresentazione della vita. E in questa vita che rappresenta sé stessa non basta la mimesi, la ripetizione di un cliché, serve la riviviscenza, l'identificazione con quello che si vuole rappresentare. Per rappresentare la malattia si diventa la malattia stessa. Per rappresentare l'amore si diventa l'amore stesso. Und so weiter. In questo teatro-mondo non c'è tempo e non c'è spazio per le emozioni minime. Qualsiasi cosa esiste là dove esiste la sua esasperazione, ovvero il suo contrario perché ogni cosa ha un senso se e solo se viene messa in rapporto al suo non senso. Non potremmo (o dovremmo?) più usare parole come umiltà la quale, riprodotta e non più sottomessa alle sue origini (che viene dal basso, dalla terra), ma elevata dalla spinta artistica che la richiama, che la invoca, non rappresenta più sé stessa ma altro, di più. E di più non è umile. Bisognerebbe forse inventare parole nuove in grado di ridare un senso alle cose, ma credo si finirebbe per rifare lo stesso percorso anche con quelle: perché dentro la vita reale ci si annoia, dentro a un libro ci si emoziona. scritto da: charlotte01 alle ore 18:42 | link | commenti (8) categorie: frammenti, stranigiorni, ethos |
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