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Quando non sai dove andare
venerdì, 18 luglio 2008

Il giorno del giudizio

Ho fatto la vita che hanno fatto tutti, non ho di che giustificarmi.
Che cosa volete che vi dica?
Vissi d'alcool e d'amore e crepai di un malore! Ahahahahahah!
Niente senso dell'umorismo, eh?!
Non dovrei nemmeno essere qui...
Io volevo morire, morire e basta: prima carne viva, dopo carne morta.
Abbastanza semplice come concetto.
Anche rassicurante, sapete?
Rassicurante più o meno come credere in questo.
Ma dov'è che siamo qui?
Ah, se Zanni lo sapesse: che gran risate si farebbe!
E riderebbero tutti, giù alla taverna.
Riderebbero di me, del Giangi, tutto ignudo qui, davanti a voi che lo guardate e aspettate che dica quello che avete voglia di sentirvi dire.
Ma io non ho niente da dirvi: non dovrei essere qui.
Ma dov'è che siamo qui?
Non l'ho chiamato io il prete.
Non me n'è mai fregato nulla di dove sarei finito dopo.
Non poteva essere peggio di là.
Là, dove tutta la gente vive spaventata dai propri pensieri.
Là, pieni di dei e di santoni.
Là, che ancora si spera nella salvezza.
Ma quale diavolo di salvezza? Siamo spacciati. Tutti. Anche voi, che credete?
Non fate più rumore di un peto silenzioso, e di certo puzzate uguale.
Che dovrei dirvi adesso?
Che sono pentito della vita che ho fatto?
Che avrei voluto essere un uomo migliore: più buono, più saggio, più responsabile?
Ma io ho avuto quello che la maggiorparte delle persone non ha avuto mai.
Io sono stato libero.
Libero dalle vostre menzogne.
Voi avete bisogno che io creda, che la gente creda, per esistere.
Ma io sono esistito indipendentemente da voi.
E ora, ora che sono qui, dovrei forse avere paura?
Io sono morto. Cosa c'è oltre?
Bruciare tra le fiamme dell'inferno? Ahahahahahahah!
Ma io non ho più un corpo da poter bruciare.
Sono il niente.
Sono il ricordo in un brindisi fra cazzoni, giù alla taverna.
Fino a quando saranno tutti troppo ubriachi per ricordare persino il loro nome, figuriamoci il mio!
Cin Cin, a questo niente!
Che fate, non brindate a me, a voi, al mondo?

Il dottor Riboldi prende un foglio, allunga la mano sulla scrivania per raggiungere un timbro che passa su una spungna imbevuta di inchiostro nero: PAM!
RESPINTO
- Continuate con il Valium. - Dice agli infermieri. E il Giangi, ridendo, sparisce dietro la porta bianca.


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mercoledì, 02 luglio 2008

Recto verso

- Gira male, gira male!

Cami si lascia cadere sul divano. Occhi tristi. Faccia imbronciata.

- A me sembra che giri bene.

- Ma come fai a dire una cosa del genere?

-  Oh Cami, però...che cavolo! Ma vedi sempre tutto come vuoi tu.

- Certo, potrei provare e vedere come vuoi tu!

Ismaele apre il frigo, prende un testa di insalata, la posa nel lavello e lascia correre l’acqua.

- Ma non lo vedi che va al contrario?

- Perché dici che va al contrario?

- Sei gay!

- E questo cosa c’entra adesso?

- C’entra eccome!

- Fammi capire, siccome sono gay, e quindi invertito, allora vedo le cose che vanno al contrario andare dritte e le cose che vanno dritte andare al contrario? Sei stata con mamma, ultimamente?

- Ma perché cazzo, quando non siamo d’accordo,  tiri fuori mamma? Può essere che io e te si abbia pareri diversi a prescindere da mamma?

Ismaele alza le spalle e sospira.

- Sospira, lui sospira.

- Oh, ragazzina, vedi un po’ di darti una calmata?

- Altrimenti cosa fai?

Ismaele, intento a tagliare l’insalata, lancia il coltello sul marmo della cucina. Dritto in faccia a Camilla punta il dito a pochi centimetri dal viso di lei, la sorella nevrastenica:

- Sentimi bene, bellina, il tuo cazzo di criceto gira come qualsiasi altro cazzo di criceto, gli piace sperimentare, tutto qui. E’ un criceto rivoluzionario e forse morirà per questo, ma moriremo tutti quanti, dunque non rompermi i ciglioni!

- Tu dici che è normale?

- Io dico che si fa gli affari suoi e fa bene.

Camilla si avvicina alla gabbia di Alfonso, il criceto. Lo guarda zampettare al contrario sulla ruotina in plastica gialla. Forse è una manifestazione di protesta per essere costretto a vivere in sessanta centimetri cubi. Forse vuole dirle qualcosa:

- Parlami Alfonso, su…dimmi che c’è?

- Sì, Alfonso, parlale, questo sì che sarebbe normale. Assolutamente! Non si è mai visto un criceto correre al contrario, ma un fottìo di criceti fanno discorsi compiuti. E poi lo strano sono io, e solo perché mi piace prenderlo in culo…come se alle donne facesse schifo…

Camilla scoppia a ridere. Si avvicina a Ismaele che ora sta affettando un pomodoro e lo abbraccia stretto da dietro:

- Che dici, andiamo per compere oggi?

- Sì, fantastico: ho giusto adocchiato un completo giacca e pantalone che ad Alfonso starebbe d’ incanto.

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sabato, 28 giugno 2008

La DivinAzione

Paolo e Francesca. Due nomi, un destino.
Così piace.
Così è piaciuto loro, quando si sono incontrati.
Lei, un’infermiera di ventidue anni. Lui, un oncologo di trentadue.
Coup de foudre, nella migliore delle tradizioni fiabesche.
Un giorno lui le ha chiesto la cartella clinica del paziente Tal dei Tali e le loro mani si sono incontrate tra la scritte “catetere” ed “esame escatologico”.  Tutto così nature!
Così hanno incominciato a uscire: un caffé dopo il turno; una pizza con gli altri del reparto; un aperitivo da soli; un cinema. Poi: un cinema, un aperitivo, una cena intima e, nuovamente, un caffé. Freddo però, che nel frattempo le stagioni si sono avvicendate.

Progettano, Paolo e Francesca. La serata. Il fine settimana. La vacanza. La casa. Lui la vorrebbe silenziosa; lei spaziosa e luminosa. La trovano, è perfetta. Pre-collina, edificio d’epoca: soffitti alti, ampie vetrate e un piccolo giardino di pertinenza. Certo, non è a buon mercato, ma con l’aiuto delle famiglie e un mutuo diviso due si può fare.
Francesca è raggiante. Gira per mobilifici, un giorno con la mamma e uno con la suocera, tanto per non scontentare nessuno. Diecimila Euro per la cucina. Cinquemila Euro per la camera da letto. Duemilaquattrocentoventisei per la vasca idromassaggio. Gira e compra, e quando non compra colleziona cataloghi oppure telefona a Paolo:
- Amore, amore, amore!- Chioccia Francesca - Non sai cosa ho davanti: la chaise longue più bella che io abbia mai visto! Pensa amore, tu che ti ci stendi sopra dopo una lunga e faticosa giornata, io che arrivo – abbassa il tono e illanguidisce la voce – con una sottovestina rosa e due calici di vino bianco fresco…
E Paolo dice:
- Comprala! –  Senza nemmeno chiedere il prezzo. Che poi, finiamola con questi discorsi venali: il prezzo, ma chi se ne infischia del prezzo! La Ciccina vuole la chaise longue? E chaise longue sia.

Eccoli, gli amorini di Peynet, seduti in mezzo a una stanza ancora spoglia che guardano un pantone di colori e scelgono insieme la tinta da dare alle pareti:
- Che ne pensi del verde acido per la cucina? Si intona con il Moka dei mobili…
- Sì, non è male; ma tra il B17 e il B18, preferirei il B17.
- Ma tatino, il diciassette porta male!
- Vada per il diciotto, allora.
Si baciano, ora, i due amorosi progettisti, che i numeri, misteriosamente, producono nei fidanzati un eccesso di sentimentalismo.
- Amore... tutti questi numeri non ti ricordano nulla?
Paolo tace e pensa. L’eco del silenzio rimbomba nell’appartamento vuoto.
- Sì, insomma…dobbiamo ancora fissare La Data….
La Data, certo, come ha fatto a non arrivarci da solo!
- Domani! – Risponde prontamente Paolo. E prontamente dice una fregnaccia, ma a Francesca non importa: lo ama così tanto quel suo appassionato dottorino. Suo.
-  Che matto! Non si può. E poi ci sono tante cose ancora da fare qui, e c’è il lavoro…
Paolo l’abbraccia. La ama così tanto la sua saggia infermierina. Sua.
- Amore, decidi tu la data. Tanto passeremo tutta la vita insieme e non saranno due o tre mesi a fare la differenza.

Due o tre mesi forse no, sei sicuramente sì.

Tutta colpa della moleosofia, l’antica arte divinatoria che passa per le imperfezioni. Che di imperfezioni, in sei mesi, Francesca ne ha viste un tot: l’improvvisa scomparsa del di lui cellulare, i ritardi giustificati grossolanamente (tutta colpa del Primario che, evidentemente, non ha proprio di meglio da fare il sabato sera che guardare TAC e discutere biopsie), l’aumentare vertiginoso degli interventi d’urgenza e delle conferenze fuori città…
Certo, anche un po’ della stolisomanzia, che trasmette messaggi occulti attraverso gli indumenti: perché se un uomo profuma di Chanel n. 5 non ha tendenze particolari, ha tendenzialmente un’amante.
- Eh no, questa volta non glielo lascio il tempo di svignarsela allo stronzo. Questa volta lo becco! Anzi li becco, tutti e due: lui e la sua amichetta. In flagrante. E li meno, tutti e due. Voglio vedere il sangue. – Così dice, pacatamente, Francesca sfrecciando a centocinquanta chilometri orari in pieno centro cittadino. E Luciana, l’amica del cuore avvinghiata al sedile, mentalmente ripercorre i momenti più belli della sua vita, che di uscire viva dalla Punto bianca non è convinta:
- Francina, però devi arrivarci per stanarli…- Prova a dire.
- Ci arrivo, ci arrivo…eccome se ci arrivo!

Lui, lei, e l’altra e intorno niente: non ci sono i tavoli del locale, le candele, i cocktail con l’ombrellino, gli ospiti. Nulla. Solo la cieca rabbia di Francesca e voci, nel suo cervello:
- Daje al fedifrago! – Fa una.
- Daje alla mignotta! – Ribatte l’altra.
Improvvisamente soffia un vento dall’ovest. Grovi di erba e polvere rotolano lungo il pavimento, che non è più un pavimento bensì un terriccio ocra arido. In dolby surround la musica di “Per un pugno di dollari” si diffonde per tutta la sala. Il proprietario del locale si nasconde dietro la spillatrice della Menabrea.

Francesca percorre la sala. Ha una mano dentro la borsetta. Dietro di lei Luciana, pallida e ancora un po’ stordita dopo il percorso in auto, chiede della toilette a un cameriere.

Francesca si avvicina sempre di più al tavolo dei due amanti che paiono impietriti: Paolo abbassa lo sguardo. L’amichetta lo alza nel tentativo di trovare una via di fuga.

Francesca è al tavolo dei due clandestini. La mano le scivola fuori dalla borsa. Un rumore sordo si espande: è la boule de neige raffigurante Venezia, ricordo del loro primo viaggio insieme, che Francesca ha sbattuto sul tavolo. La non più misteriosa accompagnatrice di Paolo rilascia un grido di paura e anche qualche scoreggia. Francesca, dopo aver sventolato, disgustata, l’aria con la mano, indica la boule de neige:
- Spero che la strillosa qua di fianco abbia un posto dove farti stare, altrimenti puoi provare a entrare qui.

“Questo matrimonio non s’ha da fare”, è vero, però una casa come quella non si vende su due piedi e nessuno dei due potrebbe permettersela senza l’altro. Tanto vale viverci, insieme ma non in coppia.

Paolo.
Francesca.

Un destino scritto, anzi sottoscritto, sui documenti del mutuo.

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mercoledì, 11 giugno 2008

TRUCIOBERTO

Arrivano tutte e due. Belline. Sorridenti.
Che avranno da sorridere sempre?
Lo cercano al suo posto: reparto dischi.
Non è lui. A meno che gambe e capelli non gli siano cresciuti in tre giorni.
Si consultano: pare improbabile.
Si tratta evidentemente di un collega.
Nessun problema: se il lungagnone è un collega, allora saprà dir loro dove sta quell'altro.
Incognita nome.
Una costante per la Camilla.
Ma
questa volta la ragione non è la sua memoria: lui il nome non glielo ha proprio detto.

Diamo atto.
Cami e Betta, un'armata brancaleone di parecchio dimezzata, con una missione: trovare il riccioluto commesso che ha promesso una copia del cd di Joe Ely.
Il cd in verità è per la Cami, ma la Betta, folgorata dai di lui riccioli piccolotti e boccolotti, non ha resistito alla tentazione di rivederlo.
Ora, il tipino alla Cami parse carino, è vero, ma nulla, davvero nulla di che.
Parse anche di molto giovincello. Troppo, va detto.
Ma i gusti son gusti: non è che si possa discuterne più di tanto.
La Cami, fante di prima linea,  parte all’attacco e, a passo sicuro ma calmo, si avvicina al banco.

Il lungagnone, ben addestrato, alza subito la testa da sul pc:
- Posso esserti utile?
Questi commessi di oggi: che solerzia!
- Si, non c'è il tuo collega?
Il Lungo si sente punto nell'orgoglio e un poco rattrappisce perdendo almeno un paio di centimetri di gambe e una cinquantina di capelli, ma prontamente risponde:
- Quale? Ne ho tanti...
Da dietro prontamente interviene la Cavallerizza Rustega, oggi in tenuta profinvistadivacanza, gonna al ginocchio, orrorpaperine appuntite e canotta bianca con ricami :
- Quello con i riccioli!
Alla Betta quelli  sono rimasti impressi. E che dobbiamo fare?
Camilla, fantessina modello paperetta, dà il finale colpo di becco:
- Quello giovane.
- Si, si. Giovane, giovane! - ripete Betta in una sorta di trance.
Il Lungo si apre misteriosemente in un sorriso e dice, rivolto alla Cami:

- Tu sei la ragazza del cd! - la ferita all'orgoglio gli si è cicatrizzata in un attimo: non è una questione di preferenze! Pare rifiorito.
- Si, sono la ragazza del cd!
Appunto, i gusti son gusti: c'è chi ama i riccioli truciolosi, c'è chi impazzisce per il policarbonato, i pit e i land.
Il Rifiorito impugna subito il telefono:
- Robi, è arrivata la ragazza del cd! - dice con un entusiasmo incomprensibile, poi mette giù - Arriva subito.

Camilla ringrazia.

Betta è in trepidante attesa.
Il lungagnone torna con la testa nel pc, poi, d'un tratto, la rialza:
- Comunque sarà contento di sembrare tanto giovane…
- Perché non lo è? - chiede Betta risucchiando una bavetta che le sta rovinosamente colando a lato della bocca.
- Eh, no. Non proprio così giovane.
A questo punto anche la Cami ha un moto di curiosità, che se son giovani non le piacciono tanto, ma superata una certa età se ne può sempre parlare:
- Tipo? Non giovane quanto?
- Trentotto.
Camilla e Betta si guardano. Si sorridono. Intesa perfetta.
Il giovane non giovane arriva.

Roberto, si chiama Roberto.
Subito porge il cd alla Cami che, a sua volta, gli passa una compilation che ha fatto per lui per sdebitarsi.
- Grazie - si dicono in un coretto delizioso.
- Ma no, grazie a te - continuano.
- Dimmi poi se ti è piaciuto - concludono con un duetto straziante.
Betta ormai non dà più cenni di vita: in piena visione mistica assume un'espressione inchiavardata in cui si mescolano almeno altre venti espressioni. Il risultato finale non è comunque un bello spettacolo.
Si salutano ora, lo Smunto, la Cavallerizza Rustega con tutte le sue espressioni, la Paperilla tutta goduta per il nuovo cd e il Trucioberto non poi così giovane.
Betta cerca di scacciare i pensieri libidinosi tuffandosi nell'acquisto di un libro in lingua originale.
Camilla, in preda all'euforia musicale, rimane ancora in giringiro per il reparto.
Trucioberto la raggiunge davanti al reparto Rock Progressivo:
- Mi sono dimenticato di darti questo - e le porge la recensione dell'album che le ha duplicato - e poi, mi chiedevo, come faccio a dirti se mi è piaciuta la compilation se non ho neppure il tuo numero?

Betta e Cami di fronte a un caffé:
-  Eh, l'evevo capito sai? Da come ti guardava.
 - Se mi chiama, ti passo il numero.
- Ma hai visto quant’è carino? Con tutti quei ricci!

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mercoledì, 04 giugno 2008

Diagonale opposta

Cami entra alla Biblioteca Nazionale e in modalità automa tira dritto agli armadietti: è  vietato entrare in sala consultazione con zaini, borse e cartelle.
Sceglie sempre un armadietto con numero dispari, a costo di doversi arrampicare sul portaombrelli per raggiungerlo.
Non c'è un senso cabalistico. Neppure una forma di superstizione strana. Semplicemente i numeri pari non le piacciono. Senza logica.
Oggi è il quarantanove, altezza occhi.
Apre la borsa, prende il telefono, la biro, l'agenda e il libro che deve riconsegnare. Legge, come sempre, una delle numerose fotocopie affisse ai muri: non lasciare oggetti di valore negli armadietti, la direzione non si assumerà nessuna responsabilità in caso di furti e sottrazioni. Che differenza c'è tra un furto e una sottrazione? Il furto è definitivo, mentre la sottrazione è momentanea? Qualcuno potrebbe quindi prendere il portafogli di uno sconosciuto, portarlo a fare due vasche sotto i portici e poi restituirlo? Interessanti questi cartellini casalinghi appiccicati con lo scotch che sgretola i muri ocra.
Così, portando in mano tutto l'ambaradan di prima necessità, si dirige alla guardiola dove due signore di fucsia e anice vestite le daranno il passi numerato.
Passi numero centosettantanove, dispari.  Quando si dice: la fortuna.
La sala consultazione e attesa è al secondo piano.
Una grande sala con grandi finestre e molta luce. L'odore ingiallito dei vecchi libri arriva fino a lì, anche se  l'immenso patrimonio  stampato sta  negli archivi degli ultimi piani.
C'è sempre un silenzio strano nelle biblioteche. Un silenzio bigusto: della trepidante, eccitata attesa, tipo un Barbera in una giornata di pioggia; dell'attesa annoiata e frettolosa, tipo pezzo di baguette mangiato in coda alle casse del supermercato.
Cami si siede al primo tavolone: prende un cedolino e con scrittura barbarica lo compila in tutte le sue parti e mentre compila pensa: ma se ogni visitatore e fruitore si accredita all'ingresso, se a tutti viene consegnato un numero d'entrata - unico e personale - perché si deve scrivere il proprio nome, cognome e indirizzo ovunque? Interessante questa burocrazia della precisione millimetrica: mettiamo il caso che un visitatore sia improvvisamente colto da sdoppiamento della personalità, il bibliotecario, dall'occhio esponenziale e vetrato, potrebbe testé avvisare i paramedici del TSO. Son cose serie queste, importanti.
Cami consegna il cedolino sfoderando uno dei suoi migliori sorrisi: ha scoperto che questo piccolo espediente velocizza di parecchio il tragitto sedia-montacarichi, due metri scarsi, e la richiesta viene presa in consegna con una certa premura.
Il bibliotecario - o il suo spettro, questo a Cami non è chiaro - piega leggermente il labbro superiore, guarda Cami, guarda il montacarichi:
- Ci vorranno venti minuti.
Ha tempo per un caffé alle macchinette.
Cami ha appena affrontato, pericolasamente poichè sta scrivendo un messaggio e non guarda dove mette i piedi, l'ultimo gradino della grande scalinata che porta al primo piano: sala quotidiani e riviste dirimpettaia alla stanzetta distributori automatici di surrogati alimentari di vario genere.
E' ancora immersa nella comunicazione tecnologica quando si sente appoggiare una mano sulla spalla:
- Ciao!
Cami fa un balzello, poi guarda e riconosce: il giovane Sconosciutoconosciuto.
Occorre fare un passo indietro, a circa un mese prima: Cami alla Nazionale, in fila alla guardiola, vede uscire da una porta un giovane dall'aria conosciuta che però non riconosce. E' lui a riconoscere lei, però.
Le si avvicina e con un sorriso meraviglioso la saluta. Seguono battute di ordinaria circostanza, lui:
- Che strano incontrarti qui.
Lei:
- Eh, già. Ma anche incontrare te ( pensiero non espresso: peccato che non sappia chi diavolo tu sia)!
- Ma adesso vivi qui o stai ancora a Savigliano?
- No, vivo qui da qualche anno (è sicuro, si conoscono!). E tu?
- Anche io.
- Ah, bello.
- Si, insomma...
Si salutano, lui ci tiene a farle sapere che sta al piano di sopra e "deve" tornarci, lei annuisce e si chiede: a quale piano di sopra si riferirà? Ma poi: che me ne frega? E anche: ma come cazzo ti chiami già?
Ma non lo chiede. Lui è così grazioso, gentile. Sembra davvero felice di averla incontrata. E poi l'ha riconosciuta subito, non se la sente di dirgli:
- Va tutto bene, c'è solo un particolare: io non so chi sei!
Poi Cami ci ha pensato e nel cassetto della memoria ha ritrovato quel faccino. Lui, che non ha un nome, era quel ragazzino che sul treno si sedeva di fronte a lei sui sedili in diagonale opposta. Lo ricorda. Un bel ragazzino dall'aria dolce.
Le temps passe trop vitte!
Lui, oggi, è un ragazzone alto. Bello da togliere il fiato, infatti a Cami manca un poco il respiro quando lui l'ascolta nel suo blaterare circostanziale e incerto puntandole gli occhi negli occhi. E l'apnea si fa pericolasa quando lui, per salutarla, l'abbraccia posandole, a palmo aperto e sicuro, una mano sulla schiena e si abbassa per baciarle le guance. Tre baci: sinistra, destra, sinistra. Così si salutano gli amici. Due è da parenti ai funerali e alle feste comandate.

- Di nuovo qui e di nuovo ci incontriamo - dice Lui sorridendole e continua - ti ho spaventata?
- Un pochino, si. Come stai (Tu, Coso, Tizio)?
- Bene. Stavo andando a prendere un caffé.
- Ma dai, anche io.
- Bene, allora permettimi di offrirtelo.
Nella stanzina dei distributori automatici Cami e  Sconosciutoconosciuto prendono un caffé.
Chiacchierano del più e del meno. Cami scopre che Lui lavora lì, ai quotidiani. Ne aveva avuto il sospetto.
Oggi lo guarda meglio della volta precedente e conferma: è assolutamente bello. Di una bellezza che alla Cami mette soggezione. E poi non è neppure antipatico. O stupido. E non fa il piacione. Bello e semplice. Cami pensava non ne facessero più di questo modello.
Lei dice:
- Be' grazie del caffé, vado a vedere se è arrivato il mio libro.
Lui dice:
- Figurati, è stato un piacere. Quando passi di qua vieni a cercarmi: ora sai dove lavoro.
Si salutano. Lui sempre con un abbraccio pieno e deciso. Lei sempre un po' imbarazzata e rigida. Sinistra, destra, sinistra. Sempre tre i baci sulle guance.
Escono dalla stanzetta insieme, lui tira dritto, lei svolta verso la scalinata:
- Cami, ti ricordi di esserti trovata una rosa sul motorino tanti anni fa?
Cami ci pensa.
- Si, mi ricordo.
- Te l'avevo messa io.
Cami diventa un fiammiferino. Aveva sempre sospettato di Nicola, poi diventato l'amico del cuore, cavalier servente di sua Maestà la Stronza, che la Cami, da ragazzina, non era farina per far ostie.
- Be', allora grazie in ritardo - gli dice con un sorriso.
Ma ancora non ricorda il suo nome.
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venerdì, 30 maggio 2008

Questione di punti di vista - traccia 2: succede!

Tizio incontra Caia.
Si incontrano per lavoro, in un caffé.
Una di quelle trattative veloci che sulla carta non richiedono che una decina di minuti.
Ma i minuti diventano venti. Poi trenta.
Parlano.
Tizio e Caia si raccontano con quel tipico modo di raccontarsi velocemente che pare il riassunto di un'epopea mitica.
Tizio è meno loquace, ma non si risparmia.
Caia è logorroica e, purtroppo, non si risparmia.
Però Tizio non pare infastidito.
L'ascolta, invece, con grande attenzione e partecipazione.
Muove spesso la testa in avanti: d'accordo su tutto.
Non ha capito benissimo, ma è d'accordo.
E poi Caia è così carina. Parla gesticolando e i suoi movimenti sono ipnotici. E quelle buffe smorfie che fa con il naso: lo arriccia un pochino. Più un vezzo che un tic nervoso. Anche se nervosetta, be’, si direbbe che lo sia davvero.

Caia guarda l'ora: è tardi, ha un altro appuntamento e se non si dà una mossa non arriverà mai puntuale.
Lo dice anche a Tizio, reclinando di lato il viso che significa: non è per te, ma devo proprio andare.
Tizio è un galantuomo, l'ha vista arrivare a piedi e pensa che Caia potrebbe avere bisogno di un passaggio.
Glielo propone.
Cadono convenevoli come pioggia di marzo, ma alla fine Caia accetta, è davvero in ritardo.

Tizio e Caia in auto.
Caia pare più rilassata e infatti non si accorge che la gonna, nel accomodarsi sul sedile, le si è tirata un po’ troppo su, sulle cosce lisce.
Tizio è decisamente meno rilassato: quella pelle distrattamente scoperta lo turba.
Caia parla, ancora.
Tizio tace, perché se dovesse dire quello che pensa lei potrebbe prenderlo per un maniaco.
Ma Tizio non è un maniaco.
E’ un uomo, un uomo giovane e appassionato in compagnia di una donna giovane e affascinante con le gambe appena scoperte.
Caia gli chiede di girare a destra, per favore. Intanto guarda le sue mani muoversi sul volante e pensa: sono belle. Le dita lunghe. Le unghie ben curate… la manicure!
Sorride. Hanno strane manie questi uomini di oggi.
Tizio si accorge che due occhi azzurri si sono appoggiati insistentemente sulle sue mani.
Un brivido gli sale fin sulla nuca e lo scuote.

 L’auto si ferma.
Si salutano ora, Tizio a Caia, con una forte stretta di mano. Si sorridono anche.
Tizio solo in auto accende l’autoradio e pensa che la chiamerà e la inviterà a cena e lei accetterà. Oh si che accetterà!
Caia davanti a un portone preme un bottone di ottone, si guarda le mani, indugia sulle dita e le guance le si infiammano: avrebbe dovuto chiedergli il numero della manicurista!

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giovedì, 22 maggio 2008

Questione di punti di vista

- Tutto ciò che colpisce il tuo cuore, viene dal cuore.
Silenzio.
- Bella, dove l'hai presa, in un Bacio Perugina?
Lola ci pensa:
- No, sull' etichetta di un angioletto della Thun.
- Originali 'sti crucchi, davvero!
- La frase è di Rousseau,  francese.
- Ah! - Camilla si accende una sigaretta, lo sguardo impegnato in un pensiero difficile - Lola, che ne dici di: tutto ciò che colpisce il tuo intestino, esce dal culo?
- Cami, c'è un poeta in te!
- Mmmm....già. Ma la questione è: come c'è entrato?
Lola guarda Camilla. Camilla guarda Lola.
- Faccio un caffé?
- Ne ho già presi cinque da stamani.
Lola prepara il caffé. Camilla resta sul divano e pensa: è bello avere degli amici che si preoccupano per te.
- Dov'è la miscela? - fà Lola con la testa nella dispensa.
- Secondo piano, a destra.
- Tieni il caffé con la pasta?
- No, è a lui che piace stare lì e io non discuto.
- Capisco.
- Vedi Lola, è questo il segreto: non discutere. Se al caffé piace stare insieme con la pasta, qual'è il problema?
- Nessuno!
- Ecco, appunto: nessuno. Alla fine sono convenzioni: caffé, zucchero, miele, Nutella, marmellata e biscotti devono stare tutti sullo stesso piano. Chi l'ha stabilito?
- La logica?
- La logica, la logica di chi? Quando? Perché?
- Le tazzine sono insieme alle pentole?
- No, perché?
- Non so, magari è nata una stupenda storia d'amore tra loro e le padelle e tu non te la sei sentita di interferire.
- Il punto, Lolita, è che sono possibili più interpretazioni. Chi ce lo dice che Platone, parlando delle due metà che si cercano per diventare un unico, non si riferisse in realtà alle due metà esistenti in una stessa persona: anima e corpo. A questo punto noi si starebbe qui, convinti che da qualche parte nel mondo ci sia la persona giusta: l'ha detto Platone! Sarà credibile Platone no? Non è mica Morelli. E cerchiamo, cerchiamo, cerchiamo...
- Cerchiamo...
- Si, cerchiamo 'sto altro pezzo per smetterla di essere dimezzati. Ma cerchiamo l'impossibile. Pensa Lolita, pensa se fossimo già in potenza degli interi e non lo sappiamo!
- Teoria interessante. Zucchero?
- No.
- Latte?
- Nemmeno.
- Dunque, occhio che scotta, secondo la tua brillante teoria, noi non si dovrebbe aver bisogno di nessuno.
- Ma, non so...forse di qualcuno si: per un po' di compagnia.
- Di un cane per esempio.
- Troppi peli.
- Un pesce rosso?
- Troppo silenzioso.
- Si, non danno soddisfazioni, e poi durano poco.
- Quello che voglio dire è: basta con questa storia delle affinità elettive. Il cacio sui maccheroni, le fragole con la panna...
- Il caffé con i biscotti...
Lola si siede accanto a Camilla. Camilla le si avvicina un po':
- Io non ho bisogno di nessuno! - dice Camilla accovacciandosi in cerca di coccole.
- No, tu no, ma io ho bisogno di un abbraccio, ora.



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sabato, 05 aprile 2008

Monologo accidentale

A guardare il mondo dall'alto sembra sempre tutto così piccolo e innocuo.
Stavo bene lassù. C'erano le foglie degli alberi più alti che bastava allungare una mano e ti accarezzavano. E le nuvole che sembrava di potercisi arrotolare dentro, come quei piumoni gonfi che vendono nei negozi costosi. Il mio l'ho preso con il materasso della Superelax. Il piumone, dico. Una bella signorina con la sottoveste chiara se lo appoggiava al viso e ci si strusciava un po'. Lo faceva ogni sera, dopo il telegiornale, prima del film delle nove che però non sono mai riuscito a vedere fino alla fine perché mi addormentavo. Ma quando mi chiedevano: hai visto quel film che parla di un tale che incontra una tale e poi...? Io dicevo si e raccontavo i primi venti minuti. E bastava quello perché mi guardassero come uno di loro. Avevo anche io un materasso losangato, un piumone che non era soffice come le nuvole - a dire il vero pungeva anche un po' - ma aveva un bel colore di terra e degli strani disegni geometrici che non ho mai capito bene, e potevo raccontare venti minuti di ogni film e programma televisivo. Che poi non ho mai avuto tutto questo tempo per chiacchierare. Due parole al mattino, quando si prendeva il caffé al bar prima di entrare in cantiere. Due all'ora di pranzo. Due nel tragitto verso casa con quei pochi che prendevano il tram con me. Il resto era lavoro.
E' che a me è sempre piaciuto lavorare.
Facevo il muratore, come mio padre prima di me e mio nonno prima di lui. Sempre per la stessa impresa edile: Marchiorri per il mattone, dal 1886. A Natale il Cavalier Marchiorri, il padre non il figlio, mi spediva un gran cesto pieno di cose d'alta cucina che io non sapevo neanche come approntare. Sono sempre stato di gusti semplici a tavola. Mi piacevano soprattutto le uova con cipolla e pomodoro. E il vino.
Come? Che vino mi chiede? Quello rosso. Me lo portavo anche al cantiere, per il pranzo e se avanzava lo prendevo con me, su sull'impalcatura, e ogni tanto mi fermavo, posavo la cazzuola, mi sedevo sulle assi, tiravo fuori dalla sacca il cartone e bevevo. Vicino alle foglie. Avvolto dalle nuvole. A un passo dal sole che anche se non c'era bel tempo da lì lo si vedeva comunque.
E da lassù le persone per la strada sembravano tante formiche. Come quelle che incontravo da piccolo, andando per boschi. Affondavo per sbaglio il piede in una di quelle montagnole di erba secca e  subito, a centinaia, le minuscole creaturine uscivano correndo di qua e di là. Come impazzite. Senza una meta. Spaventate. Allora cercavo di rimettere insieme la montagnola - chissà, forse avevo già in me una certa predisposizione per fare e disfare abitazioni - così che, quando si fossero calmate, avrebbero potuto tornare a casa e finalmente riposare. Finalmente rilassarsi. Ma quelle non tornavano mai. Dopo pochi giorni, poco distante dal vecchio rifugio, ne appariva uno nuovo. Quelle formiche: un vero talento per l'edilizia! E poi devono avere un gran bel carattere per vivere così, tante, tutte insieme.
Come dice? Ah, no. Io ho sempre abitato solo. Certo, non da bambino. Ma dopo la morte del babbo.
No, non mi sono mai sposato.
Sono stato innamorato però. Una volta.
Lei era bellissima,, assomigliava a quell'attrice...come si chiama? Non ricordo, non ho mai avuto buona memoria. Era la sorella minore del mio collega Pasquale, gli portava sempre il pranzo. E ogni tanto portava anche una torta, per tutti. Mi è sempre piaciuta la torta di mele, ma non gliel'ho mai detto. Così lei portava più spesso la crostata, che invece piaceva tanto a Giovanni. E Giovanni ogni volta le faceva un sacco di complimenti e ne prendeva anche due fette. Infatti poi si sono sposati. Mi hanno invitato al matrimonio, anche. Una bella festa. C'era tanto vino e, naturalmente una gran varietà di crostate. Ma la torta di mele, quella non c'era.
Comunque non mi sono mai sentito solo. Avevo gli amici del bar, con cui mi trovavo il sabato per giocare a scopa. E c'era Vincenzo.  Anche lui non si è mai sposato.
Con Vincenzo non avevamo molte cose in comune. Lui era operaio metalmeccanico. Tutto infervorato di politica. Sempre arrabbiato con qualcuno. Soprattutto con i padroni. Quando gli dicevo che il Cavalier Merchiorri era un uomo onesto e gentile lui alzava gli occhi al cielo, mi rispondeva che non capivo niente, che il padrone non è per natura onesto. E così si arrabbiava anche con me e spariva. Per un po' di giorni non si faceva vedere e poi tornava.
Ma cosa posso dire? E' che lassù non esistevano padroni o sottomessi ma soltanto io, i miei strumenti del mestiere, il cartone del vino, gli alberi, il sole e le nuvole.
E quando stavo lassù stavo bene.
Lavoravo, mi fermavo per bere un po' di vino,  accarezzavo le foglie e guardavo il mondo di sotto che mi ricordava tanto i formicai dei miei boschi.
 Mattone dopo mattone costruico e aggiustavo case perché le persone potessero finalmente fermarsi, rilassarsi.
Una sera il Cavalier Merchiorre, il figlio non il padre, mi ha fermato:
- Matteo - mi ha detto - il suo lavoro ci è stato prezioso, ma adesso è tempo che si goda un po' di pace, che si riposi finalmente. Io avrei voluto dirgli che non ero così stanco, che è vero che mi addormentavo davanti alla tivvù senza mai vedere il finale di un film - ma lui come poteva saperlo? - ma solo perché forse mi annoiava. Però non ho detto niente.
Così, dopo un paio di mesi, mi sono ritrovato senza un'impalcatura sulla quale salire. Senza strumenti del mestiere. Senza foglie degli alberi più alti da accarezzare.  E le nuvole, viste da basso, non assomigliavano affatto ai piumoni che si vendono nei negozi costosi, quanto più al piumino della Superelax. Non troppo soffici. E qua giù non stavo così bene. Le persone non assomigliavano più alle formichine dei miei boschi, ma a tante cavallette giganti. Come in quel film, com'era già il titolo?
Non ero contento. Vincenzo invece si, lo era. Diceva:
- Lo vedi? Ti sfruttano, ti spremono come un'arancia e quando ti hanno bevuto fino all'ultima goccia di sangue: tanti saluti. Addio. Muori.
Ma io alla morte non ci avevo mai pensato davvero. Neanche quando sono salito sul tetto.
Pensavo piuttosto che in tanti anni, pur avendo avuto le nuvole così vicine, non avevo mai provato a toccarle. Ma quando ci ho provato la nuvola si è spostata e io ho perso l'equilibrio.
Ma lei, Pietro, l'ha mai toccata una nuvola?


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categoria: racconti


lunedì, 31 marzo 2008

quarantacinque

Piange. Ha dei bellissimi occhi scuri. In una mano il cellulare da cui pende un cosino a metà tra un topo rosa e un maiale grigio. Al cosino di tanto in tanto si illumina la coda, ma da qui, non so, potrebbe anche essere il buco del sedere. Nell'altra mano un fazzolettino di carta ridotto ormai a una schifezzuola impregnata di lacrime e muco. Piange.
Ma non è colpa di quei pantaloni in stretch così stretch che le lacrime avrebbero un senso. No. Dai suoi bellissimi occhi scuri scendono, insieme al mascara, piccoli pezzi di cuore liquefatto.
- Non ha senso Caty, cioè non ha proprio senso!
- Lo so Addy, lo so. E' uno stronzo, lascialo perdere!
L'amica ha l'aria di chi se ne intende. Porge un fazzoletto pulito e la mano rimane sospesa. Di tanto in tanto l'abbraccia, ma lei, Addy, si ribella nevrotica.
- Cioè spiegami, spiegami come ha potuto, dopo quarantacinque giorni, cazzo. QUARANTACINQUE! Ripete un po' più forte di modo che la vecchietta aggrovigliata nelle sue stesse ossa, seduta due poltroncine di plastica più in là, possa sentire bene e segnarsi il numero su un pezzo del biglietto dell'autobus. Lo giocherà domattina, che niente succede per caso.
Ma che ne sanno Addy e Caty del caso. Loro se ne stanno sul bus e cercano una risposta. Una sola: come ha potuto, lo stronzo, dopo quarantacinque giorni?
Tra un singhiozzo e l'altro; uno svolazzare di cazzi e madonne che insieme non hanno molto senso; una mano sospesa che aspetta che qualcuno la liberi dal fazzoletto disegnato con tanti cuoricini, una discreta presa per il naso un po' in tutti i sensi; e un cosino con le morroidi che si tiene appeso a un telefonino; Addy sparge dolore in forma liquida.
Addy non capisce e se non capisce non può darsi pace. E Caty non può spiegarle nulla di più di quello che già sa. Certo ci prova. Si prodiga. Ma Addy la guarda, con quegli occhi annegati, e pensa che Caty potrebbe impegnarsi anche meno, perché non è che la faccia sentire meglio il fatto che lo stronzo sia ricoperto di insulti, sempre più grossi, sempre meno ripetibili.
Quello che la farebbe stare bene sarebbe un bel quarantasei, e poi un centoquarantasei, e poi un mille quarantasei e...eh be', ai sogni non c'è limite.
- Io lo amo, non ho mai amato nessuno come amo lui.
- Lo so Addy, lo so.
- Cioè, se penso a San Valentino...guarda mi vien da piangere.
Ma dai, e chi l'avrebbe mai detto?
Fa tenerezza Addy vestita da minifiga mentre fa discorsi da minidonna.
Sarebbe bello poterle dire che passerà e che mai più verserà su un fazzoletto con i cuoricini tutta quella disperazione. Il che è un po' vero e un po' no. Lo stronzo dei quarantacinque lascerà il posto a quello dei quarantasei che a sua volta lascerà spazio a stronzi multipli ed esponenziali, e così fino all'ultimo, che probabilmente sarà stronzo pure lui ma tu, Addy, che sarai diventata nel frattempo? No, non la triste principessa tradita e abbandonata che ti senti ora. Di questo stanne certa. Vedo una certa stoffa in te che attraverso la frangetta già guardi il biondino che ha appena obliterato.
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giovedì, 27 marzo 2008

con la luna storta

Una massa di capelli, neri, folti e ispidi, giace sparpagliata sul cuscino. Gli occhi gonfi e cerchiati fissano un punto della stanza, come in attesa. Le guance arrossate stridono con lo scuro olivastro della pelle. Una pelle robusta. Una pelle del sud che nasce bruciata prima ancora che il sole le si appoggi sopra. Maria ha l’aria sbattuta ma nel suo sguardo manca il lampo di emozione che ci si aspetta di trovare in una giovane puerpera. Che giovane lo è ma in fondo quello non è il suo primo parto e non ci si può emozionare due volte per la stessa cosa.

- E’ una bella bambina! – le ha detto l’ostetrica tirando fuori un mucchietto aggrovigliato di carne e ossa, mentre lei, Maria, era ancora intontita dai farmaci, che questa volta il dolore non l’avrebbe sopportato. Poi, tagliato il cordone ombelicale, l’ha messa a testa i giù, come fosse una gallina alla quale stanno per tirare il collo, le ha dato qualche colpetto sulla schiena e la piccola cosa si è messa a strillare. Subito un nugolo di infermiere estatiche ha avvolto la creatura in panni morbidi e si sono precipitate in un’altra stanza.
- Ha già scelto un nome? – chiede la più giovane prima di chiudersi alle spalle la porta.
- Camilla – pronuncia basso Maria.
- Che bel nome!

Maria e Camilla. Insieme in una camera d’ospedale senza colore e un odore di disinfettante che rende l’aria irrespirabile. Si guardano e non si vedono. Hanno gli stessi occhi velati, ognuna per ragioni diverse.
- Dovresti avvicinarla un pochino, così non può vederti! – dice la nonna Jole.
- Mamma, ma può sentire? – chiede il piccolo Ismaele.
- Certo che ti sente – risponde Jole – diglielo, dille che le vuoi bene e che sei tanto felice che sia arrivata, dai!
Ismaele guarda l’animaletto che giace come dimenticato tra le braccia della mamma. Lo guarda attento:
- E’ davvero….storta.
Ridono tutti. Anche Maria che solo dieci minuti prima aveva detto la stessa cosa rivolgendosi all’ostetrica:
- E’ davvero storta questa bambina.
- E’ lo sforzo del parto – aveva risposto con un sorriso la dottoressa – si raddrizzerà, non si preoccupi.
Invece Maria è preoccupata.

- Guarda nonno, è la numero tre.
- Sei sicuro?
- Certo che sono sicuro – risponde offeso Ismaele.
- E’ un po’ storta…
- Mamma dice che è per il parto, i bambini quando nascono sono tutti un po’ storti. Dice che anche io ero un po’ storto. Però adesso sono dritto. E anche lei sarà dritta quando sarà più grande, l’ha detto la dottoressa.
Lorenzo appoggia una mano sulla testa di Ismaele, gli scompiglia i capelli.
- Speriamo Ismaele, speriamo…

- Non si attacca al seno.
- Si attaccherà.
- Si, ma la dottoressa dice che è strano.
- Forse ha solo bisogno di tempo.
- E nel mentre? Dovrà pure mangiare! – Maria si guarda il seno, più grande di due taglie. Lo comprime un poco per trovare sollievo – Guarda, sembra che debbano esplodere.
- Quando ho avuto te non trovavo neanche un reggipetto tanto mi erano cresciute.
Jole sistema l’ennesimo mazzo di fiori in una bottiglia d’acqua minerale:
- Domani ti porto dei vasi.
- Lascia stare mamma, tanto fra un paio di giorni esco.
- E allora, dobbiamo lasciarli morire ‘sti poveri fiori? Hanno bisogno di spazio per stare bene.
- Anche io, mamma.
- Tu di spazio te ne sei preso anche troppo, bambina!
- Sono troppo stanca per discutere con te...Dov’è papà?
- Ha portato Ismaele a mangiare qualcosa. Quel povero ragazzino stava morendo di fame.
- L’ha vista la bambina?
- Certo che l’ha vista.
- Che ha detto?
- Che è una bellissima bambina!

Maria è scura. I capelli come strisce di liquirizia. La pelle di morena. Gli occhi d’alabastro. Le labbra carnose e di un vermiglio prepotente. Camilla è chiara. I capelli come fili di paglia scordati sul campo dopo l’imballatura. La pelle di luna. Gli occhi come grandi foglie di quercia. Le labbra sottili, appena rosate.
Maria e Camilla si guardano ma non si vedono, gli occhi di entrambe restano velati e ognuna di loro ha la sua ragione.
Maria si scopre un seno. Avvicina la piccola al capezzolo.
- Provi a stingere un pochino la mammella di modo che esca qualche goccia e le bagni le labbra.
- Guardi che non sono una vacca da latte!
L’infermiera la guarda con disapprovazione, spazientita controlla l’ora sul suo orologio da polso:
- Se non riusciamo a farla mangiare anche oggi probabilmente inizieremo a darle il latte in polvere.
- Non capisco che cosa stiate aspettando, mi sembra evidente che non ne voglia sapere del mio.
- Signora, i neonati percepiscono le nostre emozioni, se lei fosse un poco più paziente forse…
- Ma non dica fesserie, i neonati non percepiscono altro che i loro bisogni: hanno fame, mangiano; hanno sonno, dormono. Non è il primo figlio. Evidentemente non ha fame. E se ha fame e non mangia è perché è storta.

- L’hai vista com’è delicata? E quella pelle che pare un velo di organza. E quegli occhioni grandi e verdi. E’ tutta sua padre… – sospira Jole.
- Auguriamoci che non lo sia proprio “tutta”! – ribatte Lorenzo.
- Per…gnam…ch…gnam…no…gnam…n…..
- Ismaele finisci di masticare prima di parlare! Non davanti al bambino, Lorenzo.
- Certo, non adesso, non davanti al bambino, non davanti a Maria!!!!! Insomma, io non posso parlare mai! – Lorenzo si alza da tavola con un gesto nervoso che fa traballare la brocca del vino – Non posso dire che ho fatto una figlia storta che ha lasciato il marito con cui aveva un bel bambino per andare con quello. Con quello che, più storto di lei, la mette incinta e poi che fa? Sparisce! Ecco che fa. E quella creatura…quella creatura non poteva che nascere così: S T O R T A!

Nello spogliatoio l’infermiera Luigia si toglie il grembiule bianco. Lo piega con cura e lo ripone nell’armadietto:
- La numero tre non vuole saperne di prendere la tetta – dice entrando Fernanda.
Luigia si infila un palteau di panno color ruggine e si volta verso la finestra:
- Guarda Fernanda, guarda che strana è la luna: sembra storta.

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