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Non ricordo chi. Una notte qualcuno mi allungò una pagina di libro strappata, tutta corrosa ai bordi e sulle linee delle piegature. Avevo sedici anni, mi chiamavano Franco e correvo da una parte all’altra della città, pronto a inghiottire foglio e inchiostro se mi avessero preso. Un messaggero, un mercante di libertà. Avevo sedici anni e qualcuno di cui non rammento nome e volto mi disse: leggi questo! E a me che leggere piaceva, tanto da infischiarmene anche degli sculaccioni di mio padre arrabbiato per l’ennesima candela sprecata, pareva di aver pane in mano, non carta. Qualcuno mi disse: leggi questo! E io lessi. Era una pagina difficile. In fondo non avevo che la licenza elementare perché in quei tempi di fame, sapete, ci si adoperava da subito, da piccoli. Sì, forse non intesi proprio tutto quel che stava scritto in quei righi fitti e sbiaditi, ma qualcosa mi si schiantò dentro. Mi entrò sotto pelle così profondamente che non potei più liberarmene. Compresi. Compresi che era possibile lavorare per la felicità e la liberazione degli uomini. Degli uomini tutti, senza divisioni. Così quella notte non presi sonno, e appena sveglio dovetti parlarne con i compagni più grandi della Brigata. E ne parlammo fino allo sfinimento e non soltanto quella mattina, ma nei giorni. In quei giorni in cui resistevamo al freddo, alla fame, al Nemico. Non presi sonno neppure la notte che seguì l’incontro con Licia, molti anni dopo. La notai immediatamente. Modesta nei sui abiti semplici, sedeva composta, sempre ai primi banchi. Due volte la settimana mi precipitavo al corso di esperanto con i vestiti che odoravano ancora di ferro e gasolio. Mi mettevo a sedere accanto a lei e la guardavo. Guardavo il lapis stretto tra le sue mani correre veloce sulle pagine di un quaderno. Mi piaceva la sua sicurezza. Saluton, trovai il coraggio di dirle una sera. Saluton, rispose lei gentile. Avevamo già un codice in comune, eppure era solo l’inizio. Fu solo l’inizio. Con i compagni trovammo un buco a Viale Murillo e lì mettemmo su il Circolo Sacco e Vanzetti. Un ritrovo, un punto di riferimento per i compagni anarchici milanesi e non solo, visto che nel Sessantasei organizzammo anche un incontro di giovani libertari europei. Ci sfrattarono, così ci trasferimmo nel quartiere operaio della Bovisa. Il Primo Maggio inaugurammo il Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, lo chiamammo così perché stava proprio sotto il sovrappasso della Ghisolfa, a pochi passi dalla stazione di Porta Garibaldi, la mia terza casa. Era il Sessantotto e il vento della contestazione che soffiava dalla Francia arrivò fino a Milano. Tu ti impegni troppo e su troppi quadranti, non sei mai a casa quando ti vorremmo. Licia diceva così, ma in fondo non eravamo troppo diversi. La nostra casa, poco più di due stanze, era un crocevia di giovani: studenti che venivano a farsi battere la tesi, lavoratori che chiedevano aiuto nelle questioni sindacali. E lei, Licia, era una mamma per tutti quelli che varcavano la soglia. Se si faceva ora di pranzo o di cena non batteva ciglio: approntava per quattro, cinque, anche dieci persone. Ferma. Forte. Consapevole. Lo è stata sempre, fino alla fine. Lo fu anche quando due giornalisti le suonarono il campanello in piena notte e dissero: suo marito è caduto dalla finestra della Questura, è morto. Nemmeno una lacrima. Se ne stette dietro la porta appena schiusa a difesa del nostro spazio privato, delle nostre bambine soprattutto, che, ignare e a pochi passi dal dolore, dormivano serene. I carabinieri e le guardie regie sono il più delle volte dei poveri disgraziati vittime delle circostanze, più degni di pietà che di odio e di disprezzo, ed è probabile che personalmente siano migliori dei peggiori tra i fascisti. Lo scrisse Malatesta, e io lo ripetevo spesso ai ragazzi che si presentavano in sede gonfi di fervore e odio, pronti a sollevare i polsi delle camicie e a menar le mani per difendere l’onore dei compagni ingiustamente arrestati. Anch’io non ignoravo le ingiustizie sociali, ma diffidavo delle rivoluzioni, dei gesti estremisti traboccanti di ideologismi che riempivano la testa lasciando vuoto il cuore. Dicevo questo, e loro mi guardavano come fossi un uomo d’altri tempi. Dicevano che ero un uomo di altri tempi, per quel mio insistere tanto sui valori piuttosto che sulle strategie politiche o sul problema del potere. Perché credevo davvero nella possibilità di una società in cui tutti contassero in modo eguale, dove non esistesse scissione tra lavoro manuale e intellettuale. L’anarchismo non è violenza, anche se a noi anarchici ci hanno fatto sempre passare per teste calde. Certo, ci abbiamo messo del nostro, gli attentati, Caserio e Carnot, Bresci e Umberto… Si chiamava propaganda del fatto, si colpivano i re, i potenti della terra, non in quanto esseri umani ma in quanto simboli dell’oppressione dell’uomo sull’uomo. E si finiva sul patibolo, o a crepare di stenti in gattabuia, come il povero Passanante. Ma le bombe, le bombe ad ammazzare gli innocenti, quelle no, quelle mai. Le bombe ad ammazzare gli innocenti, quelle mai. Almeno fino a quella maledetta storia del Diana, un errore colossale, che con c’entrava un bel niente con la nostra tradizione, ma che ce lo portiamo dietro ancora oggi. Così, ogni volta che in questo Paese scoppiava una bomba venivano subito a cercare noi, gli anarchici. E me per primo. Perché mi conoscevano bene. Ero io che andavo in questura per chiedere le autorizzazioni. Mi convocarono anche dopo le bombe del 25 aprile alla Stazione Centrale e alla Fiera Campionaria. Certo, perché se era scoppiata una bomba alla stazione, un ferroviere anarchico doveva saperne per forza qualcosa. Chissà chi sospettavano per quella alla Fiera Campionaria? Calabresi cambiò spesso versione dopo quella notte del 15 dicembre 1969. Attraverso la sua bocca passai da pericoloso soggetto implicato in torve faccende, a bravo ragazzo di sani principi. Un padre di famiglia insomma, uno come lui. Lui che soltanto un anno prima mi aveva regalato un libro. Lo apprezzai. Era un po’ la prova di quel che sosteneva il Malatesta, e cioè che ogni uomo ha la sua corda sensibile: basta scoprirla e farla vibrare. E forse, in qualche modo, quella sua corda io l’avevo saputa toccare. No, non eravamo amici. Più dei buoni vicini, direi. Ci rispettavamo punto e basta. Una mattina come tante altre quella del 12 dicembre. Il solito odore di caffè che proveniva dalla cucina, Licia nella sua vestaglietta rosa pallido che scaldava il latte per le bimbe, mia madre che ascoltava il radiogiornale. Una scena che non avrei mai più rivisto. Alle 16.30 Piazza Fontana fu sommersa da un gran boato. Era scoppiata una bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura: sedici morti e ottantotto feriti. Alle 18 si presentarono due poliziotti alla Ghisolfa. Cercavano me, sapevano che mi avrebbero trovato là. Mi chiesero di seguirli in questura. Salirono sulle loro auto d’ordinanza e io gli andai dietro sul mio motorino. Li seguii in questura. Le prime ventiquattro ore trascorsero. Loro telefonarono a casa. Rispose mia moglie. Furono gentili: Signora, dica in ferrovia che suo marito è malato, insomma, non c’è bisogno di far sapere che è qui da noi. Ero calmo. Nulla di diverso dalle volte precedenti. Normali accertamenti. Gli usuali colloqui informali alla Calabrese. Luigi non era come gli altri suoi colleghi. Aveva modi diretti, anche spicci. Passarono altre ore, difficile dire quante, mi parvero eterne. In cinque, nel piccolo, soffocante spazio dell’ufficio del commissario dove le troppe sigarette avevano creato una nebbia fitta. Chiamarono un’altra volta casa, ma stavolta furono meno amichevoli: telefoni alla ferrovia, dica che il Pinelli è fermato, che è fermato per la strage. Fermato per la strage. Per un attimo mi sentii come Wendell P. Bloyd, uno dei personaggi dell’Antologia di Masters, il mio libro preferito. Sì, perché un anarchico è un po’ come un blasfemo. Offendere il Dio-Chiesa è grave, ma se insieme a quello si offende anche il Dio-Stato, non c’è perdono, né compassione. Come Bloyd: un indisciplinato a cui piegare l’anima a forza di botte. Voi, voi che guardate e riguardate le foto scattate a un fantoccio che precipita dal quarto piano, voi che misurate tempo, spazio, traiettoria, cosa andate cercando ancora, dopo quarant'anni? Quella che andate cercando è la verità. Non sono stato il primo anarchico a volare da una finestra. Ho solo rispettato una tradizione: 1897, Romeo Frezzi; 1920, Andrea Salsedo; 1969, Giuseppe Pinelli detto Pino. Volete sapere cosa o chi è stato, e perché. Volete un Erode, un Pilato, un Mussolini, uno Stalin. Volete un colpevole! Ora che la testa di Calabresi è corrosa dalla terra e mangiata dai vermi, chiedete a me: chi? Perché? E io vi rispondo: voi, per la vostra sete di vendetta, per la vostra cecità, per la vostra indolenza. Per tutte quelle volte che vi siete girati dall’altra parte, che avete alzato un pugno o sventolato un braccio. Per tutte quelle volte che vi siete fatti il segno della croce e avete pensato IO e non NOI.
scritto da: charlotte01 alle ore 13:56 | link | commenti categorie: lalfabeto degli assassini |
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